C’è un testo che torna ogni volta che una nuova tecnologia della parola si affaccia sulla scena: il Fedro di Platone. È accaduto con la stampa, con la televisione, con internet. Accade oggi con l’intelligenza artificiale. Il re Thamus ammonisce Theuth, inventore della scrittura: il tuo dono non è il farmaco della memoria, ma solo del richiamare alla memoria. Chi si affiderà ai segni scritti ricorderà “dal di fuori, mediante caratteri estranei, non dal di dentro e da se stessi” (Fedro, 274e). Un avvertimento potente, che attraversa i secoli intatto. Troppo intatto, forse.
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Governare l’intelligenza artificiale oltre il Fedro
Un articolo recente apparso sul Corriere della Sera, firmato da Crippa e Girgenti, riprende questo argomento per interrogarsi sull’IA. Il pezzo è stimolante ma c’è un paradosso che non affronta, e che vale invece la pena mettere a fuoco: Platone formula la sua critica alla scrittura in un testo scritto; come appellarsi a un testo stampato per dimostrare che la stampa corrompe.
Inoltre, il Fedro non è nemmeno un dialogo della prima maniera socratica, aperto e maieutico: è un testo del periodo maturo di Platone, in cui la voce di Socrate è già il veicolo di una dottrina elaborata e consapevole. Utilizzarlo come testimone neutro contro la tecnica della scrittura è già un’operazione interpretativa discutibile.
Scrittura e IA: come cambia la produzione del pensiero
Il secondo problema è storico, e più sostanziale. L’umanità ha fatto esattamente quello che Thamus temeva: ha affidato ai libri il proprio sapere, le proprie emozioni, le proprie elaborazioni intellettuali. E non ha perso la memoria. Piuttosto, ha lavorato in modo diverso.
La memoria come ridistribuzione delle capacità cognitive
Walter Ong, nel suo lavoro fondamentale su oralità e scrittura, ha mostrato che il passaggio dalla cultura orale degli aedi alla cultura della scrittura non ha impoverito la mente umana: l’ha ristrutturata, spostando il lavoro cognitivo verso nuove forme di astrazione e di elaborazione. Ogni tecnologia della parola riorganizza il pensiero, non lo svuota.
E la memoria non è scomparsa con i libri: si è trasformata, ha ceduto centralità ad altre capacità. Quella straordinaria facoltà di improvvisare e ricordare tipica degli aedi si è rifugiata in pratiche specifiche. Dario Fo ne era un maestro assoluto, e prima di lui tutta la tradizione della commedia dell’arte viveva di memoria e invenzione orale.
Ma accanto a tali pratiche, l’umanità ha imparato a fare cose che prima non faceva: costruire argomentazioni su testi stratificati, tornare su un pensiero scritto e correggerlo, confrontare fonti lontane nel tempo e nello spazio. Né perdita né guadagno netto: una ridistribuzione delle capacità cognitive.
Nessuno direbbe che Dante, Montaigne o Kant pensassero peggio degli aedi omerici perché scrivevano invece di cantare, o che Dante avesse una memoria debole per causa della scrittura. La qualità del pensiero non si è ridotta: si è spostata su un piano diverso, per certi versi più astratto e più articolato. E nessuno, oggi, rimpiangerebbe seriamente la perdita della capacità mnemonica degli aedi in cambio dell’intera biblioteca europea.
L’IA nella produzione del senso
Il punto, allora, non è se qualcosa cambia con una nuova tecnologia. Cambia sempre. Il punto è comprendere che cosa cambia, in quale direzione, con quali conseguenze per chi la usa e per chi non la usa. Il dibattito corrente sull’IA mostra la sua debolezza quando si ferma all’analogia con la scrittura senza chiedersi se l’analogia regge fino in fondo.
La scrittura esternalizza la memoria e la trasmissione del sapere: conserva il pensiero già fatto, lo trasporta nel tempo e nello spazio. L’intelligenza artificiale fa qualcosa di diverso, e di più radicale: entra nella produzione del senso. Non conserva il pensiero già elaborato bensì partecipa alla sua costruzione.
È una distinzione che abbiamo cercato di articolare in Sociologia dell’IA. Creatività, coscienza, potere (con Massimiliano Raffa, Guerini Next, 2025): la creatività e la coscienza non sono proprietà essenziali di una mente isolata, ma funzioni che emergono in contesti situati, e l’IA modifica quei contesti in modi che ancora non sappiamo misurare del tutto. L’intelligenza artificiale è un interlocutore che risponde, suggerisce, completa, anticipa. Il confine tra elaborazione umana e elaborazione algoritmica diventa poroso come non era mai accaduto prima nella storia delle tecnologie della parola.
Questo non significa che l’IA pensi. Significa che il modo in cui produciamo pensiero cambia quando l’IA è coinvolta in quel percorso. La scrittura ha ristrutturato la cognizione umana in millenni: ha lasciato tempo all’adattamento, alla sedimentazione culturale, alla costruzione di anticorpi critici.
L’IA comprime quei tempi in modo drammatico. Non è una differenza di grado: è una differenza di livello. E questa differenza di livello pone una domanda che non si può eludere: siamo attrezzati, come individui e come cultura, a gestire una trasformazione cognitiva che avviene in tempo reale invece che in secoli?
La risposta onesta è: non ancora. Ma l’impreparazione non è una colpa dello strumento.
Il rischio di governare l’IA alla velocità dell’output
Posso lavorare mesi intorno a un mio scritto, limando, riscrivendo, aggiungendo. L’IA può infatti produrre una bozza in trenta secondi, ma nessuna bozza pensa al posto mio. Nessun algoritmo sostituisce il momento in cui mi fermo, rilevo un’incoerenza, cambio direzione, scopro che quello che credevo di dire non era ancora quello che volevo dire.
Quel momento è mio. L’IA non me lo toglie: posso anzi usarla per arrivarci prima, per liberarmi dal lavoro meccanico e investire sulla riflessione. Il rischio non è nello strumento: è nella scelta di fermarsi alla bozza, di scambiare la velocità dell’output per profondità del pensiero. Quell’errore è nostro, non dell’IA.
Intelligenza artificiale e tecnica: il tempo della comprensione
C’è una logica profonda in tutto questo, che va oltre il caso specifico dell’intelligenza artificiale. Prometeo dona il fuoco agli uomini prima di sapere cosa faranno gli uomini con il fuoco. Non è negligenza, non è incoscienza: è la condizione costitutiva di ogni innovazione tecnologica. La tecnica precede sempre la comprensione delle sue conseguenze.
Se aspettassimo di comprendere, o addirittura di prevedere a lungo raggio prima di fare, faremmo ben poco. Il mito prometeico non racconta una colpa: racconta una necessità. Il fuoco non è solo un mito: è uno dei gesti tecnici fondativi della storia umana, uno dei primi atti con cui l’uomo ha modificato il mondo naturale per adattarlo ai propri scopi. E già allora, chi lo ricevette non sapeva fino in fondo che cosa stava ricevendo.
Noi produciamo tecnologia un po’ come produciamo figli: spesso non possiamo farne a meno, e non possiamo sapere in anticipo che cosa diventeranno. La differenza è che i figli crescono lentamente, e nel frattempo noi cresciamo con loro.
Le tecnologie oggi crescono più in fretta di noi. L’IA in particolare cresce più in fretta della nostra capacità di elaborare culturalmente, istituzionalmente, eticamente quello che sta diventando. Questa asimmetria è il vero problema, non la tecnologia in sé.
Metis e giudizio critico per governare l’intelligenza artificiale
Gli antichi greci avevano un nome per questa condizione: la chiamavano hubris, la dismisura di chi agisce oltre i propri limiti di comprensione. Ma avevano anche un’altra parola: metis, l’intelligenza pratica, la capacità di orientarsi nell’incertezza senza attendere la certezza. Non la sapienza del filosofo che conosce prima di agire, ma l’astuzia del navigatore che corregge la rotta mentre naviga. È quella metis che oggi ci serve, più che le grandi visioni sul futuro dell’umanità.
Tre pratiche per mantenere il giudizio critico
Che cosa significa concretamente? Almeno tre cose. Prima: separare i piani temporali. Comprendere le conseguenze di una tecnologia non è impossibile, è sempre ritardato. Il lavoro critico va fatto in modo sistematico e continuativo, non lasciato alla saggistica d’urgenza o ai convegni che inseguono l’onda.
Seconda: smettere di pensare la tecnica come neutrale rispetto ai valori. L’IA incorpora scelte politiche nella sua configurazione: chi raccoglie i dati, chi controlla i modelli, chi beneficia dell’automazione e chi ne subisce i costi. La forma mentis necessaria per governarla è anche politica, non solo epistemica.
Terza: mantenere il giudizio critico come pratica quotidiana, non come valore astratto da evocare nei discorsi di apertura dei convegni.
Governare l’intelligenza artificiale senza delegare il pensiero
Leone XIV, nel suo recente intervento pubblico sull’intelligenza artificiale, ha difeso la lentezza, il dubbio, la formazione come trasformazione interiore. Ha ragione. Ma quella lentezza non è un freno alla tecnica: è la condizione per usarla senza esserne usati. Non si tratta di rallentare l’innovazione, si tratta di non perdere il passo con noi stessi mentre l’innovazione corre.
Il problema, alla fine, non è Theuth. Non è lo strumento, non è l’algoritmo, non è la velocità dell’output. Siamo noi: la nostra tendenza a scambiare la fluidità della superficie per profondità del pensiero, a delegare la riflessione invece di usare lo strumento per liberare tempo da dedicarle.
Thamus aveva torto sulla scrittura. Potrebbe avere torto anche sull’IA. Ma dargli torto richiede lavoro: il lavoro lento, imperfetto, irrinunciabile di chi non si accontenta della bozza velocissimamente approntata.












