Il segreto industriale rappresenta uno degli strumenti più delicati per proteggere il patrimonio informativo delle aziende, soprattutto quando riguarda dati riservati, formule, codici sorgente, processi produttivi, strategie commerciali o know-how interno. Con la diffusione dell’intelligenza artificiale, questa tutela diventa ancora più complessa: l’uso di piattaforme esterne e modelli generativi può esporre informazioni confidenziali a rischi di diffusione, archiviazione o riutilizzo non controllato.
Nel contesto della sicurezza nazionale, la perdita di segreti industriali può tradursi in un vantaggio strategico per attori ostili, aziende concorrenti o Stati stranieri. Informazioni su tecnologie critiche, infrastrutture, difesa, energia o telecomunicazioni possono diventare bersagli di spionaggio economico e cyberattacchi. L’uso non controllato dell’intelligenza artificiale aumenta il rischio che dati riservati vengano esposti, archiviati o riutilizzati fuori dal perimetro aziendale e nazionale.
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Intelligenza artificiale, proprietà intellettuale e segreto industriale
L’intelligenza artificiale, oltre ad essere sempre più adottata come tecnologia militare di supporto all’uomo o alle armi per il potenziamento del modo di fare guerra, basti pensare agli Usa e a quanto ne stanno facendo uso nell’attuale guerra in Medio Oriente contro l’Iran nella cosiddetta kill chain, sta dilagando anche nella quotidianità grazie a strumenti che elaborano testi e/o immagini in base alle nostre esigenze.
Il problema che emerge dall’uso di questi strumenti per fini privati, come nel caso della scrittura di un testo che sarà sottoposto a valutazione, ad esempio una tesi di laurea, come accaduto di recente, può creare confusione sulla paternità reale del testo, al di là della correttezza dei contenuti. È vero che l’intelligenza artificiale risponde ai nostri spunti per elaborare e fornirci un contenuto, ma attinge anche e soprattutto dalle fonti dati da cui è alimentata, per cui non è possibile definire originale il risultato di queste elaborazioni. Da qui, le questioni legate alla proprietà intellettuale e alla violazione del copyright si fanno man mano più complicate, soprattutto perché i modelli di intelligenza artificiale vengono allenati con materiale coperto da copyright.
Proprietà intellettuale e tutela
Secondo la World Intellectual Property Organization, si intendono per proprietà intellettuali “le creazioni dell’ingegno, quali le invenzioni, le opere letterarie e artistiche, i disegni e modelli, nonché i simboli, i nomi e le immagini utilizzati in ambito commerciale. La proprietà intellettuale è tutelata dalla legge, ad esempio, tramite brevetti, diritti d’autore e marchi, che consentono alle persone di ottenere riconoscimento o benefici economici da ciò che inventano o creano. Trovando il giusto equilibrio tra gli interessi degli innovatori e l’interesse pubblico più ampio, il sistema della proprietà intellettuale mira a promuovere un ambiente in cui la creatività e l’innovazione possano prosperare”.
Nel caso di informazioni aziendali confidenziali e dati proprietari, come formule o metodi, si ricorre, come strumento di tutela della proprietà intellettuale, al “segreto industriale”, che non prevede, come nel caso dei brevetti o dei marchi, una registrazione formale, ma misure che l’azienda attua in autonomia per garantire la riservatezza del materiale.
Il dibattito è diviso tra chi, come le organizzazioni per i diritti di proprietà intellettuale, ritiene che non ci sia sufficiente attività umana nei contenuti generati dall’intelligenza artificiale per poterne proteggere la proprietà intellettuale, e chi, emerso dalle controversie legali che si sono verificate, mette in discussione la proprietà e il diritto di diffondere materiale generato dall’AI.
Proprietà intellettuale, AI e aziende: il caso Samsung
L’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale all’interno delle aziende è stata rallentata dal timore delle stesse di diffondere informazioni proprietarie e dati non autorizzati.
Il caso che ha coinvolto Samsung qualche anno fa è stato un esempio di come il rischio di fuga dei dati utilizzando strumenti di intelligenza artificiale sia reale. Secondo quanto riportato da Bloomberg, la scoperta di una fuga accidentale di codice sorgente interno sensibile da parte di un ingegnere che lo ha caricato su ChatGPT ha portato il colosso tecnologico a vietare ai suoi dipendenti l’uso di strumenti come ChatGPT e similari. Il timore di Samsung, come espresso nel rapporto diffuso dall’azienda, stava nella possibilità che i dati condivisi con le chatbot basati sull’AI venissero archiviati su server di proprietà delle aziende che gestiscono il servizio senza un modo semplice per accedervi e cancellarli.
Dall’altra parte, nonostante le preoccupazioni legate a questa tecnologia, alcune aziende ne hanno invece favorito l’integrazione all’interno del flusso di lavoro, talvolta anche a sostituzione di figure umane per determinate mansioni.
Intelligenza artificiale e normative europee
A livello normativo, l’AI Act europeo, regolamento (UE) 2024/1689 che stabilisce norme armonizzate sull’intelligenza artificiale, è il primo quadro giuridico completo in assoluto sull’AI a livello mondiale.
Approvato nel 2024, l’AI Act “stabilisce norme basate sul rischio per gli sviluppatori e i deployer di AI per quanto riguarda gli usi specifici dell’AI. La legge sull’AI fa parte di un più ampio pacchetto di misure politiche a sostegno dello sviluppo di un’AI affidabile, che comprende anche il piano d’azione per il continente dell’AI, il pacchetto per l’innovazione nel settore dell’AI e il lancio delle fabbriche di AI. Insieme, queste misure garantiscono la sicurezza, i diritti fondamentali e l’AI antropocentrica e rafforzano la diffusione, gli investimenti e l’innovazione nell’AI in tutta l’UE”.
In merito alla proprietà intellettuale, l’AI Act impone ai fornitori di modelli GPAI, General Purpose AI, sistemi di intelligenza artificiale avanzati, “trasparenza sul funzionamento, documentazione tecnica e una sintesi sufficientemente dettagliata dei contenuti utilizzati per l’addestramento, così da consentire ai titolari dei diritti e alle autorità di comprendere il rapporto tra training e materiali protetti”. In questo modo, l’AI Act si pone come un’infrastruttura regolatoria e il ciclo di sviluppo dei modelli viene reso più trasparente.















