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Algoritmi al potere: chi decide davvero cosa pensiamo



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Gli algoritmi non si limitano a organizzare l’informazione: la governano. Dall’algocrazia al capitalismo della sorveglianza, passando per filter bubble e black box, ecco i meccanismi di controllo digitale che plasmano identità, opinioni e democrazia nel presente

Pubblicato il 27 mag 2026

Marino D'Amore

Docente di Sociologia della comunicazione, Università degli Studi Niccolò Cusano



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Per rintracciare una genealogia del potere, dovremmo necessariamente partire dalle riflessioni di Max Weber sulla burocrazia e approdare al panopticon di Michel Foucault. Tuttavia, le coordinate del controllo sociale hanno subito una torsione radicale. Quello che Aneesh (2006) definisce icasticamente algocrazia non è che l’approdo di una transizione dove il codice sostituisce il protocollo scritto.

Mentre la burocrazia classica si fonda su regole interpretabili, e quindi contestabili, l’algocrazia opera su una logica computazionale che precede e scavalca la mediazione umana: in questo scenario, il diritto all’appello si scontra con l’istantaneità della decisione algoritmica, dove la norma non si legge più, si esegue nel silenzio del software.

L’infocrazia secondo Han: l’algoritmo come sovrano invisibile

Byung-Chul Han (2021) ha recentemente inquadrato questa dinamica sotto l’egida dell’infocrazia. Non siamo più di fronte a un potere che proibisce, ma a un potere che occupa ogni spazio digitale possibile.

Nei social network, l’algoritmo agisce come un sovrano invisibile che decide la soglia di visibilità dei discorsi, spingendo nell’oblio ciò che non rispetta le metriche di circolazione.

Ne consegue uno svuotamento del dibattito democratico: la “piazza” si frammenta in una miriade di monologhi paralleli, dove l’opinione non si costruisce dal confronto, ma dalla profilazione dei desideri pregressi di ogni singolo utente.

Il capitalismo della sorveglianza e il surplus comportamentale

La comprensione dell’algocrazia resta parziale se non la si ancora alle basi materiali del capitalismo della sorveglianza spiegato da Shoshana Zuboff (2019). La studiosa ha svelato come l’esperienza vissuta sia stata trasformata in materia prima per l’estrazione di valore: i social network non si limitano a catalogare dati; essi puntano alla “certezza” predittiva. Attraverso il machine learning, le piattaforme isolano il “surplus comportamentale”, ovvero quella quota di dati che eccede il miglioramento del servizio e lo utilizzano esclusivamente per costruire modelli di condizionamento futuro.

Come argomentato da Jaron Lanier (2018), il fine ultimo di questa architettura è la manipolazione sottile in cui l’algoritmo, dovendo massimizzare il profitto attraverso il time-on-device, finisce per premiare sistematicamente i contenuti ad alto impatto emotivo: rabbia, sdegno e paura diventano le valute più pregiate, poiché garantiscono un engagement persistente. Il risultato è una società dove la coesione viene deliberatamente logorata per alimentare le necessità estrattive delle grandi corporation tecnologiche.

Filter bubble: la personalizzazione che isola

La promessa originaria di internet come spazio di connessione universale si è infranta contro la personalizzazione estrema dei contenuti. Eli Pariser (2011) ha coniato l’espressione Filter Bubble per denunciare come gli algoritmi di ricerca e selezione creino un ecosistema informativo ermetico in cui il sistema ci restituisce solo ciò che “meritiamo” sulla base dei nostri clic passati, neutralizzando, di fatto, la capacità di incontrare l’alterità.

Camere dell’eco e polarizzazione: una feature, non un bug

Il fenomeno si radicalizza nelle Echo Chambers studiate da Cass Sunstein (2017). All’interno di questi spazi, la verità smette di essere un valore pubblico per essere degradata a mera funzione della coerenza interna del gruppo.

La sociologia dei media contemporanea evidenzia come la polarizzazione non sia un incidente di percorso, ma una feature strutturale: l’algoritmo non ha interesse alla verità, ma alla sua rilevanza percepita. In questo senso, l’algocrazia frammenta la realtà condivisa, rendendo il confronto e il dissenso costruttivo esercizi intellettuali quasi impossibili.

L’opacità della black box e la fine dell’accountability

Nel suo lavoro seminale The Black Box Society, Frank Pasquale (2015) solleva il velo sull’opacità radicale che protegge queste tecnologie. Gli algoritmi che governano i flussi comunicativi globali sono blindati dal segreto industriale, creando un depauperamento democratico senza precedenti.

Decisioni con ricadute enormi sulla salute mentale collettiva o sull’andamento delle campagne elettorali vengono delegate a sistemi poco trasparenti, i cui criteri rimangono inaccessibili non solo al pubblico, ma spesso agli stessi organi regolatori.

Piattaforme neutrali o editori occulti? La doppia partita del potere digitale

Questa asimmetria informativa svuota il concetto di responsabilità (accountability). Gillespie (2018) osserva come le piattaforme giochino una doppia partita: si dichiarano “neutrali” per evitare responsabilità legali sui contenuti, ma agiscono come editori, manipolatori e onnipotenti, attraverso la moderazione algoritmica. Il potere di “mettere a tacere” o “dare voce” non è mai stato così concentrato in pochi eletti e, al contempo, così privo di contrappesi istituzionali.

Identità sotto sorveglianza: la performance dell’io algoritmico

Oltre la politica, l’algocrazia colonizza la psiche. Taina Bucher (2018) descrive l’emergere di un “immaginario algoritmico” che condiziona la percezione di sé. L’utente contemporaneo vive in uno stato di costante consapevolezza di essere “scansionato”, questa pressione spinge verso una costruzione dell’identità che sia “leggibile” e “premiabile” dal software, trasformandosi in una performance ottimizzata.

Se l’algoritmo privilegia certi canoni estetici o determinati schemi narrativi, l’individuo tende ad auto-censurarsi o a conformarsi per non cadere nell’invisibilità e patire l’esclusione digitale. La sfera privata viene così caratterizzata dalla logica del mercato: l’autenticità si riduce a un brand da gestire secondo le metriche di like e share, trasformando l’esistenza in una continua ricerca di validazione quantitativa.

Oltre l’algocrazia: governance democratica e nuova cittadinanza digitale

Uscire dall’algocrazia non è un compito affidabile esclusivamente alla tecnica. Come suggerito da D’Ignazio e Klein (2020) attraverso il paradigma del Data Feminism, approccio basato sul femminismo intersezionale per analizzare e contrastare le disuguaglianze strutturali nella raccolta dei dati, è necessario rimettere in discussione il potere intrinseco legato alla raccolta stessa; la soluzione non risiede solo in algoritmi “più etici”, ma in una democratizzazione netta, radicale della governance digitale.

Sebbene il Digital Services Act europeo segni un punto di svolta verso la trasparenza, la vera sfida resta squisitamente politica: rompere il monopolio dell’economia dell’attenzione (Davenport, Beck 2001). Finché l’estrazione di valore comportamentale resterà il perno del sistema, l’algoritmo continuerà a esercitare un potere sovrano sulle nostre vite.

Diventa urgente, dunque, la concretizzazione di una nuova alfabetizzazione civica che restituisca al soggetto il diritto all’imprevedibilità, alla scelta consapevole e a una cittadinanza digitale vissuta pienamente, sottraendolo al ruolo passivo di nodo anonimo in una Rete finalizzata al lucro in ogni sua declinazione.

Bibliografia

​Zuboff, S. (2019). The age of surveillance capitalism. New York: Public Affairs.

​Aneesh, A. (2006). Virtual migration: the programming of globalization. Durham: Duke University Press.

​Bennato, D. (2018). Il computer come macroscopio. Milano: FrancoAngeli.

​Bucher, T. (2018). If…then: algorithmic power and politics. Oxford: Oxford University Press.

Davenport T. H., Beck J. C. (2001), L’economia dell’attenzione, Milano: Il Sole 24 Ore.

​D’Ignazio, C., Klein, L. F. (2020). Data feminism. Cambridge, MA: MIT Press.

​Gillespie, T. (2018). Custodians of the Internet: platforms, content moderation, and the hidden decisions that shape social media. New Haven: Yale University Press.

​Han, B. C. (2021). Infocrazia. Le nostre vite manipolate dalla rete. Torino: Einaudi.

​Lanier, J. (2018). Ten arguments for deleting your social media accounts right now. New York: Henry Holt and Co.

​Lovink, G. (2019). Sad by design: on platform nihilism (Digital barricades: interventions in digital culture and politics). Londra: Pluto Press.

​Pariser, E. (2011). The filter bubble: what the Internet is hiding from you. New York: Penguin Press.

​Pasquale, F. (2015). The black box society: the secret algorithms that control money and information. Cambridge, MA: Harvard University Press.

​Sunstein, C. R. (2017). #Republic: divided democracy in the age of social media. Princeton: Princeton University Press.

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