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NIS2, le imprese italiane alla prova della vera cyber resilience



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La direttiva NIS2 impone alle imprese italiane un salto di qualità nella cybersecurity. Molte aziende hanno avviato percorsi di adeguamento, ma governance debole, formazione discontinua, controlli incompleti e gestione del rischio ancora poco strutturata rendono la compliance una sfida concreta

Pubblicato il 8 lug 2026

Samuele Zaniboni

Manager of Sales Engineering di ESET Italia



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Con l’entrata in piena operatività della direttiva NIS2, il sistema produttivo italiano si trova davanti a una trasformazione profonda: non più una cybersecurity “di facciata”, ma un modello strutturato, continuo e misurabile. Eppure, al di là delle dichiarazioni di intenti, il livello reale di maturità delle imprese appare ancora disomogeneo, con progressi significativi affiancati da ritardi e fraintendimenti che rischiano di pesare nel breve periodo.

Le più recenti rilevazioni indicano che circa il 60% delle aziende italiane ha avviato un percorso di adeguamento alla normativa. Si tratta di un dato incoraggiante, che segnala una presa di coscienza diffusa sull’importanza della sicurezza informatica e sugli obblighi imposti dal nuovo quadro europeo. Tuttavia, scavando sotto la superficie, emerge una realtà più complessa: molte di queste iniziative restano parziali, non pienamente integrate nei processi aziendali o prive di una visione strategica.

In numerosi casi, infatti, le imprese si sono limitate ad avviare progetti preliminari – analisi dei rischi, definizione di policy, introduzione di strumenti tecnologici – senza però completarli o renderli realmente operativi. Il risultato è una compliance “incompleta”, che rischia di non soddisfare i requisiti normativi pur dando l’impressione di essere sulla strada giusta.

Governance debole e rischio cyber ancora poco strutturato

Uno dei nodi principali riguarda la governance. La NIS2 introduce una responsabilità diretta del management, imponendo un coinvolgimento attivo dei vertici aziendali. Eppure, proprio a questo livello si registrano alcune delle lacune più rilevanti: la comprensione dei requisiti normativi è spesso superficiale, e la cybersecurity continua a essere percepita come un tema tecnico, delegato all’IT, piuttosto che come un elemento strategico di business. Questa sottovalutazione si riflette anche nella gestione del rischio cyber.

Molte organizzazioni hanno avviato attività di assessment, ma poche dispongono oggi di un sistema strutturato, continuo e documentato, in linea con quanto richiesto dalla direttiva. Mancano processi consolidati di monitoraggio, revisione e miglioramento, elementi essenziali per dimostrare la conformità e, soprattutto, per garantire una reale resilienza operativa.

Formazione e controlli: i grandi assenti della compliance

Non meno critico è il tema della formazione. Sebbene molte aziende abbiano introdotto programmi di training, questi risultano spesso sporadici o non allineati agli standard richiesti.

La NIS2, invece, richiede un approccio sistematico, che coinvolga non solo il personale tecnico ma tutta l’organizzazione, inclusi i livelli apicali. Un ulteriore punto debole riguarda l’assenza di processi di audit e controllo continuativo. Senza un sistema di verifica strutturato, le misure adottate rischiano di rimanere sulla carta, senza un reale impatto sulla sicurezza aziendale.

Questo aspetto diventa ancora più rilevante alla luce delle scadenze imminenti: dal 1° gennaio 2026 è già obbligatoria la notifica degli incidenti significativi all’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, mentre entro ottobre 2026 le aziende dovranno dimostrare l’adozione di misure tecniche e organizzative adeguate.

Scadenze, sanzioni e un’Italia a due velocità

Le sanzioni e le attività di verifica, già avviate o in procinto di partire, rappresentano un ulteriore elemento di pressione. Il rischio non è solo economico, ma anche reputazionale: essere considerati non conformi può avere conseguenze rilevanti nei rapporti con clienti, partner e stakeholder.

Il quadro, inoltre, non è uniforme tra i diversi settori. Le realtà già abituate a operare in contesti regolamentati, come il comparto bancario, finanziario e i servizi ICT, mostrano livelli di maturità più elevati. Al contrario, ambiti come la pubblica amministrazione, il retail e i servizi locali evidenziano ritardi significativi, sia in termini di investimenti sia di cultura della sicurezza.

Dalla compliance alla resilienza: il ruolo della governance

In questo scenario, il passaggio dalla compliance formale a una gestione concreta e continua del rischio diventa il vero banco di prova. È qui che entra in gioco il ruolo delle soluzioni tecnologiche e dei partner specializzati, chiamati a supportare le imprese non solo nell’adeguamento normativo, ma nella costruzione di un modello di sicurezza sostenibile nel tempo.

Le imprese devono puntare su un approccio integrato che combini conformità normativa e resilienza operativa. Il primo pilastro riguarda la gestione del rischio e la protezione preventiva, attraverso piattaforme centralizzate, strumenti di rilevazione avanzata e soluzioni per la gestione delle vulnerabilità e la protezione dei dati. L’obiettivo è ridurre la superficie di attacco e garantire controlli tecnici adeguati, in linea con le richieste della NIS2. Serve poi dotarsi della capacità di rilevare e gestire gli incidenti in modo tempestivo.

La direttiva impone tempi stringenti – 24 ore per il primo avviso, 72 per la notifica completa – che richiedono un monitoraggio continuo e competenze specialistiche. In questo ambito, i servizi di Managed Detection & Response e i modelli SOC-as-a-Service consentono anche alle organizzazioni meno strutturate di accedere a capacità avanzate di analisi, investigazione e risposta agli attacchi.

Un aspetto sempre più cruciale è poi la sicurezza della supply chain. Le aziende non possono più limitarsi a proteggere il proprio perimetro, ma devono estendere le valutazioni di rischio ai fornitori critici, identificando vulnerabilità e garantendo livelli minimi di sicurezza lungo tutta la filiera. Le soluzioni dedicate alla protezione di server, ambienti cloud e infrastrutture condivise diventano quindi elementi imprescindibili. Infine, la dimensione della governance e della consapevolezza rappresenta il collante dell’intero sistema.

La tecnologia, da sola, non basta: serve un cambiamento culturale, che porti il management a integrare la cybersecurity nelle decisioni strategiche e nei processi aziendali. In questo senso, il supporto alla compliance non si limita alla fornitura di strumenti, ma include accompagnamento, formazione e costruzione di modelli organizzativi efficaci.

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