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Transizione 5.0, il decreto esclude il cloud: che assurdità



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Il decreto attuativo di Transizione 5.0 introduce aliquote fino al 180% ma lascia fuori i software cloud in abbonamento, oggi centrali nella spesa digitale delle imprese. Con più adempimenti GSE e tempi ancora incerti, il piano rischia di premiare tecnologie superate e frenare soprattutto le PMI

Pubblicato il 5 mag 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



Transizione 5.0 cloud
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Il decreto attuativo di Transizione 5.0, firmato dal ministro Urso, introduce l’iperammortamento al 180% per investimenti fino a 2,5 milioni ma esclude dal perimetro agevolabile i software erogati in cloud tramite abbonamento, cioè la modalità con cui, secondo Anitec Assinform, transita circa l’80% della spesa digitale delle imprese italiane.

Un piano che porta 5.0 nel nome finisce per incentivare modelli di adozione tecnologica che il mercato ha già superato. A questo si aggiunge un appesantimento procedurale significativo, con cinque comunicazioni obbligatorie al GSE (erano tre), che rischia di funzionare da disincentivo soprattutto per le PMI. Il decreto attende ancora la bollinatura della Ragioneria e il passaggio alla Corte dei Conti, le domande non partiranno prima di metà giugno.

Transizione 5.0 e cloud: cosa cambia con il decreto

Il ministro Adolfo Urso ha firmato il decreto attuativo del nuovo piano Transizione 5.0, che introduce l’iperammortamento per gli investimenti effettuati tra il 1° gennaio 2026 e il 30 settembre 2028. Le aliquote sono articolate su tre scaglioni: 180% fino a 2,5 milioni di euro, 100% tra 2,5 e 10 milioni, 50% tra 10 e 20 milioni. Il provvedimento attende ora la bollinatura della Ragioneria generale dello Stato e la firma del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, poi passerà alla Corte dei Conti.

La piattaforma telematica del GSE per le domande non sarà operativa prima di metà giugno. La notizia più rilevante non è ciò che il decreto include, ma ciò che esclude. Le soluzioni software erogate in modalità cloud, cioè tramite canoni di abbonamento, nella logica as-a-service, restano fuori dal perimetro agevolabile. Non si tratta di una svista. Nella bozza di metà aprile, l’articolo 4 del decreto prevedeva esplicitamente che il beneficio fosse calcolato anche rispetto ai costi sostenuti a titolo di canone di accesso, limitatamente alla quota di competenza del singolo periodo d’imposta. Il confronto tecnico tra MIMIT e MEF, però, è stato più complesso del previsto: le ultime due modifiche imposte dal MEF, l’esclusione del cloud e l’aggiunta della quinta comunicazione, sono entrambe peggiorative dal punto di vista delle imprese, e il MIMIT le ha accettate per chiudere lo stallo e non prolungare ulteriormente il blocco degli investimenti.

Transizione 5.0 senza cloud: perché il piano incentiva il passato

Incentivare la digitalizzazione escludendo il digitale

Il problema è strutturale, non tecnico. I canoni SaaS, non essendo beni ammortizzabili in senso tradizionale, non rientrano nello schema fiscale dell’iperammortamento. La norma non ha ancora assorbito il modello di business che il mercato ha già adottato come standard. Secondo i dati ANITEC-ASSINFORM, circa l’80% della spesa digitale delle imprese italiane oggi transita attraverso modelli SaaS e servizi cloud. Non più licenze e installazioni locali, ma piattaforme accessibili in abbonamento, aggiornate in continuo, scalabili.

Escludere questa modalità dal piano significa, nei fatti, che gran parte della spesa in beni immateriali digitali non potrà beneficiare dell’iperammortamento. L’attrattività del piano si concentrerà sui beni strumentali materiali tradizionali e, per la parte energetica, sui moduli fotovoltaici di fascia alta (limitati a specifiche sezioni del registro ENEA). Una contraddizione che merita di essere nominata, un piano che si chiama Transizione 5.0 finisce per incentivare modelli di adozione tecnologica che il mercato ha già largamente superato.

Transizione 5.0 e imprese: più obblighi e più burocrazia

L’altro elemento significativo è l’appesantimento procedurale. Il vecchio piano prevedeva tre comunicazioni al GSE; il nuovo ne richiede cinque. Alle comunicazioni preventiva, di acconto (al 20%) e di completamento si aggiungono una comunicazione periodica annuale, da trasmettere entro il 20 gennaio di ciascun anno, e una comunicazione integrativa entro il 30 giugno. L’obbligo aggiuntivo dovrebbe applicarsi solo agli investimenti del 2027 e 2028, non a quelli dell’anno in corso.

Ma il principio è fissato: più passaggi formali, più documentazione, trasmissione obbligatoria via SPID o CIE sulla piattaforma Arca Clienti del GSE. Nella stessa direzione va lo stralcio dell’autodichiarazione per i beni sotto i 300mila euro, torna la perizia asseverata obbligatoria per tutti, un’altra semplificazione caduta sotto i rilievi del MEF. Si aggiunge la certificazione contabile sull’effettivo sostenimento delle spese ammissibili. Per le imprese medio-piccole, che sono il target naturale del piano, la somma di questi adempimenti può diventare un disincentivo concreto.

Transizione 5.0 e cloud escluso: cosa resta aperto

Il decreto non è ancora operativo. Mancano la bollinatura della Ragioneria, il passaggio alla Corte dei Conti e il decreto direttoriale che aprirà la piattaforma GSE. Il MIMIT ha pubblicato il 29 aprile un avviso sulle pratiche tecnicamente ammissibili e sulle modalità di conferma alle imprese, segno che la macchina amministrativa si sta muovendo. Ma la tempistica resta incerta, le domande non partiranno prima di metà giugno, nel frattempo le imprese che hanno investito dal 1° gennaio operano senza certezza sulle regole effettive.

Un elemento di flessibilità c’è, il decreto conferma che gli scaglioni di investimento si calcolano su base annuale, non sull’intero triennio, il che favorisce le imprese che investono per fasi. Il nodo vero è politico.

Il piano Transizione 5.0 nasce con l’ambizione di accompagnare la trasformazione digitale ed energetica delle imprese italiane. Nelle sue successive revisioni, dalla Legge di Bilancio 2025 alla riscrittura degli scaglioni, fino al tentativo di rifinanziamento raccontato nelle settimane scorse, ha mostrato una traiettoria di continuo aggiustamento. L’esclusione del cloud dal decreto finale rischia di mandare un segnale preciso, si incentiva l’acquisto di beni fisici, non l’adozione di modelli digitali. Per un piano che porta 5.0 nel nome, è un arretramento che le imprese noteranno.

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Claudio
Claudio
6 giorni fa

Trovo fuorviante presentare come “assurdità” l’esclusione dei canoni cloud dal perimetro degli incentivi. Servizi come SaaS, hosting, server virtuali, backup o piattaforme in abbonamento sono, per loro natura, servizi ricorrenti e non beni strumentali: non si sono mai potuti ammortizzare, esattamente come non si ammortizza una bolletta telefonica o un canone di connettività.L’iperammortamento e gli incentivi 4.0/5.0 riguardano investimenti in beni (materiali o immateriali) che generano valore pluriennale. Confondere abbonamenti e beni capitalizzabili crea aspettative irrealistiche e distorce il dibattito.

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