Il Piano Mattei è abitualmente letto come strategia energetica. È una lettura legittima, ma incompleta. Sotto il framework diplomatico si sta in realtà consolidando una piattaforma cyber-fisica che fa dialogare, nello stesso bacino mediterraneo, cavi sottomarini di telecomunicazione, dorsali elettriche in corrente continua, gasdotti riconvertibili a idrogeno e datacenter destinati a diventare snodi dell’AI europea. Lette insieme, e non separatamente, queste infrastrutture definiscono il profilo digitale dell’Italia per il prossimo decennio. È qui che si gioca la parte più importante.
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Piano Mattei, energia e dati nella stessa geografia mediterranea
I flussi di energia e i flussi di dati, nel Mediterraneo, condividono praticamente la stessa geografia di approdo. Le stesse cinque stazioni siciliane — Palermo, Catania, Mazara del Vallo, Pozzallo, Trapani — che fanno terra i gasdotti del Nord Africa e che ospiteranno l’approdo di ElMed, sono anche quelle dove emergono dal fondale oltre venti cavi sottomarini in fibra ottica che trasportano la quota dominante del traffico digitale tra Europa, Africa, Medio Oriente e Asia.
Nei mesi più recenti questa concentrazione è ulteriormente cresciuta: tra fine 2025 e inizio 2026 è entrato in servizio Unitirreno — la dorsale sottomarina realizzata dalla joint venture tra Unidata (33%) e Azimut Libera Impresa SGR tramite il fondo IPC (67%), con investimento complessivo di circa 80 milioni di euro — che collega la Sicilia (approdo a Mazara del Vallo) alla Liguria passando per Fiumicino e Olbia. Lo sbarco finale a Genova è del 4 febbraio 2026.
È il primo sistema opencable del Mediterraneo a 24 coppie di fibre ripetute, ciascuna in grado di trasportare fino a 26 terabit al secondo, per una capacità complessiva superiore ai 600 Tbps — un ordine di grandezza pari a circa venti volte il traffico dati attuale dell’intero continente africano, oggi stimato attorno ai 30 Tbps. Sparkle ha completato l’approdo di BlueMed presso la stazione di Yeroskipos a Cipro. Stanno arrivando ramificazioni di 2Africa, Medusa, e si valuta il progetto Leonardo.
Si tratta di una sovrapposizione tutt’altro che casuale: la stessa posizione geografica che rende l’Italia uno snodo naturale per i flussi energetici la rende uno snodo naturale per i flussi dati. La conseguenza, però, è meno banale: ogni progetto del Piano Mattei sul vettore energetico tocca, fisicamente o quasi, infrastrutture digitali che attraversano lo stesso pezzo di fondale, salgono nelle stesse landing station, alimentano gli stessi nodi di rete. Energia e dati non sono più due strati indipendenti che casualmente convivono nello stesso spazio: stanno diventando un unico sistema cyber-fisico.
I datacenter nel Piano Mattei come snodi di carico digitale
La cifra che descrive meglio l’accelerazione in corso è quella degli investimenti annunciati: oltre 37 miliardi di euro nel settore datacenter italiano nel 2024, di cui 10,1 miliardi già allocati al biennio 2025-2026. Microsoft (4,3 miliardi), AWS (1,2 miliardi), Data4 (2 miliardi) e diversi altri operatori hanno definito i propri impegni; un grande investitore internazionale non ancora ufficialmente identificato ha annunciato 30 miliardi aggiuntivi. Mediterra DataCenters ha completato a marzo 2026 l’acquisizione di Open Hub Med a Carini (Palermo), primo hub carrier-neutral siciliano, mettendo in sicurezza 10 MW di capacità nel quadro di una piattaforma più ampia di sviluppo nel bacino. Sul piano istituzionale, nel novembre 2025 il MIMIT ha varato la Strategia Datacenter Italia hub del Mediterraneo, con l’esplicito obiettivo di rafforzare l’Italia come hub digitale europeo e mediterraneo. Nel 2026 sono entrati in funzione due strumenti finanziari rilevanti: l’IPCEI CIC (Cloud Infrastructure Communication), aperto dal MIMIT il 1° aprile, dedicato a cloud, intelligenza artificiale e infrastrutture di calcolo europee distribuite; e il credito d’imposta ZES Unica che incentiva insediamenti produttivi in Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata, Molise, Puglia e Sardegna.
Per capire perché questo riguardi il Piano Mattei in modo diretto bisogna risalire la catena dei fattori che decidono dove si costruisce un datacenter di nuova generazione.
Energia, latenza e sovranità digitale
Tre variabili dominano: disponibilità di energia elettrica abbondante, stabile e (sempre più spesso) a basse emissioni; latenza di connessione verso i grandi mercati di domanda; cornice normativa di sovranità digitale che dia garanzie giuridiche agli utenti europei. Sulla prima variabile, l’integrazione progressiva della Sicilia nel sistema di importazione di energia rinnovabile nordafricana — via ElMed dal 2028, via SoutH2 Corridor in prospettiva — la rende una delle aree europee strutturalmente più promettenti. Sulla seconda, la convergenza di oltre venti cavi sottomarini la posiziona come punto di latenza minima verso l’Africa, il Medio Oriente e l’Asia. Sulla terza, NIS2 e il perimetro cyber stanno costruendo la cornice giuridica necessaria.
Si capisce qui che il Piano Mattei è in realtà — anche — un piano per l’attrazione di carico digitale ad alta intensità energetica. Un datacenter da 30 MW che si insedia in Sicilia preferenzialmente perché lì arriva l’elettrone solare tunisino è esattamente l’effetto di sistema che l’integrazione strategica fra hub energetico e hub digitale rende possibile. Quando guardiamo a Genova, che sta intanto consolidando il proprio ruolo di nodo alternativo a Marsiglia per le rotte dati Sud-Nord, vediamo lo stesso meccanismo replicarsi nel Tirreno settentrionale. L’AI mediterranea ha bisogno di entrambi: energia e dati. L’Italia è uno dei pochi Paesi europei che può offrirli nello stesso punto di approdo.
La fibra trasforma la piattaforma cyber-fisica in sistema di sensing
C’è un livello tecnologico che incarna in modo particolarmente nitido la convergenza tra dominio energetico e dominio digitale: la tecnologia DAS (Distributed Acoustic Sensing). Il principio è elegante. Un impulso laser viene immesso in un cavo in fibra ottica già posato sul fondale; in ogni punto della fibra le microscopiche imperfezioni del vetro generano backscattering di Rayleigh, ossia una piccola quota di luce che torna indietro verso il punto di partenza. Misurando le variazioni del segnale retrodiffuso lungo la fibra, è possibile rilevare con altissima precisione le deformazioni meccaniche subite dal cavo — vibrazioni, transiti, anomalie — con risoluzione spaziale dell’ordine dei metri e risoluzione temporale del kilohertz, senza interferire con il traffico dati che la fibra continua a veicolare contemporaneamente.
Tradotto in termini di sistema, il DAS trasforma una stessa fibra ottica in due infrastrutture contemporanee: una di telecomunicazione e una di monitoraggio sensoriale distribuito. È una proprietà cyber-fisica nel senso più letterale: lo stesso vetro è simultaneamente vettore di dati e sensore di realtà fisica. In Italia la tecnologia è stata sperimentata con risultati notevoli nel corridoio sottomarino tra Vulcano e Milazzo: utilizzando un cavo TIM di circa 50 chilometri come sensore sismico, l’INGV ha rilevato in un mese oltre 1.400 eventi sismici associabili all’attività vulcanica.
Nel febbraio 2026 INGV e FiberCop hanno siglato un Memorandum d’Intesa per estendere l’uso della rete in fibra al monitoraggio sismico e vulcanico su scala nazionale, con punti di misura ogni 5 metri lungo tratti di “fibra spenta” messi a disposizione dall’operatore e analisi in tempo reale basata su algoritmi di intelligenza artificiale.
Dal monitoraggio sottomarino alla security architecture
Le implicazioni per il Piano Mattei sono dirette. Le stesse dorsali sottomarine che il Piano contribuisce a moltiplicare possono — e in prospettiva dovranno — funzionare come piattaforma di sensing distribuito per il monitoraggio dell’integrità delle infrastrutture critiche del bacino. È un cambio di paradigma che ridefinisce il perimetro tradizionale della sicurezza digitale: non più un confine logico fra rete IT da proteggere e mondo fisico esterno, ma una rete che è simultaneamente IT (trasporta dati) e OT (monitora processi fisici), e che chiede approcci di security architecture capaci di gestire entrambe le dimensioni nello stesso sistema. Una nota tecnica importante: il DAS sposta una parte della superficie sensibile dalla tratta sottomarina ai nodi terrestri di elaborazione del segnale. Migliore visibilità subacquea, maggiore criticità dei punti terrestri di raccolta e processing del dato sensoriale. È una considerazione architetturale che, dal punto di vista della security design, vale tanto quanto la posa fisica del cavo.
ElMed e HVDC portano il Piano Mattei dentro l’IT/OT
Il Piano Mattei porta in Italia, attraverso ElMed, un’altra categoria di asset cyber-fisici di portata sistemica: le stazioni di conversione HVDC. Il progetto, realizzato da Terna e dall’omologa tunisina Steg, prevede 600 megawatt di potenza in corrente continua a 500 kilovolt su 220 chilometri di tracciato, 200 dei quali sottomarini nel Canale di Sicilia. L’entrata in esercizio è prevista per fine 2028. Si tratta della prima interconnessione elettrica diretta tra Europa continentale e continente africano.
Dal punto di vista digitale, l’aspetto più rilevante non è il cavo in sé ma le due stazioni di conversione agli estremi. Sono impianti che convertono l’AC del sistema elettrico nazionale in DC.
Per il trasporto sottomarino — operazione necessaria perché due reti AC asincrone, come quella italiana sincrona col blocco continentale europeo e quella tunisina sincrona col Maghreb, non possono essere collegate direttamente. Tecnologicamente, una stazione di conversione moderna è prima di tutto un sistema digitale: la conversione AC/DC è gestita da convertitori a IGBT controllati in tempo reale da algoritmi di modulazione di larghezza di impulso (PWM), che a loro volta si appoggiano su sistemi SCADA di supervisione, sensori distribuiti, sistemi di comunicazione fra le due stazioni per coordinare la potenza scambiata istante per istante.
La conseguenza pratica è che ElMed entrerà in esercizio come un asset profondamente IT/OT, dove la dimensione cyber non è un layer aggiuntivo ma una componente costitutiva del funzionamento.
La stessa logica vale per i terminali GNL, i sistemi di gestione delle Hydrogen Valley, le piattaforme di controllo della rete del SoutH2 Corridor. Ognuna di queste infrastrutture, per funzionare, ha bisogno di sistemi ICS/OT (Industrial Control Systems / Operational Technology): SCADA, PLC, HMI, sensori, attuatori, reti di comunicazione industriale. È esattamente il perimetro che le nuove direttive europee — NIS2 e CER — hanno portato al centro della regolazione.
NIS2 e CER nella convergenza cyber-fisica del Piano Mattei
A definire la cornice giuridica della convergenza energia-digitale ci stanno pensando, dal 2024, due direttive europee complementari, recepite quasi in parallelo dal legislatore italiano. La prima è la Direttiva (UE) 2022/2555 — la NIS2 — recepita con il Decreto Legislativo 138/2024 e dedicata alla cybersicurezza. La seconda è la Direttiva (UE) 2022/2557 — la CER, Critical Entities Resilience — recepita con il Decreto Legislativo 4 settembre 2024, n. 134, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 23 settembre 2024 ed entrato in vigore l’8 ottobre 2024. Le due direttive sono state pensate dal legislatore europeo come coppia speculare: NIS2 copre la resilienza cyber dei soggetti essenziali; CER copre la resilienza fisica e organizzativa degli stessi soggetti. Insieme definiscono il perimetro completo della convergenza IT/OT.
NIS2 è il pilastro cyber. NIS2 non è una normativa di IT security tradizionale: è esplicitamente costruita per coprire la convergenza IT/OT, e quindi proprio gli ambienti in cui il Piano Mattei sta moltiplicando asset. Una stazione di conversione HVDC, un’unità FSRU di rigassificazione, un nodo di una Hydrogen Valley, una landing station di un cavo sottomarino sono tutti oggetti che oggi non possono più essere progettati e gestiti come “sistemi industriali” da una parte e “sistemi informativi” dall’altra. Sono unità cyber-fisiche, e il quadro regolatorio europeo lo ha finalmente certificato.
CER è il pilastro fisico-organizzativo. Sostituisce la vecchia Direttiva 2008/114/CE e introduce un cambio di paradigma rilevante: il concetto di “infrastruttura critica europea” è sostituito da quello di soggetto critico nazionale. Il D.Lgs. 134/2024 copre i settori di energia, trasporti, banche, mercati finanziari, salute, acqua potabile, acque reflue, infrastrutture digitali, pubblica amministrazione, spazio, produzione/trasformazione/distribuzione di alimenti, ai quali l’Italia ha aggiunto un settore ulteriore.
Standard e supply chain per l’hub digitale-energetico mediterraneo
C’è infine un livello che è il più strutturante di tutti, e il meno visibile: quello degli standard tecnologici e dei protocolli di interoperabilità che governeranno il funzionamento congiunto di tutte queste infrastrutture. Un hub digitale-energetico mediterraneo che integra ElMed, SoutH2 Corridor, dorsali GNL, cavi BlueMed/Unitirreno/2Africa e datacenter hyperscale ha bisogno di un quadro armonizzato: standard di tensione e frequenza per gli scambi elettrici transfrontalieri, specifiche di qualità per l’idrogeno, protocolli di certificazione per le tratte di gasdotto riconvertite, standard di interoperabilità per i sistemi di sensing distribuito, framework cyber per la supply chain IT/OT. NIS2 e CER hanno aggiunto su questo livello una dimensione ulteriore: la responsabilità sulla supply chain. L’organizzazione regolata non risponde più solo della propria postura — cyber per NIS2, fisica per CER — ma anche dei fornitori rilevanti: produttori di apparati, integratori, gestori di servizi cloud, fornitori di componenti per stazioni di conversione e sistemi SCADA, partner industriali della filiera. È un cambio di paradigma che ridefinisce le scelte industriali: l’origine geografica e la trustworthiness dei componenti tecnologici diventa un parametro di compliance regolatoria, non più solo una scelta commerciale.
Su questo livello — quello degli standard e della supply chain — l’Italia sta giocando una partita di posizionamento di lunghissimo periodo. Il fatto che gli accordi del Piano Mattei coinvolgano operatori tecnici nazionali (Terna, Snam, Sparkle, gli operatori italiani della filiera componentistica) significa che gli standard tecnologici che si imporranno sui corridoi mediterranei saranno largamente derivati dall’esperienza europea e italiana. È un dato tecnico ma con implicazioni industriali a vent’anni: chi definisce lo standard del nodo definisce il mercato dei componenti che lo alimentano.
La traiettoria del Piano Mattei come piattaforma del Mediterraneo
A diciotto mesi dal lancio del Piano Mattei, e nel quadro di un’accelerazione del ciclo decisionale internazionale che il 2026 ha sostanzialmente imposto, l’immagine d’insieme che emerge è netta. Il Piano Mattei è stato presentato come strategia energetica, ma sul terreno sta consolidando qualcosa di più ampio: una piattaforma cyber-fisica che integra elettroni, molecole e bit nello stesso spazio infrastrutturale, con NIS2 e CER a fare da doppia cornice regolatoria, DAS e tecnologie di sensing distribuito a fare da sistema nervoso, datacenter hyperscale a fare da nodo di carico, ElMed e SoutH2 a fare da arterie energetiche.
Il decennio 2026-2036 è quello in cui le scelte tecnologiche prese oggi diventeranno irreversibili — colate nel cemento delle stazioni di conversione, nei gasdotti riconvertiti, nei tracciati dei nuovi cavi dati, nei silos dei datacenter siciliani. È sulle scelte di architettura digitale di questo decennio, almeno tanto quanto su quelle di architettura energetica, che si misurerà la solidità del Piano.
Energia, dati e sicurezza non sono più tre strati separati. Sono lo stesso sistema, e vanno progettati come tali.
Questo articolo rielabora, in chiave di convergenza energia-digitale, alcuni dei temi sviluppati nel rapporto CISINT/OSSISNa n. 26 del maggio 2025 dal titolo Il Piano Mattei e il ruolo dell’Italia come Hub Energetico. Le opinioni espresse sono dell’autore a titolo personale, nell’ambito della sua attività di ricerca, e non riflettono posizioni di enti o organizzazioni di appartenenza.


















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