Quasi tutti i mestieri prevedono un “interruttore”, un momento in cui la giornata si chiude, che sia una porta chiusa o una saracinesca abbassata, e con quel gesto si può tornare a essere altro, magari seduti sul divano senza pensare al lavoro. Per una fascia sempre più ampia di chi lavora nel digitale quel gesto sta smettendo di esistere. Lo spazio in cui si lavora coincide con quello in cui potremmo svagarci, informarci o tenere vivi gli affetti.
Una volta l’interruttore che spegneva la giornata lavorativa era lo stesso che accendeva la serata, il tempo libero e la vita privata. Oggi quell’interruttore non si trova più. Non sono uno psicologo e parlo per quello che vedo. La tecnologia ormai è dentro i confini del nostro tempo e li ha sfumati, e noi la viviamo con la disinvoltura dei Sonnambuli Digitali, perché scambiamo la padronanza tecnica di uno strumento con la capacità di sapere quando posarlo.
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Burnout social media manager: quando lavoro e svago coincidono
Chi si occupa di social per mestiere si potrebbe riconoscere subito in questo preambolo, perché sa che la stessa applicazione che a metà mattina è ufficio, nel pomeriggio diventa vetrina professionale e alla sera si trasforma nel luogo in cui ci si distrae, si leggono le notizie e si guarda cosa fanno gli amici, senza che da nessuna parte esista una linea capace di separare un momento dall’altro. Mentre leggiamo un DM, diamo un’occhiata alla pagina di un cliente o pensiamo al prossimo reel.
Non è una sensazione vaga, perché il fenomeno comincia a emergere con una certa nitidezza anche dai numeri.
I dati sul burnout tra professionisti dei social
Secondo il Social Media Well-being Report che Metricool ha pubblicato nel 2026 raccogliendo le risposte di oltre mille professionisti dei social tra freelance, agenzie e piccole imprese, il 44% dichiara di non riuscire a staccare davvero quando l’orario di lavoro è finito e il 73% si trova a lavorare abitualmente oltre quell’orario, al punto che per questa categoria il fuori orario ha smesso da tempo di essere un’eccezione.
Una rilevazione di Sprout Social si muove nella stessa direzione e descrive oltre quattro professionisti su dieci che vorrebbero abbandonare il settore entro due anni, una cifra che pesa parecchio se si considera quanta esperienza e quanta conoscenza vadano perse ogni volta che una di queste persone se ne va.
Perché il lavoro sui social non trova un confine
Ciò che rende questo lavoro diverso da tanti altri altrettanto faticosi è che la fonte della stanchezza non si può lasciare sul banco di lavoro alla fine del turno, perché vive ovunque e coincide con gli oggetti e le abitudini della giornata. A complicare le cose c’è il fatto che per chi cura un profilo la giornata non finisce quasi mai a un’ora stabilita, dato che un commento da gestire, una piccola crisi da spegnere o una tendenza destinata a sgonfiarsi entro il mattino successivo possono presentarsi di domenica, durante le ferie o a tarda notte, e voltarsi dall’altra parte a volte comporta un prezzo in visibilità e in risultati.
Chi fa certi tipi di mestieri, a fine giornata, può almeno allontanarsi da ciò che lo ha stancato, mentre qui la distanza tra il riposare e il continuare a cercare idee per il giorno dopo si assottiglia fino a scomparire.
Sarebbe comodo liquidare tutto questo come un problema di abitudini personali, di tempo davanti agli schermi da contenere con un po’ di disciplina o con qualche giornata di blackout nel fine settimana, e invece la questione riguarda il modo in cui questi ruoli sono organizzati e la cultura che li circonda.
Social media manager tra algoritmi, FOMO e stress cronico
Chi gestisce i social si ritrova spesso in una posizione dai contorni indefiniti, in cui strategia, creatività, relazione con il pubblico e gestione delle emergenze convivono nella stessa giornata e troppo spesso nella stessa notte, tanto che lo stesso report di Metricool segnala come tre professionisti su quattro si sentano costretti a indossare troppi ruoli contemporaneamente e come quasi la metà abbia preso in considerazione l’idea di lasciare a causa dello stress.
Che gli algoritmi delle piattaforme tendano a premiare la presenza costante e i contenuti freschi non aiuta, perché ogni pausa rischia di tradursi in meno visibilità, e così la pressione a non staccare mai finisce per essere rinforzata dallo stesso meccanismo che dovrebbe valorizzare il lavoro fatto bene.
Fare un passo indietro, in un contesto simile, diventa difficile proprio perché il tempo trascorso lontano dalle piattaforme si riflette sui numeri con cui quel lavoro viene giudicato, che sia giusto o meno, oppure si schianta nell’effetto FOMO latente in, credo, ognuno di noi.
Quello che osservo è una forma di logoramento che nasce da come questo lavoro si estende nel tempo e si mescola alla vita, ciò che il linguaggio corrente chiama burnout e che la stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha classificato come fenomeno occupazionale già nel 2019, riconducendolo allo stress cronico del lavoro più che alla fragilità di chi lo svolge.
Automazione e AI non risolvono il burnout social
La risposta che il settore propone di fronte a tutto questo è quasi sempre tecnologica, fatta di piattaforme che programmano i contenuti con settimane di anticipo e di sistemi di intelligenza artificiale capaci di preparare bozze, didascalie e report, strumenti che trovo utili e che utilizzo anch’io, ma con un equivoco di fondo, perché nessuna automazione riesce a restituire un confine che si è già perso.
Si possono programmare i post con largo anticipo, ma resta impossibile programmare il diritto a non pensarci, e come ho già raccontato in un precedente articolo qui su Agenda Digitale il tempo che gli strumenti ci liberano quasi mai torna alla nostra vita, perché lo trattiamo come spazio vuoto da riempire il prima possibile con altro lavoro.
La voce umana che resta sulle piattaforme
C’è poi un paradosso ulteriore, perché affidare troppo alla macchina rischia di togliere quella voce umana che è la ragione per cui una trovata funziona sui social, così che chi cura i profili si sente spinto a restare presente in prima persona ancora di più, anche quando potrebbe delegare. Vale insomma lo stesso meccanismo del tempo riassorbito, con un’aggravante, visto che l’aspettativa di essere sempre sul pezzo, invece di attenuarsi, tende a rafforzarsi nel momento in cui anche le macchine sembrano lavorare a ogni ora del giorno e della notte.
Diritto alla disconnessione per chi lavora sui social
A questo punto c’è chi obietta che dovrebbe pensarci il diritto alla disconnessione, e in effetti in Italia un riferimento esiste, perché la Legge 81 del 2017 sul lavoro agile richiama le misure tecniche e organizzative necessarie ad assicurare la disconnessione del lavoratore dalle strumentazioni di lavoro, salvo poi affidarne la sostanza agli accordi tra le parti e non qualificarla espressamente come un diritto, a differenza della Francia, che già dal 2017 obbliga le imprese sopra una certa soglia a negoziare le regole d’uso degli strumenti digitali fuori dall’orario.
Autonomi e freelance fuori dal perimetro
Quella norma italiana, oltretutto, è stata pensata per il lavoro agile dei dipendenti, mentre lascia in buona parte fuori dal proprio raggio chi è allo stesso tempo produttore e consumatore dello stesso flusso e chi opera da freelance, una condizione molto diffusa tra chi gestisce i social.
Qualcosa potrebbe cambiare con il disegno di legge presentato in Senato il 6 novembre 2024, che prova a riconoscere la disconnessione come diritto per tutti i lavoratori e non soltanto per quelli agili, estendendone le tutele anche ad autonomi e professionisti e fissando un periodo minimo di dodici ore consecutive di stacco dopo la fine del turno, segno di quanto sia ormai necessario scrivere in una legge ciò che un tempo era semplicemente la fine di una giornata.
Contro il burnout social serve una cultura della disconnessione
Il nodo, allora, sta più nella cultura che nelle norme, e riguarda tutti noi che abitiamo lo spazio digitale, perché finché la reperibilità totale continuerà a essere letta come una forma di dedizione, tanto da parte di chi commissiona un lavoro quanto da parte di chi lo porta a termine, quell’interruttore continuerà a mancare a chiunque, a prescindere da quante ore di disconnessione una legge riuscirà a garantire sulla carta.
Una cultura digitale matura si misura sulla capacità di riconoscere quando è arrivato il momento di fermarsi, molto più che sulla quantità di lavoro che riesce a comprimere dentro una giornata, e forse il modo più sincero di prendersi cura delle persone che tengono accesi i profili degli altri è ricordare, prima ancora che lo facciano loro, che anche una giornata trascorsa dentro uno schermo ha diritto a finire.














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