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Il software è politica industriale: dati e proposte per l’Italia



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Il software italiano vale oltre 70 miliardi di euro, genera occupazione qualificata e incide sulla produttività delle imprese. Tre ricerche presentate dal nuovo Centro Studi Software per l’Innovazione Digitale mostrano perché questo settore debba diventare una vera priorità di politica industriale nazionale

Pubblicato il 21 apr 2026



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Per anni il software è rimasto dentro una categoria comoda ma riduttiva: quella del digitale inteso come settore, quasi riguardasse soprattutto specialisti, piattaforme e innovazione tecnologica in senso stretto.

Il software come infrastruttura della competitività italiana

AssoSoftware, in questi mesi, sta mettendo in campo una idea più ambiziosa: il software non è più un comparto da osservare a parte, ma una delle infrastrutture decisive della competitività italiana. È ormai filiera produttiva, perché genera valore, occupazione qualificata e innovazione, ma è anche una leva trasversale, perché organizza i processi, sostiene la produttività, accompagna la diffusione dell’intelligenza artificiale e incide sulla capacità delle imprese di stare sul mercato.

Da tema tecnico, dunque, occorre trasformare il software in una vera e propria questione industriale, costruendo attorno a questo passaggio una base più solida di dati, ricerca e confronto con le istituzioni. Queste riflessioni, dunque, sono alla base della nascita del Centro Studi Software per l’Innovazione Digitale: vogliamo aggiungere un livello di narrazione a un settore già rappresentato dall’associazione, ma per dare continuità e profondità a una riflessione che finora è rimasta troppo spesso episodica.

Due direttrici per leggere il software: filiera e fattore abilitante

Il punto è che il software va letto insieme da due lati: come industria, cioè come filiera che produce occupazione qualificata, valore e innovazione; e come fattore abilitante, cioè come strumento che rende più competitive le imprese che lo adottano.

Per questo il nostro lavoro si concentrerà su due direttrici: da un lato la filiera produttiva del software, il suo peso economico, la sua capacità di generare nuove imprese e di collocarsi nella transizione segnata dall’AI; dall’altro il software come motore della digitalizzazione delle MPMI, della maturità organizzativa e dell’aumento di produttività.

La filiera del software italiano: strategica ma ancora fragile

I dati a disposizione sono già molti ed interessanti: una ricerca presentata da Marina Natalucci — coordinatrice del Comitato Scientifico del Centro Studi nonché Direttrice dell’Osservatorio Tech Company del Politecnico di Milano — dà corpo al primo asse del Centro Studi: la filiera produttiva del software. Il quadro che emerge è quello di un settore strategico, perché il software è ormai un pilastro dell’innovazione tecnologica e della sovranità digitale, ma ancora fragile nei suoi assetti industriali.

A fronte di 1.130 produttori analizzati per un fatturato che nel 2025 ha superato i 70 miliardi di euro (* dato presunto per i bilanci 2025), l’85% sviluppa software gestionali per la digitalizzazione dei processi d’impresa, il 35% soluzioni di security, il 25% analytics e il 21% intelligenza artificiale. Eppure la crescita della filiera italiana appare oggi meno sostenuta rispetto agli anni trainati dal PNRR e dagli incentivi 4.0, mentre in Europa il settore evolve verso forme di maggiore consolidamento che il tessuto produttivo italiano fatica a seguire. La frammentazione del mercato resta dunque uno dei principali limiti alla capacità di scalare e investire.

La maturità digitale delle PMI cresce lentamente

La stessa ricerca mostra però che il problema italiano non riguarda soltanto l’offerta, ma anche la domanda. La maturità delle PMI nell’utilizzo del software gestionale cresce lentamente, i progetti di integrazione rallentano per le difficoltà di investimento e solo il 18% dei rispondenti può essere considerato davvero avanzato. Il punto, suggerisce Natalucci, è che il software non si diffonde da solo: serve un ecosistema fatto di produttori, servizi, intermediari e imprese clienti.

Il peso macroeconomico del software: crescita oltre il doppio dell’economia

La ricerca di Livia De Giovanni, Prorettore per Rankings, Accreditamenti e Qualità della Luiss, allarga lo sguardo e mostra il peso macroeconomico del comparto. Nel 2022 le imprese erano 97 mila, con 484 mila occupati e 76 miliardi di euro di valore della produzione; i soli servizi di software e connessi rappresentano il 2,2% del valore aggiunto nazionale, contro lo 0,6% dell’hardware.

Ma conta soprattutto la dinamica: tra il 2019 e il 2024 il settore ha registrato una crescita media annua del 6,1% nei redditi da lavoro dipendente, del 5,2% nel valore aggiunto, del 6,5% nel valore della produzione e del 2,9% nell’occupazione, ben al di sopra del totale economia. E il trend si conferma anche sul lungo periodo: tra il 2000 e il 2024 il valore aggiunto di software e servizi connessi è cresciuto del 166%, contro il 76% dell’intera economia.

Produttività e software: non basta adottare il digitale

La terza ricerca, presentata da Valentina Meliciani, direttrice del Luiss Research Centre for European Analysis and Policy, sposta il discorso su un terreno ancora più delicato per l’Italia: la produttività. Il punto di partenza è che la produttività italiana ha avuto negli ultimi anni una performance deludente e che l’adozione di tecnologie digitali può rappresentare un volano per rilanciarla. In questa dinamica, il software occupa un posto centrale, perché è uno degli asset principali per la diffusione e l’utilizzo delle tecnologie digitali.

Ma la parte più interessante della ricerca è forse un’altra: l’adozione del software non genera automaticamente crescita della produttività. Richiede investimenti complementari, che riguardano sia le infrastrutture materiali — fibra, data center, hardware — sia gli asset intangibili, come il capitale organizzativo. Il problema, dunque, non è semplicemente “più digitale”, ma la capacità di costruire attorno al software un contesto economico e organizzativo che trasformi gli investimenti in risultati.

Il progetto LEAP: misurare il ritardo italiano e proporre soluzioni

Da qui deriva anche l’impianto del progetto LEAP: da un lato un’analisi quantitativa, basata su tecniche di growth accounting, per isolare il contributo delle industrie produttrici di software e del software come asset di capitale alla crescita della produttività del lavoro; dall’altro un’analisi comparativa delle politiche europee per favorire l’adozione di software e tecnologie digitali, con l’obiettivo di arrivare a raccomandazioni specifiche per l’Italia. Il confronto con Germania, Francia, Spagna e Regno Unito serve esattamente a questo: misurare il ritardo italiano e capire quali strumenti possano essere più efficaci per ridurlo.

Software e politica industriale: la sfida dell’Italia

Messe insieme, le tre ricerche chiariscono bene la direzione che vogliamo prendere come Assosoftware e che vogliamo imprimere al settore. È proprio all’incrocio tra struttura industriale, adozione e produttività che si colloca la sua ambizione: trasformare un insieme ancora disperso di dati, evidenze e criticità in una base più solida di analisi e proposta. Con l’idea che il software, per l’Italia, non sia più un tema settoriale, ma una vera questione di politica industriale.

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