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AI: metà degli italiani la usa, ma la fiducia crolla su lavoro e salute



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L’indagine Eurispes sul rapporto tra italiani e Intelligenza artificiale mostra una tecnologia ormai entrata nelle pratiche quotidiane, ma ancora lontana da una piena legittimazione sociale. Uso, fiducia e percezioni cambiano in base a età, lavoro e contesti decisionali

Pubblicato il 23 giu 2026

Susanna Fara

Vicepresidente di Eurispes



lingua dei segni e intelligenza artificiale (1) AI proprietaria e foundation models
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L’indagine condotta dall’Eurispes sul rapporto degli italiani con l’Intelligenza artificiale ci pone di fronte ad un quadro complesso, stratificato, che sfugge alle semplificazioni tanto ottimistiche quanto catastrofiste.

L’analisi dei dati restituisce l’immagine di un’Italia sospesa in una fase di transizione, in cui l’Intelligenza artificiale è ormai parte del nostro vivere quotidiano, ma non ha ancora raggiunto un livello di radicamento sociale e culturale tale da poter essere considerata un elemento imprescindibile.

Il rapporto con questa tecnologia appare diffuso ma disomogeneo, segnato da una compresenza di familiarità e distanza, sperimentazione e resistenza, apertura e cautela. Siamo dunque di fronte ad una società che osserva, sperimenta, valuta e lo fa in modo tutt’altro che uniforme, seguendo linee di frattura che rispecchiano divisioni e differenze già esistenti: generazionali, occupazionali, culturali.

Siamo, dunque, dentro ciò che il sociologo Hartmut Rosa descriverebbe come una fase di accelerazione tecnologica non accompagnata da una corrispondente accelerazione culturale: gli strumenti cambiano più rapidamente dei significati che le persone sono in grado di attribuire loro, generando un senso di disorientamento che coesiste, paradossalmente, con l’uso quotidiano degli strumenti stessi.

Leggere i dati prodotti dall’indagine dell’Eurispes significa quindi solo in parte interrogarsi su quante persone usano l’Intelligenza artificiale, concentrando invece l’attenzione su come viene usata, cosa ci si aspetta da essa e, soprattutto, entro quali confini simbolici è attualmente accettata.

AI: uno strumento diffuso ma non consolidato

Il primo risultato da cui non si può prescindere è questo: la metà degli italiani usa l’Intelligenza artificiale (51,8%), ma solo uno su sette la usa con regolarità (14,4%). Il restante 37,4% ne fa un utilizzo saltuario, mentre quasi la metà del campione (48,3%) non vi ricorre affatto. Siamo, in altri termini, davanti a una tecnologia che ha superato la soglia della marginalità, ma che non ha ancora raggiunto un’integrazione stabile nella vita quotidiana.

Il gradiente generazionale è il fenomeno più marcato e probabilmente il più significativo. Tra i giovani dai 18 ai 24 anni, l’Intelligenza artificiale è già una realtà consolidata: l’83,4% la utilizza, con una quota di utilizzatori abituali che sfiora il 45%. Salendo con l’età, le percentuali si invertono progressivamente, fino ad arrivare alle fasce più mature, dove il non utilizzo è nettamente prevalente. Non è solo una questione di familiarità con gli strumenti digitali: conta anche il diverso modo in cui le generazioni si rapportano all’innovazione tecnologica, la integrano nei propri schemi cognitivi e la percepiscono come opportunità o minaccia.

Altrettanto netta è la polarizzazione per condizione occupazionale. Studenti e lavoratori in ingresso nel mercato professionale mostrano i tassi di utilizzo più elevati; pensionati, casalinghi e lavoratori in cassa integrazione si collocano all’estremo opposto. Questa distribuzione suggerisce che l’adozione dell’Intelligenza artificiale non sia separabile dal contesto in cui si vive e si lavora, e che i gruppi già più vulnerabili rispetto alle trasformazioni del mercato del lavoro siano anche quelli più distanti dagli strumenti che potrebbero, almeno potenzialmente, supportarli.

In quale modo viene utilizzata l’Intelligenza artificiale

Tra chi usa l’intelligenza artificiale, le finalità più frequenti rivelano un orientamento spiccatamente pratico. L’81,3% la usa per ottenere informazioni concrete; il 60,5% per lavorare o studiare; il 54% per svago e intrattenimento. Scendendo nella gerarchia degli utilizzi, si incontrano applicazioni più personali: il 41,2% ha chiesto indicazioni di carattere medico o ha provato a fare un’autodiagnosi; il 27,5% ha cercato supporto per decisioni personali; il 21,8% si è servito dell’Intelligenza artificiale per un sostegno di tipo emotivo o psicologico.

Quest’ultimo dato merita una riflessione a parte. Il fatto che quasi un quinto degli utilizzatori si rivolga all’intelligenza artificiale in cerca di conforto o supporto psicologico è un segnale del tempo in cui viviamo e deve spingerci ad interrogarci sul rapporto tra tecnologia e solitudine sociale. È sintomatico che questa tendenza sia particolarmente accentuata tra i più giovani, ovvero proprio tra coloro che si trovano in una fase della vita caratterizzata da instabilità, transizione e costruzione identitaria. La fascia 18-24 anni mostra infatti le percentuali più alte su quasi tutti i parametri, comprese le richieste di tipo medico (53%), i consigli personali (43%) e il sostegno emotivo (33,8%).

Quanto alla tipologia di operazioni svolte, la produzione di testi guida la classifica (70%), seguita dalle traduzioni (63,8%) e da calcoli e stime (57,9%). Più di un utente su due ha creato contenuti multimediali come immagini, video, audio. Rimangono invece circoscritte le applicazioni che implicano una vera integrazione strutturale nei processi lavorativi: solo il 17,9% dichiara di utilizzare l’Intelligenza artificiale per svolgere la maggior parte del proprio lavoro, con uno scarto di oltre trenta punti rispetto alle funzioni più diffuse. Questo divario fotografa bene la distanza tra un utilizzo di supporto, ancora episodico e strumentale, e un uso trasformativo, che ridefinisce i processi anziché limitarsi ad affiancarne alcuni.

Tra opportunità e riserve

Il profilo delle opinioni sull’Intelligenza artificiale è altrettanto sfaccettato. Il consenso più ampio si concentra su due posizioni che, non a caso, sono complementari: il riconoscimento dell’utilità (62,7%) e la richiesta di regolamentazione (62,5%). Gli italiani sembrano indicare l’Intelligenza artificiale come uno strumento valido, ma che non può essere lasciato a se stesso. Apprezzamento e controllo, dunque, non si escludono, anzi, nella percezione comune si implicano a vicenda.

A una certa distanza si colloca l’idea che l’intelligenza artificiale semplificherà la vita (51,1%), mentre il dibattito sul suo impatto sulla creatività risulta praticamente in parità (48,4% favorevoli all’idea che la distrugga, 51,6% contrari). Le preoccupazioni più radicali – il timore di “pentirsi di averla creata” (41,1%) o la paura che “rubi il lavoro” (39,6%) – restano sotto la soglia della metà del campione. L’idea che produca un progresso diffuso in tutti i settori convince solo il 37% degli intervistati, il dato positivo più basso dell’intera rilevazione.

L’impatto sul lavoro: tra incertezza e attesa

Rispetto all’impatto che l’intelligenza artificiale avrà nel loro settore professionale nei prossimi anni, gli intervistati si distribuiscono in modo quasi simmetrico: il 40,8% ritiene che sarà contenuto, il 38,1% lo giudica significativo. Non c’è una visione dominante. C’è, piuttosto, un’incertezza diffusa che non ha ancora trovato una forma definita.

Le fasce centrali del mercato del lavoro (25-34 anni e 35-44 anni) sono quelle che si aspettano i cambiamenti più rilevanti (rispettivamente il 53,4% e il 53,3% prevede un impatto significativo). Le fasce più mature mostrano posizioni più caute. Agli estremi del ciclo lavorativo, la presenza elevata di non lavoratori (i giovani tra i 18 e i 24 anni e gli over 64) riduce la base di chi esprime una valutazione diretta, rendendo più difficile l’interpretazione.

La fiducia: selettiva e condizionata

Il tema della fiducia nei sistemi di Intelligenza artificiale rivela con chiarezza i confini entro cui la tecnologia è oggi accettata. L’unico àmbito in cui prevalgono le valutazioni positive è la produzione di testi (54% di fiducia). In tutti gli altri contesti considerati, la fiducia scende sotto la soglia della maggioranza: nel credito e negli investimenti si ferma al 34,1%; nelle diagnosi mediche al 28,9%; nella selezione del personale crolla al 22,7%, con il 77,3% degli italiani che si dichiara non fiducioso.

Questa gerarchia della fiducia sembra riflettere la percezione del rischio associato alle diverse applicazioni. Tanto più una decisione è importante, tanto meno si è disposti ad affidarla a un sistema automatico.

Alcune brevi conclusioni

Anthony Giddens, nel suo lavoro sulle conseguenze della modernità, aveva mostrato come le società moderne siano strutturalmente attraversate da sistemi esperti, saperi tecnici e tecnologici che le persone utilizzano senza comprenderli davvero, affidando loro porzioni sempre più ampie della propria vita materiale e sociale. L’Intelligenza artificiale radicalizza questa logica: è un sistema esperto di ordine superiore, che non si limita ad applicare conoscenze specialistiche ma simula e, in certi casi, sostituisce processi cognitivi. La fiducia che gli si accorda (o che gli si nega) non può perciò essere ridotta a una semplice variabile psicologica individuale: è un fatto collettivo e sociale, plasmato da posizioni strutturali, esperienze e appartenenze generazionali.

In questo senso, la frattura tra giovani e adulti che attraversa l’intera indagine non è solo una differenza di competenza digitale. Rimanda al concetto di “unità generazionale”: la condivisione di un orizzonte esperienziale comune che produce non solo pratiche simili, ma disposizioni cognitive e affettive verso il mondo. I nativi dell’era digitale non usano l’Intelligenza artificiale diversamente dagli adulti perché sono più abili tecnicamente: la abitano in modo diverso, la incorporano in un sistema di aspettative e di relazioni con il sapere che è strutturalmente differente da quello delle generazioni precedenti.

Il fatto poi che la fiducia verso l’Intelligenza artificiale crolli esattamente nei contesti in cui le decisioni algoritmiche hanno le conseguenze più dirette sulla vita delle persone, come il lavoro, la salute, l’accesso al credito, non è un caso. Il 77,3% degli italiani che non si fida dell’intelligenza artificiale per la selezione del personale sta dicendo qualcosa di preciso: che ci sono decisioni che richiedono attitudini e competenze che l’AI non ha, o non ha ancora acquisito.

Quello che l’indagine presso i cittadini restituisce è, in definitiva, un processo di istituzionalizzazione incompiuto. Ci troviamo di fronte ad una tecnologia che è entrata nelle pratiche, ma non ancora nelle strutture di legittimazione condivisa, che viene usata ma non ancora pienamente giustificata nei termini del senso comune. Non è detto che questo stato di incompiutezza sia transitorio: potrebbe anche rappresentare ancora a lungo una forma stabile di coesistenza, in cui l’Intelligenza artificiale rimane uno strumento potente ma socialmente accettato in perimetri circoscritti e tenuto a distanza dagli ambiti che le persone percepiscono come più intimamente propri.

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