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Telecomunicazioni europee, perché l’AI cambia il modello telco



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Disegnare da zero una telco AI-native europea significa rimettere in discussione spettro, infrastruttura, regolazione, lavoro, cloud e sovranità tecnologica. Il risultato è meno vicino alla telco integrata tradizionale e più simile a una rendita infrastrutturale esposta agli hyperscaler

Pubblicato il 10 giu 2026

Davide Di Labio

Associate Partner KPMG



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Cosa succede quando si prova a disegnare da zero un operatore di telecomunicazioni europeo con due soli vincoli, intelligenza artificiale come substrato e sovranità tecnologica come perimetro? Quello che il foglio bianco restituisce somiglia poco a quello che il settore è oggi.

L’esercizio è seduttivo, ed è proprio per questo che merita di essere fatto onestamente. Vi affidano capitale paziente, una licenza per le frequenze, un mandato in bianco. Disegnate, dicono, un operatore di telecomunicazioni europeo.

Niente legacy, niente consiglio di amministrazione che ha ereditato vent’anni di decisioni di altri, nessun obbligo di tenere insieme cose che non si tengono insieme. Due vincoli non negoziabili. L’azienda dovrà essere nativa nell’intelligenza artificiale e sovrana nelle dipendenze tecnologiche. Vi chiudete la porta alle spalle e cominciate.

Il foglio bianco di una telco AI-native europea

Il momento in cui questo esperimento arriva non è casuale. In poco più di un anno, la classe dirigente europea ha smesso di rivendicare il proprio modello industriale e ha cominciato ad ammettere il ritardo, in pubblico, con una sincerità nuova. Mentre negli ultimi 3 anni le battaglie si spostavano tra AI, data center, energia, cloud e satelliti (decidete voi l’ordine), le grandi telco italiane ed europee chiudevano operazioni di consolidamento attese da quindici anni, separavano la fibra, vendevano le torri, riducevano l’organico.

È in questo momento che vi affidano il foglio bianco.

La prima decisione del disegno è meno originale di quanto sembri. La separazione strutturale dell’operatore in veicoli distinti è già avvenuta nel mondo reale, lentamente, sotto la pressione del costo del capitale e della retorica regolatoria. Le grandi torri sono state cedute, le reti d’accesso sono confluite in NetCo distinte dai marchi commerciali, gli investitori infrastrutturali hanno preso possesso di asset che valevano poco a chi li gestiva con le aspettative della crescita. Su questo punto il foglio bianco non aggiunge molto. Ma la domanda che pone è più radicale, e l’AI la rende inevitabile. La domanda non è come strutturereste un operatore di telecomunicazioni. È se ne disegnereste uno.

I quattro endpoint possibili per le telecomunicazioni

Una volta tolti i vincoli, gli endpoint coerenti sono pochi. Quattro. Il primo è un veicolo puro di infrastruttura: fibra, torri, dorsali, capitale paziente, multipli da utility, governance da fondo pensione, AI applicata al solo perimetro delle operations. È la versione massimalista di quello che alcune infrastrutture potrebbero diventare se non spinte dalle logiche di ritorno e da interessi che cambiano. Il secondo è un layer commerciale sottile, senza asset propri, che combina connettività wholesale, intelligenza per l’allocazione real-time fra fornitori, marketing efficiente e una customer base curata.

È la versione massimalista di quello che alcuni operatori hanno mostrato saper far funzionare in Italia, portato all’estremo dove l’AI sostituisce quasi tutto il personale operativo. Il terzo non è necessariamente un operatore: è una società di applicazioni AI per industrie connesse, ad esempio porti, manifattura, sanità territoriale, agricoltura di precisione, con la connettività come accessorio funzionale al servizio. Il quarto è lo scenario limite, il più lontano nel tempo, e forse distopico, ma utile per capire dove punta la traiettoria: la connettività non sparisce, resta fisica e resta necessaria, ma il soggetto che la vende al cliente finale sì. Apple e Google stanno integrando connettività satellitare direttamente nei telefoni, i grandi cloud provider posano più fibra sottomarina proprietaria, e in questo scenario l’operatore sopravvive come fornitore wholesale invisibile, senza brand, senza relazione col cliente, senza potere di pricing.

Quattro endpoint, ognuno coerente in sé. La forma di un soggetto integrato che possiede asset fisici, gestisce un servizio, vende al consumatore, paga dividendi e regge un brand, è forse la configurazione che il foglio bianco produce più difficilmente. Esiste perché esisteva, non perché qualcuno necessariamente la ridisegnerebbe oggi. È un’osservazione scomoda, ma è il punto da cui ogni passaggio successivo dell’esercizio discende.

Spettro, AI e regolazione: il primo vero vincolo

Partiamo dallo spettro. Nel modello attuale, ipersemplificando, una porzione di un bene scarsissimo viene assegnata a un soggetto privato per diversi anni in cambio di una somma forfettaria, e da quel momento il licenziatario la usa come crede. Nel mondo da scratch, un orchestratore AI può negoziare l’allocazione di micro-licenze in tempo reale, fra centinaia di soggetti, ottimizzando l’uso effettivo della risorsa minuto per minuto. Si chiama dynamic spectrum sharing, esiste come idea da quindici anni ed è sempre stato un esperimento di laboratorio perché senza intelligenza distribuita capace di coordinare aste a millisecondo era ingovernabile. Oggi è governabile. Non lo costruisce nessuno perché farlo significherebbe distruggere il valore patrimoniale delle licenze esistenti, e perché le regole europee sull’allocazione dello spettro sono ancora pensate per un mondo in cui la titolarità doveva essere stabile per quindici-venti anni. Staremo a vedere su questo punto le evoluzioni reali. Il primo punto in cui il foglio bianco rivela il vero vincolo non è la tecnologia. È la regolazione.

E qui vale la pena fermarsi, perché un disegno da scratch che tratti la regolazione solo come vincolo da rimuovere è un disegno disonesto. Il perimetro regolatorio del settore non è fatto soltanto dalle regole sullo spettro. Sono le obbligazioni di servizio universale che impongono di portare la connettività fin nei comuni dove il business plan non chiude. Sono i price cap sulla terminazione mobile e fissa che hanno tenuto in passato basse le tariffe all’ingrosso, e indirettamente al cliente. Sono le tutele in materia di portabilità, durata contrattuale, modifiche unilaterali, pubblicità ingannevole, costi di disattivazione, su cui il regolatore può sanzionare gli operatori. È la neutralità della rete, che protegge il diritto del cliente a non essere discriminato dal proprio fornitore. È il GDPR, che disciplina cosa l’operatore può fare dei metadati di chi gli paga la bolletta. È la NIS2 sulla cybersecurity, che impone obblighi di resilienza che il mercato, da solo, forse non si darebbe. Sono le tutele specifiche per i clienti vulnerabili, gli anziani, le persone con disabilità, le fasce a basso reddito.

C’è poi il dato che attraversa ogni conversazione di settore, ed è l’ARPU mobile italiano sotto i dieci euro al mese sul mobile, preso a titolo esemplificativo. È un numero che ha la particolarità di essere onestamente difendibile da posizioni opposte. Letto dall’industria, racconta un mercato che ha bruciato margini più velocemente di quanto qualunque altro paese europeo abbia fatto, e che oggi fatica a finanziare gli investimenti che la transizione tecnologica richiede. Letto dal regolatore, racconta un quadro istituzionale che ha tenuto fede al proprio mandato di apertura del mercato, contro la naturale tendenza alla concentrazione, e che ha redistribuito valore al consumatore in misura più ampia che altrove. Letto dal nuovo entrante, racconta uno spazio competitivo che si è effettivamente aperto e che ha premiato chi ha portato un modello industriale diverso. Letto dall’incumbent, racconta una stagione di adattamento difficile ma non senza apprendimenti, in cui la pressione sul prezzo ha forzato efficienze operative, portate al limite, che hanno reso il settore italiano più snello di molti suoi pari continentali. Sono quattro letture, tutte legittime, tutte parziali. Qualunque telco da scratch progettata oggi dovrebbe partire dal riconoscere che sono vere insieme, e che la conversazione politica del prossimo decennio si gioca esattamente sulla composizione di queste quattro verità, non sulla scelta di una contro le altre.

Il foglio bianco del regolatore europeo

Tornando al regolatore dunque, l’esercizio del foglio bianco, applicato al regolatore stesso invece che all’operatore, produce un risultato altrettanto sorprendente, e per simmetria merita di essere fatto. Se a un’autorità europea coordinata, costruita da zero nel 2026, fosse affidato il mandato di disegnare il quadro regolatorio delle telecomunicazioni e dell’AI applicata ad esse, le scelte sarebbero radicalmente diverse da quelle attuali. Lo spettro verrebbe assegnato in forme dinamiche con royalty proporzionate all’uso effettivo, non in lotti pluriennali a forfait. Il servizio universale verrebbe ridefinito a partire dalla connettività “AI-grade” come diritto, non più dalla voce telefonica come ai tempi del telefono di casa. La portabilità del numero diventerebbe istantanea per legge, e l’autorità manterrebbe un registro pubblico di switching automatizzato che permetterebbe ai famosi agenti AI personali del cliente di operare entro regole certe invece che in zona grigia.

La proprietà dei metadati conversazionali e di navigazione sarebbe esplicitamente del cliente, con obblighi tecnici di portabilità verso altri fornitori. Le regole antitrust verrebbero riscritte per riconoscere che la competizione rilevante è asimmetrica, fra telco e hyperscaler, fra operatori e sistemi operativi, e non solo fra telco e telco. Verrebbero introdotti obblighi di trasparenza algoritmica per gli operatori che fatturano per esperienza, perché un pricing dinamico opaco è una porta aperta al sospetto e alla cattura del consumatore meno informato. Soprattutto, l’autorità sarebbe paneuropea, dotata di poteri reali, e sosterrebbe lo stesso costo politico della Banca Centrale Europea per imporre il proprio perimetro. Non sarebbe il club di concertazione fra ventisette regolatori nazionali che è oggi, dove il singolo Stato ha il potere di bloccare ogni decisione strutturale.

La conseguenza, se si guarda la cosa onestamente, è che il foglio bianco regolatorio produrrebbe un perimetro più rigoroso, non più libero. Più tutele per i consumatori, non meno. Più asimmetria di potere a favore del cittadino, non a favore dell’operatore. La frustrazione che il settore esprime verso la regolazione esistente non è la frustrazione verso un perimetro troppo stretto: è la frustrazione verso un perimetro pensato per un mondo che non c’è più, fatto di voce, SIM card e canone mensile. Una telco da scratch e un’autorità da scratch farebbero, ognuna a partire dal proprio foglio bianco, scelte molto più radicali di quelle che il dibattito politico italiano ed europeo è oggi disposto a discutere.

Infrastruttura fisica e ruolo dell’AI nelle operations

Sull’infrastruttura fisica, l’esercizio produce conclusioni nette e poco eleganti. È l’unica parte della catena del valore che ha un futuro coerente di lungo periodo. Cresce di volume, è capital-intensive, è intrinsecamente locale. È esattamente il tipo di asset che i grandi fondi pensione e infrastrutturali sanno prezzare. L’AI qui non rivoluziona, ottimizza. Predice guasti, regola energie, gestisce il copper switch-off senza errori, allunga la vita utile degli asset di qualche punto percentuale all’anno. È onestamente il pezzo della telco da scratch che somiglia di più a quello che già esiste, con la differenza che lo separereste pulitamente fin dal primo giorno e gli applichereste l’AI buona, quella che funziona davvero ed è in larga parte costruita dai vendor di rete piuttosto che dagli operatori. Vale la pena dirlo senza giri di parole. L’AI seria nel settore telco è ancora in parte prodotta dagli operatori e in parte dagli hyperscaler e i grandi vendor di apparati. Gli operatori, anche nel mondo da scratch, probabilmente la comprano. È una lezione che il dibattito di settore digerisce a fatica, forse anche perché il distinguo va fatto tra ideare, configurare, orchestrare, implementare vs costruire propri modelli e infrastrutture, spesso parte di applicativi e architetture più ampie.

Il software della telco, il regno di OSS e BSS che chi lavora nel settore conosce a memoria, è dove l’esercizio fa più male. Trent’anni di stratificazione hanno prodotto, in molti operatori storici, sistemi che nessuno conosce per intero, mantenuti da team che custodiscono saperi taciti, integrati da successive ondate cloud che hanno aggiunto strati senza rimuoverne nessuno. Una telco AI-native progettata oggi non avrebbe nulla di tutto questo. Avrebbe una piattaforma di intent unica, dove un agente trasforma direttamente una richiesta del cliente, ad esempio “voglio una connessione ottimizzata per il gaming dalle 20 alle 23”, in una sequenza di provisioning, allocazione, monitoraggio e fatturazione senza passaggi umani. Alcune stime parlano di un quinto degli FTE attuali per pari ricavi. Un quinto. È il dato che, una volta scritto sul nostro famoso foglio bianco, smette di essere astratto.

L’automazione nelle telco e il nodo del lavoro

Qui l’esercizio incontra l’inciampo etico, e vale la pena pronunciarlo per nome perché altrimenti il dibattito italiano continuerà a girarci attorno con eufemismi crescenti. L’automazione nelle telco europee ha una specificità che la maggior parte degli altri settori non ha. Quasi ovunque l’AI viene introdotta, si innesta su una base in espansione: il software cresce, la sanità privata cresce, il retail cresce. Le telco europee sono in contrazione di fatturato a perimetro costante da quindici anni, l’ARPU mobile italiano si tiene faticosamente sotto i nove euro al mese, e l’età media nei reparti operativi del comparto in Italia supera i quarantacinque. La telco da scratch, costruita onestamente, è un’aritmetica di sottrazione di lavoro umano in un settore con poco spazio di riassorbimento. È un’osservazione politica, non un’opinione tecnica. La buona pratica del foglio bianco, su questo punto, è dichiarare l’aritmetica e il piano sociale prima dell’efficienza, non dopo.

Vale la pena aggiungere un secondo paradosso, perché senza di esso la riflessione etica resta dimezzata. Il calcolo di efficienza AI che si vede oggi nei piani industriali è fatto al pricing del 2026, in una fase in cui i fornitori di modelli sussidiano l’inferenza per conquistare quote di mercato e i contratti enterprise con gli hyperscaler hanno escalation contrattuali ancora ragionevoli. Tre, cinque anni di adozione, e la curva si raddrizza. I provider di frontiera saranno tre o quattro, le aziende saranno in lock-in tecnico e organizzativo, l’energia per il compute sarà più cara, i costi di accesso ai modelli più recenti saliranno a doppia cifra annua, come già accade nei rinnovi enterprise dei segmenti più maturi. Il costo del token non sale del due per cento annuo come un contratto collettivo italiano. C’è un orizzonte temporale, probabilmente più vicino di quanto il dibattito di settore voglia ammettere, in cui il costo complessivo dei token che hanno sostituito un dipendente medio del customer care telco eguaglia, e poi supera, il costo del dipendente stesso.

Quando arriverà quel momento, riassumere non è un’opzione. Le competenze sono andate via, l’età media del settore è salita di altri quattro anni, il know-how operativo si è perso. Avremo trasformato un costo del lavoro flessibile, locale, redistribuito alle famiglie italiane sotto forma di salari, contributi e consumi, in un tributo rigido, estero, pagato a tre o quattro fornitori extra-europei che non siedono nei nostri consigli di amministrazione e non rispondono alle nostre logiche di cash flow.

Modelli commerciali, agenti AI e perdita di potere contrattuale

Sulla parte commerciale, l’esercizio rovescia quasi tutto. La fatturazione a forfait mensile è un retaggio di un’epoca in cui era tecnicamente difficile misurare l’utilizzo effettivo, e l’utente accettava un canone perché non poteva fare di meglio. Una telco AI-native potrebbe, per fare una iperbole, ad esempio fatturare per esperienza completata: una videoconferenza senza drop, un film visto in 4K senza buffering, una transazione bancaria conclusa in due secondi.

Più trasparente, ed economicamente più rischiosa, perché lega il ricavo alla qualità effettiva e quindi obbliga l’operatore a possederla davvero. O magari potrebbe introdurre modelli subscription-based differenziati e con logiche più sofisticate di ingresso/uscita clienti. Sul lato cliente, il quadro è ancora più scomodo. Un agente AI personale capace di confrontare offerte in tempo reale, negoziare condizioni e attivare portabilità in trenta secondi cambia la natura stessa del contratto telefonico. La telco da scratch costruisce, simultaneamente da entrambi i lati del tavolo, l’infrastruttura della propria erosione di potere contrattuale. Vale, peraltro, in egual misura per l’incumbent integrato e per il low-cost killer. È il punto che il foglio bianco non lascia nascondere.

Sul B2B la prospettiva è meno raccontata, e qui sta forse l’unica vera promessa di crescita. Una telco AI-native costruita per le aziende italiane non vende minuti, gigabyte e SLA generici: vende soluzioni verticali per la manifattura connessa, la logistica portuale, l’agricoltura di precisione, la sanità territoriale, e lo fa con una conoscenza di dominio che oggi gli operatori storici non possiedono. Vendere applicazioni AI-driven richiede skill meno tipiche di quelle storiche del settore. È l’endpoint numero tre, e richiede al settore di assomigliare di più a una società di consulenza tecnologica e meno a una telco. Da qui in poi, va chiamato per quello che è: una scommessa che per ora sembra portare i suoi frutti.

La competizione reale non è più solo tra operatori

A questo punto vale la pena chiedersi contro chi compete davvero la telco da scratch. Il dibattito di settore continua a essere strutturato come se la competizione fosse fra operatori, e da qui discendono le narrazioni sul consolidamento europeo come unica via di sopravvivenza. È una lettura legacy. La competizione vera, per una telco AI-native, non è con altri operatori. È con i layer di compute degli hyperscaler che stanno scendendo verso la connettività, da Starlink che parla direttamente ai telefoni alle partnership di Apple e Google con i provider satellitari di nuova generazione. È con i sistemi operativi mobili, che possiedono la relazione con il cliente in modo più solido di qualunque brand telco. È con gli OTT, che hanno catturato la comunicazione interpersonale e i contenuti audiovisivi più di vent’anni fa. Ed è, in modo nuovo, con gli agenti AI personali del cliente.

La novità qui non si limita al confronto di prezzi in tempo reale. C’è qualcosa di più strutturale. L’agente intermedia ogni rinnovo, ogni modifica contrattuale, ogni decisione di switch. La fedeltà del cliente migra dal marchio telco al marchio dell’agente, perché è l’agente a ricordarsi degli SLA, a leggere le clausole, a tenere il conto delle promesse non mantenute. La connettività smette di essere un servizio scelto e torna a essere una commodity tecnica scelta da qualcun altro al posto del cliente. Il valore della relazione, costruito da vent’anni di investimenti in brand, programmi fedeltà e marketing emozionale, si dissolve nella memoria dell’agente personale di chi paga la bolletta. Aggiungiamo un livello, e quel livello arriverà presto: gli agenti possono aggregare la domanda di milioni di clienti senza che questi se ne accorgano, generando un nuovo intermediario fra operatore e utente che oggi non esiste e che, quando esisterà, sposterà ulteriore potere contrattuale a sfavore del settore.

Su questo sfondo, il consolidamento fra telco europee è una risposta seria a un problema diverso. Riduce il numero di operatori in un mercato dove la pressione competitiva domestica è effettivamente eccessiva, e per questo non è una proposta da liquidare. Ma non incide sulla parte di valore che il settore sta perdendo nelle altre direzioni che ho descritto. È una buona terapia per una pressione che si misurava fra operatori dello stesso continente, ed è cura insufficiente per la pressione che arriva oggi dagli hyperscaler, dai sistemi operativi mobili e dagli agenti AI dei clienti. Si possono tenere insieme entrambe le diagnosi. Chi promette che la prima risolve anche la seconda sta promettendo qualcosa che la prossima generazione di management si troverà a non poter mantenere.

Una telco AI-native sarebbe naturalmente paneuropea

Sul piano regolatorio, il foglio bianco rivela il vincolo più frustrante. Una telco AI-native costruita oggi sarebbe naturalmente paneuropea, perché l’efficienza degli agenti AI si moltiplica con la scala dei dati operativi e perché la fragilità della singola filiera nazionale è ormai un problema politico oltre che industriale. La regolazione europea, però, è ancora costruita sulla finzione di un mercato unico che nello spettro, nell’allocazione delle frequenze, nelle obbligazioni di servizio universale, nei diritti di passaggio e nella supervisione antitrust è invece restata nazionale. La telco da scratch deve scegliere se accettare la frammentazione regolatoria come dato, e quindi pagare un costo di scala superiore, o spendere capitale politico per cambiarla. Nessuno degli operatori esistenti ha avuto la stazza, o forse l’interesse, per spendere quel capitale. La telco da scratch dovrebbe metterlo nel piano fin dall’inizio. È l’unica voce di costo che non ha precedenti operativi, e probabilmente la più importante.

Arriviamo al cuore politico dell’esercizio. Il vincolo di sovranità, applicato con onestà, mostra che essere AI-native ed essere europeamente sovrani sono due requisiti in tensione strutturale, oggi. La capacità di calcolo seria sta in mani statunitensi e cinesi. I modelli di frontiera anche. L’energia che li alimenta è in larga parte garantita da accordi diretti fra hyperscaler e generatori, accordi nucleari sul suolo americano, partnership con stati del Golfo, deal di lungo periodo con produttori di rinnovabili a scala continentale, contratti che le telco europee non hanno cercato e non cercheranno per ragioni di scala.

Vale la pena pronunciare l’incoerenza che il dibattito di settore continua a evitare: una parte sostanziale dell’opex tecnologico delle telco europee si sta trasferendo proprio agli stessi hyperscaler contro cui Bruxelles invoca il fair share da almeno cinque anni. Il valore liberato dall’efficienza AI viene catturato a monte, non a valle. È la dinamica che rende il discorso sulla sovranità una conversazione in malafede se non parte dal riconoscere questa cattura. Una telco europea sovrana, oggi, è quella che possiede fibra, torri, accordi energetici di lungo periodo, e indipendenza dei propri agenti AI sul perimetro dei dati operativi. Non è quella che pretende di costruire un proprio modello di base in concorrenza con chi spende oltre cento miliardi all’anno in compute. È un programma realistico, ma da solo non basta, perché lascia in piedi la cattura del valore sul layer cloud, che oggi è la voce di OPEX tecnologico più in crescita del settore.

Sovranità tecnologica europea e cloud frammentato

Esiste un piano intermedio, fra l’abdicazione totale e il sogno proibito di costruire modelli di frontiera europei, ed è il piano che il dibattito di settore italiano evita perché richiede di pronunciare cose impopolari. Si chiama cloud sovrano europeo, ed è oggi un mosaico frammentato che vale molto meno della somma delle sue parti. Bleu in Francia, S3NS della partnership Thales-Google, OVHcloud, Aruba in Italia, Scaleway, IONOS in Germania, le AI Factories di EuroHPC come Leonardo a Bologna, MareNostrum a Barcellona, Mistral come unico modello continentale di scala. Sono pezzi reali. Non si parlano. Ognuno serve un campione nazionale, ognuno raccoglie il proprio capitale a casa, ognuno è impacchettato con una versione localizzata di un partner statunitense che ne riassorbe metà del valore aggiunto. Il problema è in gran parte di governance.

L’ultimo passaggio è il meno spettacolare possibile, e probabilmente il più utile. Una telco progettata da zero, che si configuri come infrastruttura pura, come layer commerciale sottile, come integratore verticale, o come uno qualsiasi degli incroci coerenti fra questi, è in tutti i casi un’azienda che fa più o meno gli stessi ricavi di una telco di oggi, con margini sensibilmente migliori, occupazione drammaticamente inferiore, e nessuna delle pretese di crescita che la narrazione del settore ha riproposto per quindici anni. Punto. Non è una techco. Non è una piattaforma. Non sostituirà Google, e non lo farà nemmeno aiutata. Genererà dividendi alti su un’attività di rendita evoluta, regolatoriamente esposta, tecnologicamente dipendente.

Detto così suona deludente ma la verità più sobria che il foglio bianco rivela è che le telecomunicazioni, nell’arco del ventennio scorso, sono diventate un meccanismo di estrazione di rendita su tre scarsità: spettro, infrastruttura, contratto col cliente. Ridisegnarle da zero non cambia questo punto. Lo rende solo più chiaro. Il valore della comunicazione interpersonale è migrato sulle piattaforme di messaggistica. La distribuzione dei contenuti, sugli OTT. La pubblicità, su chi ha catturato l’attenzione. La relazione cliente, sui sistemi operativi mobili e AI. È un esito da accettare per partire da un’altra parte, non da negare per partire dalla stessa.

Le scelte che restano alle telecomunicazioni europee

L’esercizio surreale si chiude qui. Non serve a costruire una telco nuova. Serve a chiarire le scelte vere che il settore, e con esso i suoi stakeholder pubblici, è chiamato a fare nei prossimi cinque anni. Più capitale paziente sull’infrastruttura. Più realismo sull’AI come programma di efficienza, non solo come piattaforma di crescita. Più trasparenza sulla questione del lavoro, prima che la pongano altri al posto del management. Più precisione su cosa significhi sovranità, senza confonderla con europeo a tutti i costi. Più disciplina nel chiamare la competizione per quello che è, senza fingere che il consolidamento europeo risolva una partita che si sta giocando con avversari diversi. Sono le scelte che il continente, oggi, ha davanti. Non le pongo per fare retorica. Le pongo perché, se si guarda bene il foglio bianco, sono le sole che il foglio lascia in mano a chi disegna.

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