Nella mitologia greca, la Chimera era una creatura fantastica: testa di leone, corpo di capra, coda di serpente. Quando oggi parliamo di sovranità digitale europea, molti si chiedono se non stiamo inseguendo una chimera del ventunesimo secolo: un’ambizione sicuramente nobile, affascinante, ma altrettanto irraggiungibile. Eppure, guardando più da vicino, la questione è molto più delicata di quanto possa apparire.
Indice degli argomenti
Il contesto globale della sovranità digitale europea
Il mondo dell’intelligenza artificiale è dominato da due superpotenze che operano secondo logiche profondamente diverse. Gli Stati Uniti eccellono nell’attrazione di talenti globali e nella ricerca fondamentale, con università che fungono da calamite per i migliori cervelli del pianeta. La Cina, d’altra parte, ha dimostrato una capacità senza pari nella raccolta massiva di dati, nell’implementazione rapida delle tecnologie e nel sostegno statale coordinato all’industria tecnologica.
Nel suo celebre volume del 2021 AI Superpowers, Kai-Fu Lee ha descritto efficacemente questa divisione del lavoro: gli Stati Uniti guidano nell’innovazione di frontiera e nella potenza, la Cina nella replicazione e nella scalabilità, mentre l’Europa sembra ormai condannata al ruolo di regolatore. Tuttavia, questa narrazione, pur contenendo elementi autentici, rischia di essere abbastanza riduttiva e sufficientemente autoavverante. L’Europa non risponde soltanto con regole, ma sta tentando di costruire alcuni modelli alternativi basati su fiducia, trasparenza e riduzione delle dipendenze tecnologiche.
Mistral AI e la risposta europea nell’AI generativa
In questo contesto emerge Mistral AI, la startup francese che probabilmente rappresenta il tentativo più credibile di risposta europea al dominio americano nell’AI generativa. Fondata nell’aprile 2023 da tre ricercatori francesi, Arthur Mensch, ex-DeepMind, Guillaume Lample e Timothée Lacroix, entrambi ex-Meta, Mistral incarna un approccio europeo dell’intelligenza artificiale.
Il percorso di crescita di Mistral è stato sorprendente. Nel giugno 2023, appena due mesi dopo la sua fondazione, Mistral ha raccolto 105 milioni di euro, un record europeo. A dicembre 2023 la valutazione aveva raggiunto 2 miliardi di euro. Nel giugno 2024, con un finanziamento di 600 milioni di euro, la valutazione è salita a 5,8 miliardi di euro. Ma il vero salto è avvenuto nel settembre 2025, quando il produttore olandese di apparecchiature per semiconduttori ASML ha guidato un round di finanziamento da 1,7 miliardi di euro, portando la valutazione a 11,7 miliardi di euro e acquisendo l’11% delle quote sociali. Il 30 marzo 2026, Mistral ha ottenuto ulteriori 830 milioni di dollari di finanziamento a debito da un consorzio di sette banche guidato da Bpifrance, destinati alla costruzione di un data center proprietario a Bruyères-le-Châtel, vicino a Parigi. La struttura ospiterà 13.800 GPU Nvidia GB300 con una capacità di 44 megawatt, con avvio operativo previsto entro giugno 2026. Sul fronte dei ricavi, il CEO Arthur Mensch ha dichiarato a Davos che Mistral prevede di superare 1 miliardo di euro di fatturato entro fine 2026, partendo da circa 300 milioni registrati nel settembre 2025. Questi numeri raccontano una storia di successo, ma è l’approccio all’AI di Mistral che merita attenzione. Arthur Mensch ha promosso sin dall’inizio un approccio cd. “open by default”: modelli open source efficienti come Mistral 7B, lanciato a settembre 2023 con prestazioni che rivaleggiavano con modelli assai più grandi. Accanto ai modelli open, Mistral offre anche soluzioni proprietarie come Mistral Large, pensato per competere con ChatGPT-4.
L’approccio di Mistral dimostra che è possibile innovare entro le regole europee. La partnership con Microsoft, NVIDIA, e più recentemente con ASML, mostra che la collaborazione globale non è incompatibile con l’identità europea. Mistral ha sviluppato Le Chat, un assistente virtuale lanciato nel febbraio 2024 e reso disponibile su mobile nel febbraio 2025, e serve clienti di prestigio quali il ministero della difesa francese, BNP Paribas e Orange. Il presidente Macron ha pubblicamente raccomandato Le Chat in alternativa a ChatGPT, segnale di un sostegno istituzionale senza precedenti per un’impresa privata europea dell’AI.
Niklas Zennström e l’architettura dell’ecosistema europeo
Se Mistral rappresenta l’esempio di esecutore strategico che costruisce prodotti concreti, Niklas Zennström incarna invece il ruolo dell’architetto visionario dell’ecosistema europeo. Fondatore di Skype, venduta prima a eBay per 2,6 miliardi di dollari nel 2005, e poi a Microsoft per 8,5 miliardi nel 2011, Zennström ha dimostrato che si può costruire un’impresa globale di successo partendo dal contesto europeo. Nel 2006 ha fondato Atomico, società di venture capital che ha investito in giganti europei come Klarna, DeepL, Stripe e Supercell. Eppure, il suo contributo più importante è stato nel campo dell’advocacy. Il rapporto annuale State of European Tech di Atomico è divenuto un punto di riferimento fondamentale per l’industria e i policy maker, trasformandosi progressivamente da analisi di settore a manifesto politico. Zennström è infatti fra i più convinti sostenitori del 28° regime, una proposta emersa dal gruppo EU-INC e supportata da molti attori dell’ecosistema tech europeo.
L’idea è semplice ma potente: creare una struttura societaria pan-europea opzionale accanto ai 27 regimi nazionali. Attualmente, una startup che vuole operare in più paesi europei deve navigare sistemi legali, fiscali, e di stock option completamente diversi, rendendo l’espansione costosa e complessa. Come Zennström ha sottolineato nel 2024, la differenza fra implementare il 28° regime come regolamento o direttiva è cruciale: il primo sarebbe direttamente vincolante in tutta l’UE, il secondo permetterebbe interpretazioni nazionali diverse, perpetuando lo status quo. Solo un vero mercato unico digitale può permettere alle startup europee di competere ad armi pari con i colossi americani e cinesi. L’approccio di Zennström è chiaro: non occorre trasferirsi in Silicon Valley per costruire aziende globali. Decentralizzazione e apertura, non isolamento protezionistico, sono i valori fondanti. L’Europa ha bisogno di entrambi i profili: architetti visionari come Zennström che ripensano le infrastrutture di sistema, ed esecutori strategici come Mensch che costruiscono prodotti concreti e competitivi.
Il 28° regime tra proposta legislativa e riserve
Il 18 marzo 2026, la Commissione europea ha pubblicato la proposta di regolamento per EU Inc. (COM/2026/321), risposta diretta alla diagnosi dei Rapporti Draghi e Letta, secondo cui la frammentazione giuridica fra 27 sistemi societari nazionali costituisce un “dazio invisibile” alla crescita transfrontaliera. I contenuti principali non sono trascurabili. La registrazione delle nuove imprese sarà possibile in 48 ore, con un costo inferiore a 100 euro e senza capitale sociale minimo. Le imprese potranno ottenere il codice fiscale e partita IVA senza dover ripresentare la documentazione e tutte le operazioni societarie saranno digitali per impostazione predefinita. EU Inc. sarà un quadro societario opzionale aperto a qualsiasi impresa, indipendentemente da dimensioni o settore, non più limitato alle sole startup innovative come inizialmente ipotizzato. Sul fronte dei talenti, tutte le società EU Inc. potranno adottare un regime armonizzato di stock option per i dipendenti, con tassazione differita fino alla cessione delle azioni. La Commissione ha chiesto al Parlamento europeo e al Consiglio di raggiungere un accordo entro la fine del 2026. Tuttavia, le criticità rimangono concrete. La proposta rinvia l’interpretazione ai tribunali nazionali, rischiando 27 esiti divergenti, e si affida ai registri nazionali piuttosto che creare una vera standardizzazione dell’ecosistema, introducendo potenzialmente ulteriore frammentazione proprio nel livello che avrebbe dovuto essere armonizzato.
Le sfide strutturali della sovranità digitale europea
Nonostante questi momenti evolutivi, le sfide per l’Europa rimangono straordinarie. La dipendenza europea dalle infrastrutture cloud americane (Azure, AWS, Google Cloud) è alquanto profonda. Le imprese europee che desiderano scalare rapidamente si trovano quasi inevitabilmente a dover utilizzare questi servizi, creando dipendenze difficili da sciogliere. La carenza di GPU avanzate, necessarie per addestrare modelli di frontiera, rappresenta un collo di bottiglia critico. Se gli Stati Uniti mantengono il controllo della catena di fornitura dei semiconduttori più avanzati, l’Europa fatica a garantire accesso sufficiente a questi componenti cruciali. Il fenomeno del brain drain continua a erodere il capitale umano europeo. I migliori ricercatori AI europei sono sistematicamente attratti da salari molto più alti e risorse di ricerca superiori offerte da OpenAI, Google DeepMind, Anthropic e Meta. Invertire questo flusso richiede non solo denaro, ma una visione culturale e industriale di lungo periodo. Pur rappresentando un tentativo apprezzabile di regolamentare l’intelligenza artificiale in modo responsabile, l’AI Act europeo viene visto da numerosi imprenditori come un potenziale freno. Il rischio è che mentre l’Europa dibatte su classificazioni di rischio e requisiti di conformità, gli Stati Uniti e la Cina avanzino a velocità doppia nello sviluppo e nell’applicazione di tecnologie AI.
Le divergenze nazionali e il nodo della strategia comune
Un’ulteriore complicazione è rappresentata dalle diverse visioni nazionali sulla sovranità digitale. La Francia ha adottato una posizione particolarmente assertiva annunciando nel 2025 un pacchetto di investimenti privati da 109 miliardi di euro nell’AI. Il Presidente Macron ha promosso attivamente l’idea che “l’Europa ha bisogno di finanziamenti europei, soluzioni europee, talenti europei”, criticando esplicitamente il fatto che, mentre gli USA hanno i GAFAM e la Cina i BATX, l’Europa ha il GDPR. La Germania, con la sua influente industria manifatturiera, bilancia l’aspirazione all’autonomia tecnologica con preoccupazioni sui costi e sulla competitività industriale. Le telco tedesche come Deutsche Telekom spingono per investimenti rapidi in infrastrutture, ma con un occhio attento ai margini di profitto. L’Italia ha adottato una sorta di “pragmatismo mediatore”, enfatizzando l’importanza delle scelte autonome europee senza tuttavia cadere nell’isolazionismo. TIM e altre aziende italiane cercano di bilanciare partnership con player globali e sviluppo di capacità locali. Queste divergenze rendono faticoso l’emergere di una strategia europea coerente. Gli Stati Uniti possono muoversi con decisioni ordinate e la Cina con la sua pianificazione statale coordinata; mentre l’Europa deve costantemente negoziare fra numerosi interessi nazionali non di rado divergenti.
Il paradosso del cloud sovrano
Una delle contraddizioni più evidenti del dibattito sulla sovranità digitale è rappresentata dalle offerte di cloud sovrano proposte dalle stesse Big Tech nordamericane. Microsoft Azure, AWS e Google hanno lanciato servizi cloud che promettono conformità al GDPR, residenza dei dati in Europa e partnership con operatori locali. Queste soluzioni hanno un innegabile appeal immediato: offrono la potenza e l’affidabilità delle infrastrutture globali accoppiate alle garanzie di compliance europea. Tuttavia, non pochi critici sottolineano che esse non fanno altro che preservare le dipendenze strutturali fondamentali. Il controllo della proprietà intellettuale, degli standard tecnologici, e in ultima analisi della roadmap di sviluppo, rimane saldamente in mani americane.
Le principali telco europee, come Orange, Deutsche Telekom, TIM, si trovano in una posizione ambigua. Da un lato, spingono per investimenti rapidi in infrastrutture cloud europee. Dall’altro riconoscono che competere con gli investimenti multimiliardari di AWS o Azure è finanziariamente proibitivo senza il supporto pubblico massiccio.
Ridefinire la sovranità digitale europea come capacità di scelta
Forse allora il problema si annida nella definizione medesima di “sovranità digitale”. Se per sovranità digitale intendiamo il perseguimento dell’autarchia tecnologica, ovvero produrre in Europa tutto ciò che serve per l’ecosistema digitale, allora sì essa è probabilmente una chimera. L’industria tecnologica globale è integrata, le catene di fornitura complesse, e pertanto nessuna singola area del globo può realisticamente aspirare all’autosufficienza completa. Ma se ridefiniamo la sovranità digitale come “la capacità di scelta consapevole in un ecosistema aperto”, allora il quadro cambia. Questo significa avere alternative credibili, non necessariamente dominanti. Significa poter scegliere fornitori europei quando le considerazioni di sicurezza, privacy, o resilienza lo richiedono, senza essere forzati a dipendere da monopoli stranieri. In questa accezione, Mistral AI è da considerare un successo, nonostante non superi sicuramente OpenAI in dimensioni e capacità, semplicemente perché offre un’opzione europea credibile per individui, organizzazioni e istituzioni che ne hanno bisogno.
Oltre le regole: cosa serve per realizzare la sovranità digitale
L’Europa ha costruito nel corso dei decenni un framework regolatorio (GDPR, Digital Services Act, Digital Markets Act, AI Act) che rappresenta il tentativo più serio al mondo di governare le tecnologie digitali nel rispetto dei diritti fondamentali. Le imprese che anticipano questi standard, integrandoli nei loro prodotti e servizi fin dall’inizio, pur soggette a costi addizionali, godono di vantaggi reputazionali concreti. In un mondo sempre più preoccupato per le implicazioni etiche dell’AI, quali bias algoritmici, privacy, manipolazione, impatto sul mercato del lavoro, l’approccio europeo centrato sulla trasparenza e sulla responsabilità potrebbe rivelarsi vantaggioso. Non nella corsa alla massima potenza computazionale o al modello più grande, ma nella costruzione di sistemi AI affidabili, spiegabili, con rischi controllati, e socialmente accettabili. Tuttavia, affinché questa visione si realizzi, sono necessari investimenti massicci e coordinati. Non basta evocare la sovranità digitale come slogan politico.
Servono almeno cinque momenti da implementare con interventi coordinati:
Talent retention
l’Europa deve essere in grado di trattenere i migliori ricercatori AI, offrendo non solo retribuzioni competitive ma anche accesso a risorse computazionali di prim’ordine e progetti stimolanti. Le università europee producono di norma un’eccellente qualità della ricerca, ma troppo sovente i laureati emigrano verso la Silicon Valley per la fase applicativa;
Semiconduttori
Lo European Chips Act rappresenta un passo importante dotato com’è di 43 miliardi di euro destinati a rafforzare l’industria europea dei semiconduttori. Ma competere con i 280 miliardi di dollari del Chips Act americano e i massicci investimenti cinesi richiede ulteriori investimenti;
Infrastrutture cloud e GPU
L’accesso a capacità computazionali su larga scala è fondamentale per l’innovazione AI. L’Europa deve investire in nuovi data center, interconnessioni ad alta velocità, e garantire alle startup accesso a GPU avanzate a costi ragionevoli. Il data center di Mistral a Parigi, con i suoi 13.800 chip Nvidia GB300, rappresenta in questo senso un primo esempio concreto di infrastruttura AI europea a controllo privato;
Capitale di rischio
Troppo spesso le startup europee debbono rivolgersi a fondi di venture capital americani per effettuare i loro round di crescita. Mobilitare capitali pensionistici e assicurativi europei verso il venture capital tecnologico è essenziale per mantenere le imprese in Europa quando esse sono nella fase della crescita accelerata. La Commissione Europea ha annunciato in tal senso delle misure per l’accesso al capitale per startup e scaleup nell’ambito della Savings and Investment Union, con una potenziale revisione delle regole di investimento dei fondi pensione;
Governance realista
Regolare è importante, ma occorre non degenerare nell’eccesso di burocrazia regolativa che può paradossalmente contribuire a soffocare l’innovazione. Il 28° regime, se implementato correttamente (e le lacune della proposta attuale dovranno essere corrette in sede parlamentare) potrebbe rappresentare una buona sintesi fra protezione dei valori europei e flessibilità imprenditoriale.
La sovranità digitale europea è una chimera oppure realtà?
Il 28° regime è passato dalla fase di advocacy a quella legislativa concreta. Mistral ha smesso di essere una promessa e sta costruendo una vera infrastruttura fisica sul suolo europeo. Il sostegno politico è divenuto esplicito. Eppure, le sfide strutturali rimangono reali e profonde. EU Inc., nella sua forma attuale, potrebbe rivelarsi uno strumento assai meno trasformativo di quanto la proposta originale auspicasse, se le lacune sull’uniformità interpretativa non vengono corrette nel processo legislativo. Il divario di investimenti con Stati Uniti e Cina è mastodontico. La fuga dei cervelli continua. Le dipendenze dalle infrastrutture americane sono radicate.
Per concludere ci chiediamo: la sovranità digitale europea è una chimera o può divenire realtà? La risposta è: dipende. Dipende da come definiamo sovranità: autarchia impossibile o capacità di scelta realistica. Dipende dal flusso di investimenti che l’Europa è disposta a immettere nel sistema in tempi brevi, investimenti non soltanto finanziari, ma anche culturali e politici. Dipende dalla capacità di superare le frammentazioni nazionali e agire come un blocco coeso quando è necessario. Le storie di successo come Mistral dimostrano che l’innovazione europea è possibile. Personaggi alla frontiera del mondo imprenditoriale come Niklas Zennström mostrano che l’Europa è perfettamente in grado di produrre imprenditori visionari capaci di pensare in grande. Le iniziative come il 28° regime indicano una crescente consapevolezza che le barriere strutturali vanno affrontate con prontezza e determinazione.
La sovranità digitale europea non è né una chimera e neppure una certezza. È probabilmente una finestra di opportunità che richiede una serie di scelte coraggiose e coordinate. Se l’Europa saprà coniugare investimenti massicci in talenti, infrastrutture e innovazione con la sua attenzione tipica alla governance responsabile, potrà ritagliarsi uno spazio significativo nel panorama tecnologico globale. Non dominerà i modelli di frontiera più grandi e potenti che resta una corsa americana e cinese. Ma potrà offrire delle alternative credibili, affidabili, e allineate con i valori democratici. In un mondo sempre più polarizzato e preoccupato per i rischi dell’AI, questo potrebbe rivelarsi non solo necessario per l’Europa, ma prezioso per l’intero pianeta.
La chimera della mitologia greca era una condizione paradossale impossibile per definizione. L’aspirazione alla sovranità digitale europea è sicuramente una sfida ardua. Ardua sì, ma non irrealizzabile. A patto di trasformare le aspirazioni in investimenti concreti, gli slogan in strategie operative, le dichiarazioni in azioni coordinate. E di farlo velocemente.














