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L’intelligence alla prova dell’AI: come cambia il lavoro dell’agente segreto



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Big data, algoritmi e sistemi predittivi stanno trasformando l’intelligence contemporanea. La raccolta di informazioni lascia spazio alla capacità di interpretare grandi flussi di dati, anticipare minacce, influenzare percezioni e governare il potere cognitivo nell’era dello spionaggio 6.0

Pubblicato il 30 giu 2026

Antonio Teti

Responsabile Settore Sistemi Informativi di Ateneo, Innovazione Tecnologica e Sicurezza Informatica. Responsabile per la Transizione Digitale di Ateneo e Referente di Ateneo per la Cybersicurezza Docente di Fondamenti di Cybersecurity al Dipartimento di Economia Aziendale



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L’immaginario collettivo associa l’intelligence alla figura dell’agente segreto, alle operazioni clandestine, alle intercettazioni riservate e alle attività di spionaggio svolte nell’ombra. Da Richard Sorge a Kim Philby, dai grandi protagonisti della Guerra Fredda alle sofisticate operazioni condotte dalle moderne agenzie in tutto il mondo, il cuore dell’intelligence è sempre stato rappresentato dalla capacità di raccogliere informazioni che altri volevano mantenere segrete.

Oggi, tuttavia, stiamo assistendo a una trasformazione che non ha precedenti nella storia dei servizi di informazione e che non riguarda soltanto gli strumenti utilizzati dagli analisti o le tecnologie a disposizione delle agenzie, ma che investe l’essenza stessa dell’attività di intelligence. È una rivoluzione che nasce dall’incontro tra big data, intelligenza artificiale, automazione cognitiva, sistemi predittivi e nuove forme di elaborazione della conoscenza.

Si passa insomma da un’intelligence fondata prevalentemente sulla raccolta e sull’interpretazione umana delle informazioni a un’intelligence sempre più supportata, potenziata e, in alcuni casi, anticipata dagli algoritmi.

L’intelligence nell’era della sovrabbondanza informativa

Per comprendere la portata di questa trasformazione è necessario partire da una considerazione fondamentale. Per gran parte del Novecento il problema principale dell’intelligence era ottenere informazioni. Le informazioni erano scarse, difficili da acquisire e spesso custodite all’interno di sistemi chiusi. Le agenzie di intelligence investivano enormi risorse per reclutare fonti umane, infiltrare organizzazioni ostili, installare sistemi di intercettazione o ottenere immagini satellitari. Il valore strategico risiedeva nella capacità di accedere a dati che nessun altro possedeva.

Oggi il problema si è capovolto. Viviamo immersi in un ecosistema informativo che produce quantità di dati semplicemente inimmaginabili fino a pochi anni fa. Ogni smartphone, ogni telecamera, ogni sensore industriale, ogni social network, ogni piattaforma digitale genera continuamente informazioni. Le immagini satellitari commerciali coprono quotidianamente quasi ogni area del pianeta, milioni di utenti condividono volontariamente dettagli delle proprie vite online e le infrastrutture critiche producono flussi continui di dati operativi.

In questo scenario, la sfida non consiste più nel trovare informazioni, ma nel riuscire a distinguere quelle rilevanti dal rumore di fondo. È qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. L’IA rappresenta la risposta tecnologica alla crescente complessità informativa del mondo contemporaneo. Gli algoritmi consentono infatti di elaborare volumi di dati che nessun essere umano potrebbe analizzare in tempi utili, individuando correlazioni, anomalie, tendenze e schemi comportamentali invisibili all’occhio umano. La vera rivoluzione, di conseguenza, non consiste dunque nella disponibilità di maggiori informazioni, ma nella possibilità di trasformare dati grezzi in conoscenza strategica con una velocità e una profondità senza precedenti.

Dall’analista all’architetto della conoscenza

Per decenni la figura dell’analista è stata il fulcro dell’intero ciclo dell’intelligence. Era l’analista a raccogliere dati provenienti da fonti diverse, a confrontarli, verificarli, interpretarli e sintetizzarli in rapporti destinati ai decisori politici e militari. L’avvento dell’intelligenza artificiale non elimina questa figura, come spesso si tende erroneamente a pensare, ma la trasforma. L’analista del futuro non sarà più soltanto colui che interpreta le informazioni, ma diventerà sempre più il supervisore di sistemi intelligenti capaci di svolgere autonomamente una parte significativa delle attività di raccolta, classificazione e correlazione dei dati.

In altre parole, l’intelligence sta passando da una dimensione artigianale a una dimensione industriale della conoscenza, in cui l’essere umano continuerà a svolgere un ruolo essenziale, ma il suo valore aggiunto non sarà più legato alla capacità di elaborare grandi quantità di informazioni. Sarà legato alla capacità di comprendere il contesto, interpretare le sfumature, valutare le implicazioni strategiche e prendere decisioni in condizioni di incertezza. In altri termini, l’intelligenza artificiale diventerà il moltiplicatore cognitivo dell’analista.

Fonti aperte e democratizzazione dello spionaggio

Va evidenziato che uno degli effetti più significativi della rivoluzione digitale riguarda il ruolo crescente dell’Open Source Intelligence, comunemente nota come OSINT. Per molto tempo le fonti aperte sono state considerate complementari rispetto alle informazioni classificate. Oggi questa distinzione appare sempre meno netta, poiché le guerre degli ultimi anni hanno dimostrato come immagini satellitari commerciali, social media, piattaforme video e dati geospaziali possano fornire informazioni di enorme valore strategico. Nel conflitto russo-ucraino, ad esempio, numerose operazioni militari sono state documentate, ricostruite e analizzate da ricercatori indipendenti utilizzando esclusivamente fonti pubblicamente accessibili. In alcuni casi, le comunità OSINT hanno dimostrato una rapidità di analisi superiore a quella di molte organizzazioni tradizionali.

L’intelligenza artificiale amplifica ulteriormente questo fenomeno. Oggi un sistema basato su machine learning può analizzare automaticamente milioni di fotografie satellitari, individuare cambiamenti nel terreno, identificare veicoli militari, monitorare infrastrutture energetiche e segnalare anomalie in tempo quasi reale. Ciò che un tempo richiedeva settimane di lavoro umano può essere svolto in pochi minuti e questa evoluzione sta producendo una vera democratizzazione dello spionaggio. Capacità che fino a pochi anni fa erano appannaggio esclusivo delle grandi agenzie governative stanno progressivamente diventando accessibili anche ad attori privati, aziende, centri di ricerca e organizzazioni non governative.

La nuova frontiera: prevedere il futuro

L’aspetto probabilmente più rivoluzionario dell’intelligenza artificiale applicata all’intelligence non riguarda però l’analisi del presente. Riguarda la previsione del futuro. Storicamente l’intelligence ha sempre cercato di anticipare eventi e minacce. Tuttavia le sue capacità previsionali erano limitate dalla disponibilità di informazioni e dalla capacità degli analisti di individuare segnali deboli all’interno di grandi quantità di dati. L’IA cambia radicalmente questo scenario. Gli algoritmi possono identificare correlazioni che sfuggono all’intuizione umana, riconoscere pattern ricorrenti e costruire modelli probabilistici capaci di stimare l’evoluzione di crisi geopolitiche, conflitti militari, campagne di disinformazione o attacchi cyber. In un mondo caratterizzato da crescente instabilità strategica, la capacità di anticipare anche solo parzialmente gli sviluppi futuri rappresenta un vantaggio competitivo enorme. E l’intelligence del XXI secolo tende sempre più a trasformarsi in una disciplina predittiva.

Guerra cognitiva e controllo delle percezioni

Ma se la rivoluzione dell’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui raccogliamo e analizziamo le informazioni, essa sta modificando anche il terreno stesso dello scontro geopolitico. Per secoli le guerre si sono combattute per il controllo di territori, risorse e popolazioni ma attualmente stiamo vivendo in un’epoca in cui le stesse si combattono per il controllo delle percezioni. La diffusione dei social media, delle piattaforme digitali e dei sistemi di comunicazione globale ha reso la mente umana un nuovo dominio operativo, ed è in questo contesto che si sviluppa il concetto di guerra cognitiva.

L’obiettivo non è più soltanto distruggere capacità militari avversarie, ma influenzare convinzioni, emozioni, decisioni e comportamenti. In questo scenario, l’intelligenza artificiale rappresenta uno strumento straordinariamente efficace in questo ambito, poiché attraverso l’analisi dei dati comportamentali è possibile segmentare popolazioni, individuare vulnerabilità psicologiche e costruire campagne di influenza estremamente mirate. Grazie anche alla diffusione dei deepfake è attualmente finanche possibile personalizzare la manipolazione informativa su scala globale. Mai nella storia è stato possibile influenzare milioni di persone in modo così preciso e simultaneo.

Il ruolo umano nell’intelligence algoritmica

Paradossalmente, proprio mentre l’intelligenza artificiale assume un ruolo crescente, la componente umana dell’intelligence torna ad acquisire centralità, dato che le informazioni più preziose continuano infatti a essere quelle che riguardano intenzioni, motivazioni e processi decisionali. Se un satellite può fotografare un missile e un algoritmo può prevedere un movimento militare, la comprensione delle intenzioni di un leader politico, le dinamiche psicologiche di un gruppo dirigente o le tensioni interne a un’organizzazione, richiedono ancora l’intervento umano.

Di conseguenza la HUMINT non scompare, ma si evolve. Gli operatori dell’intelligence saranno sempre più supportati da strumenti di profilazione avanzata, analisi comportamentale e intelligenza artificiale, ma la capacità di costruire relazioni, sviluppare fiducia e comprendere la complessità delle dinamiche umane resterà insostituibile. In altri termini, chi controllerà gli algoritmi sarà in grado di controllare il potere e la trasformazione dell’intelligence porrà una questione destinata a diventare centrale nei prossimi anni: chi controllerà gli algoritmi? Chi possiederà i modelli di IA più avanzati? Chi disporrà delle maggiori quantità di dati?

Dati, algoritmi e competizione tra potenze

A tal proposito, la competizione tra Stati Uniti, Cina ed Europa si sta progressivamente spostando da una dimensione esclusivamente economica e militare a una dimensione tecnologica e cognitiva. L’intelligenza artificiale sta diventando una risorsa strategica comparabile all’energia, alle materie prime o alle capacità militari.

Non è certamente un caso che le grandi potenze stiano investendo miliardi di dollari nello sviluppo di modelli proprietari, infrastrutture computazionali e capacità di elaborazione avanzata. Nel prossimo futuro la superiorità strategica dipenderà sempre meno dal numero di soldati o di carri armati e sempre più dalla capacità di raccogliere dati, elaborarli attraverso algoritmi sofisticati e trasformarli in vantaggio decisionale.

Verso l’era dello Spionaggio 6.0

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale non sta semplicemente cambiando gli strumenti dell’intelligence, ma sta ridefinendo il significato stesso dell’attività informativa. Lo spionaggio del futuro sarà sempre meno orientato alla ricerca di segreti e sempre più focalizzato sulla capacità di interpretare ecosistemi complessi, prevedere comportamenti, influenzare percezioni e supportare decisioni strategiche in tempo reale. Nel mondo delineato nello “Spionaggio 6.0”, il vero potere non risiede soltanto nell’accesso alle informazioni, ma nella capacità di trasformarle in conoscenza, previsione e influenza.

L’intelligence non sarà semplicemente più digitale, ma profondamente cognitiva e la vera sfida decisiva per governi, agenzie di sicurezza e democrazie sarà quella di governare questa trasformazione senza rinunciare ai principi fondamentali che distinguono una società aperta da un sistema di controllo algoritmico. La vera domanda non è se l’intelligenza artificiale cambierà l’intelligence. Questo processo è già iniziato. La vera domanda è se saremo capaci di governare l’intelligenza artificiale prima che sia essa a ridefinire il nostro modo di comprendere il potere, la sicurezza e la libertà.

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Nota dell’autore

Nel mio ultimo libro, ”Spionaggio 6.0. Intelligence, intelligenza artificiale e nuove dinamiche del potere globale”, Rubbettino editore, ho cercato di analizzare la transizione epocale raccontata in questo articolo.

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