L’accessibilità digitale è un diritto. Anzi, sarebbe più corretto dire che è un obbligo di legge. Eppure, per milioni di persone con disabilità visiva, resta un’aspirazione quotidiana.
Ho una disabilità visiva e da anni mi occupo di accessibilità digitale e tecnologie assistive. Da qualche mese uso l’AI agentica per lavorare: compilo moduli, accedo a servizi online, gestisco siti web, scrivo codice. Un agente AI vede il mio schermo, interpreta quello che io non riesco a leggere e agisce al posto mio. Funziona.
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AI agentica e accessibilità digitale: il cambio di paradigma
Il problema è altrove. Questo workaround costa tra 20 e 200 euro al mese, a seconda della piattaforma e dell’intensità d’uso. In Italia circa due milioni di persone hanno una disabilità visiva (362.000 ciechi e un milione e mezzo di ipovedenti, secondo le stime ISTAT del 2005, le più recenti su base campionaria). La gran parte non può permettersi un abbonamento mensile per esercitare un diritto che la legge già garantisce.
A marzo 2026 Anthropic ha integrato Computer Use nell’app desktop di Claude, rendendo accessibile agli utenti consumer una tecnologia disponibile in beta per sviluppatori da ottobre 2024. L’agente controlla il desktop: apre applicazioni, naviga siti, compila campi, legge contenuti. OpenAI ha integrato capacità simili nel suo agent mode (disponibile per gli abbonati Plus, Pro, Team, Enterprise e Edu, ma non ancora attivo nell’Area Economica Europea). Google ha sviluppato Project Mariner, basato su Gemini 2.0, disponibile per gli abbonati AI Ultra negli Stati Uniti.
Il cambio di paradigma è netto. Per vent’anni l’accessibilità ha funzionato in un’unica direzione: lo sviluppatore doveva rendere il prodotto accessibile (il cosiddetto approccio supply-side). Se non lo faceva, l’utente restava fuori. L’AI agentica ribalta la dinamica: l’utente ha un intermediario che naviga qualsiasi interfaccia, anche quelle mai progettate per essere accessibili. Il potere si sposta (almeno in teoria) verso chi usa il servizio.
Tre leggi, zero strumenti
I numeri raccontano perché questo passaggio è urgente. Il 94,8% delle homepage mondiali presenta errori di accessibilità secondo il report WebAIM Million del febbraio 2025. In Italia, solo il 43% dei servizi web della pubblica amministrazione risulta conforme nelle autodichiarazioni 2023 raccolte da AgID. Per un cittadino ipovedente che deve accedere al fascicolo sanitario, a SPID o ai servizi INPS, l’AI agentica è l’unica via praticabile.
Il quadro normativo, almeno sulla carta, esiste. L’European Accessibility Act (Direttiva UE 2019/882, recepita in Italia con il D.Lgs. 27 maggio 2022, n. 82) è operativo dal 28 giugno 2025. Prevede sanzioni da 5.000 a 40.000 euro per chi non rispetta i requisiti di accessibilità. Per le grandi aziende con fatturato superiore a 500 milioni di euro, la Legge Stanca (Legge 4/2004, art. 9, comma 1-bis) prevede sanzioni fino al 5% del fatturato annuo in caso di mancata ottemperanza alle misure correttive di AgID. La Legge 132/2025 sull’intelligenza artificiale, all’articolo 7 comma 4, promuove lo sviluppo di sistemi AI che migliorano le condizioni di vita delle persone con disabilità, agevolano la mobilità indipendente e i processi di inclusione sociale. Il Regolamento europeo sull’AI (2024/1689) impone requisiti di accessibilità per i sistemi ad alto rischio (art. 16, lettera l).
Il punto cieco dell’attuazione
Tre cornici normative convergenti. Nessuna prevede come un cittadino disabile accede all’AI agentica nella pratica. Nessuna stanzia fondi, istituisce percorsi di erogazione, prevede voucher. Il divario tra il principio e la pratica è il punto cieco dell’intera architettura normativa.
AI agentica e accessibilità digitale: il buco nel nomenclatore
Il nomenclatore e il buco
Il Servizio Sanitario Nazionale copre già alcuni ausili per la disabilità visiva: display Braille, screen reader (come JAWS), software OCR, videoingranditori. Sono elencati nell’Allegato 5 del DPCM 12 gennaio 2017, con codici ISO e tariffe fisse. Le tariffe, peraltro, sono entrate in vigore solo il 30 dicembre 2024, quasi otto anni dopo l’approvazione del decreto.
Ecco il problema. Nessun software basato su intelligenza artificiale compare nel nomenclatore. Nessun servizio cloud, nessun abbonamento agentico, nessuna app con AI generativa ha un codice ISO o una tariffa di riferimento. Il sistema è costruito su dispositivi fisici e software installati localmente, in un’epoca precedente al cloud computing. Un agente AI che costa 20 euro al mese e sostituisce (di fatto) tre ausili diversi non ha un posto nel sistema.
Il precedente regionale
Il principio di riconducibilità previsto dal DPCM consentirebbe alle ASL di autorizzare ausili funzionalmente equivalenti a quelli in elenco, anche se non espressamente compresi. Nella teoria, una ASL potrebbe ricondurre un abbonamento a un servizio AI a un sintetizzatore vocale con software OCR. Nella pratica, nessuna ASL lo ha mai fatto. La Regione Lombardia ha istituito contributi fino al 70% della spesa (massimo 16.000 euro) per ausili tecnologicamente avanzati non inclusi nel nomenclatore (DGR 5323 del 17 novembre 2025). Un precedente regionale, non un sistema nazionale.
Il sistema attuale non basta più
Una nuova categoria di ausili
La soluzione non è inserire ChatGPT o Claude nel nomenclatore così com’è. Il sistema attuale prevede un acquisto una tantum rinnovabile ogni sei anni, un collaudo fisico e un codice ISO statico. Un servizio AI cambia nel tempo, si aggiorna, si evolve.
Come dovrebbe cambiare il sistema
Serve una nuova categoria di ausili digitali basati su intelligenza artificiale, con regole proprie: una tariffa annuale invece dell’acquisto una tantum, una certificazione funzionale legata ai risultati (l’utente accede ai servizi? li usa in autonomia?) invece che al codice prodotto, e una commissione tecnica permanente per aggiornare l’elenco con la velocità che l’innovazione richiede. L’OCSE, in un policy paper del settembre 2025, ha scritto che l’AI assistiva cade in zone grigie regolatorie tra sanità, accessibilità e elettronica di consumo. L’European Disability Forum lavora dal novembre 2022 a un progetto triennale (Disability Inclusive AI) per monitorare l’attuazione dell’AI Act nei singoli paesi.
AI agentica e accessibilità digitale: chi paga il diritto
Il Parlamento italiano ha già scritto che l’AI deve servire all’accessibilità (art. 7, L. 132/2025). L’Europa ha già scritto che l’AI deve essere accessibile (art. 16, Reg. 2024/1689). Manca il pezzo che trasforma i principi in strumenti: chi paga, come si prescrive, chi verifica.
Finché quel pezzo manca, l’AI agentica resta un privilegio per chi può permettersela. Un workaround privato per un fallimento pubblico.














