Il saldo finale dei posti di lavoro dice poco a chi perde oggi lo stipendio. L’intelligenza artificiale può sostituire mansioni e creare nuove opportunità, ma tra i due processi possono trascorrere anni e i beneficiari potrebbero essere diversi da chi paga la transizione. Per l’Italia, il problema è rendere accessibili i nuovi lavori attraverso un sistema formativo capace di accompagnare sia l’ingresso dei giovani sia i cambiamenti di mestiere degli adulti.
Indice degli argomenti
AI, produttività e nuovi lavori: perché la formazione non è automatica
L’aumento della produttività è il motore economico di queste trasformazioni. Produrre di più con le stesse risorse, grazie alle tecnologie e all’AI, può ridurre i prezzi, aumentare i redditi reali e liberare capacità di spesa e investimento.
La domanda aggiuntiva può alimentare occupazione anche altrove. Non solo nei servizi di cura, nel turismo o nella manutenzione, ma in nuove attività che prima non esistevano. Non tutti i nuovi occupati dovranno diventare programmatori.
Ma la compensazione dipende da quanto crescono produzione e domanda, da come si distribuiscono i guadagni e dalla possibilità di spostare persone e competenze fra settori. Non è automatica né immediata.
I tempi della transizione tra AI e formazione
La storia suggerisce prudenza sui tempi. Nella rivoluzione industriale il miglioramento dei salari in seguito alla crescita della produttività richiese una cinquantina d’anni; con l’elettricità occorse riorganizzare le fabbriche prima di sfruttarne appieno i vantaggi. Paul David, nel confronto fra dinamo e computer del 1990, ricorda che la quota elettrica della potenza meccanica industriale americana passò da meno del 5% nel 1899 a circa metà soltanto vent’anni dopo. Erano ritardi di diffusione e produttività, non vent’anni di disoccupazione. Ma mostrano quanto possa essere lunga la distanza fra un’invenzione e i suoi benefici economici diffusi.
Formazione per l’AI in Italia: imprese e competenze in trasformazione
Un articolo dell’Economist di qualche settimana fa, «Can America retrain workers before AI leaves them behind?», riporta il dibattito su questo terreno: formare i giovani, aggiornare gli occupati e accompagnare chi deve cambiare professione richiede strumenti diversi.
Ci sono stati programmi di singoli stati come l’Alabama; Salesforce ha costruito una piattaforma HR interna che collega le competenze dei dipendenti a possibili ruoli interni e suggerisce percorsi formativi. In Italia però un servizio analogo appare difficile per la dimensione media delle imprese che di solito non tracciano competenze, sia per l’orientamento sindacale che non favorirebbe percorsi analoghi.
Il cambiamento però è già in corso. Secondo Istat, le imprese con almeno dieci addetti che utilizzano AI sono passate dall’8,2% nel 2024 al 16,4% nel 2025. La domanda di competenze cambia durante gli stessi anni necessari per conseguire un titolo. La rigidità da superare è la separazione fra studio e lavoro: percorsi nei quali l’esperienza pratica arriva tardi, aggiornamenti poco collegati alle imprese, difficoltà a costruire itinerari personalizzati. Servono basi culturali solide, ma anche passaggi più agevoli fra aula, laboratorio e attività produttiva.
Scuola e lavoro nell’era dell’AI: il ritardo italiano
Il rapporto OCSE sull’Italia del 2026 documenta la distanza fra scuola e occupazione. Tra gli studenti quindicenni rilevati da PISA nel 2022, soltanto il 17,5% aveva svolto un tirocinio, contro il 33,2% medio OCSE. L’istruzione professionale italiana resta prevalentemente scolastica, con una componente lavorativa limitata. Con l’AI, questa debolezza può pesare di più: se vengono automatizzate le mansioni iniziali, si restringono proprio le occasioni nelle quali un giovane acquisisce esperienza.
Apprendistato e sistema duale: i numeri italiani
L’apprendistato esiste, ma la sua diffusione non coincide con quella di un sistema duale capillare. Secondo il rapporto INAPP del 2024, nel 2023 i partecipanti alla formazione con contratto di primo livello erano appena 9.586. Quasi il 90% degli apprendisti di primo livello si concentrava al Nord. Non molti rispetto agli 800mila in Usa o a 1,5 milioni in Germania.
ITS Academy e collaborazione con le imprese
Gli ITS Academy post diploma indicano una strada, ancora di dimensioni contenute. Degli 8000 diplomati nel 2023 l’84% lavorava dopo un anno e, tra gli occupati, il 93% svolgeva un’attività coerente con gli studi. Questi esiti suggeriscono il potenziale della collaborazione lavoro con le imprese e dell’esperienza pratica, pur senza provarne l’efficacia causale.
Riqualificare gli adulti per il lavoro con l’AI
I problemi dell’ingresso nel mondo del lavoro sono però diversi da chi vede trasformarsi o sparire la propria mansione e servono strumenti differenti. Talvolta si tratta di imparare un nuovo modo di svolgere la propria mansione con l’Ai, mentre altre volte occorre imparare un nuovo lavoro, che peraltro non è facile scegliere.
Secondo l’Istat il 35,7% dei 25-64enni ha partecipato ad attività di istruzione o formazione nei dodici mesi precedenti, contro il 46,6% nell’UE. Tra i disoccupati della stessa età, meno di uno su cinque si forma, contro circa uno su tre in Europa. Esistono fondi e programmi, ma manca una copertura abbastanza ampia e continua: chi ha più bisogno di cambiare rischia di avere meno occasioni per prepararsi.
Contenuti e tempi della formazione continua
Il problema riguarda anche i contenuti. Il rapporto OCSE «Trends in Adult Learning» del 2025 registra progressi italiani nella formazione non formale legata al lavoro, ma rileva che salute e sicurezza rappresentano almeno un quarto di queste attività. Sono indispensabili, ma non equivalgono alla preparazione per una nuova professione. E la formazione richiede tempo: la metanalisi di Card, Kluve e Weber (2018) trova effetti medi delle politiche attive modesti nel breve periodo e più favorevoli dopo due-tre anni dalla conclusione dei programmi.
Una politica italiana di formazione per l’AI
Una politica italiana per l’AI dovrebbe finanziare anche questo intervallo. Corsi modulari, riconoscimento delle competenze già acquisite, tempo retribuito per studiare e sostegno al reddito possono rendere praticabile il cambiamento. Le imprese dovrebbero partecipare alla definizione dei percorsi e offrire esperienza concreta; i finanziamenti andrebbero valutati su occupazione e salari successivi, oltre che sulle presenze. La crescita della produttività può creare domanda di nuovi lavori. La formazione deve permettere alle persone di arrivarci prima che la transizione consumi risparmi, competenze e fiducia.



























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