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Educare i figli nell’era dell’AI: consigli utili



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Chatbot, tutor digitali e giocattoli intelligenti stanno entrando nella vita dei bambini. Nel libro Human Raised, la neuroscienziata Dana Suskind propone due framework per aiutare genitori ed educatori a usare l’intelligenza artificiale senza compromettere ciò che le neuroscienze indicano come essenziale per lo sviluppo: la relazione umana

Pubblicato il 6 lug 2026

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu



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L’intelligenza artificiale sta entrando rapidamente anche nell’universo dell’infanzia. Non solo ChatGPT, Gemini o Claude, ma assistenti vocali, tutor personalizzati, robot educativi, libri interattivi e giocattoli conversazionali promettono di rendere l’apprendimento più efficace e la vita dei genitori più semplice. La prossima frontiera sarà quella degli agenti AI, capaci di accompagnare i bambini nello studio, nel gioco e persino nella conversazione quotidiana.

Ma quale spazio occuperanno questi nuovi strumenti nella crescita dei bambini? Possono rafforzare il ruolo dei genitori oppure finiranno, almeno in parte, per sostituirlo?

È il tema affrontato da Dana Suskind, docente dell’Università di Chicago, chirurga pediatrica e tra le maggiori studiose dello sviluppo infantile, nel nuovo libro Human Raised: Nurturing Connection, Curiosity and Lifelong Learning in the Age of AI. La sua posizione è distante tanto dall’entusiasmo acritico quanto dal rifiuto della tecnologia: l’AI può rappresentare una straordinaria opportunità, purché rimanga uno strumento al servizio delle relazioni umane e non il loro sostituto.

Can AI raise children? Prof. Dana Suskind speaks out | Between the Lines

Non è una posizione ideologica. Al contrario, nasce da oltre vent’anni di studi sullo sviluppo cerebrale nei primi anni di vita e si inserisce in una letteratura scientifica ormai consolidata. L’obiettivo non è rallentare l’innovazione, ma evitare che la ricerca dell’efficienza porti a delegare alle macchine alcune delle esperienze che contribuiscono maggiormente alla costruzione del cervello umano.

Le neuroscienze: il cervello cresce attraverso le relazioni, non solo attraverso le informazioni

Il punto di partenza del libro è una constatazione ormai ampiamente condivisa nelle neuroscienze dello sviluppo: nei primi anni di vita il cervello non si sviluppa semplicemente ricevendo informazioni, ma attraverso migliaia di interazioni reciproche con gli adulti di riferimento.

Il Center on the Developing Child dell’Università di Harvard definisce questo processo serve and return: il bambino “serve” uno stimolo – uno sguardo, un gesto, una vocalizzazione – e l’adulto risponde. È questa reciprocità, fatta di attenzione condivisa, linguaggio, emozioni e gioco, a costruire progressivamente le reti neurali responsabili dell’apprendimento, dell’autoregolazione e delle funzioni esecutive.

È una prospettiva che cambia completamente il dibattito sull’AI. La domanda non è tanto quante ore un bambino trascorra davanti a uno schermo, ma se quella tecnologia aumenti oppure riduca le interazioni umane che favoriscono il suo sviluppo.

Anche le ricerche della neuroscienziata Patricia Kuhl vanno nella stessa direzione. I suoi studi hanno mostrato che i bambini molto piccoli apprendono nuovi fonemi di una lingua straniera quando interagiscono con una persona reale, mentre ottengono risultati nettamente inferiori se esposti agli stessi contenuti attraverso video registrati. Non è soltanto il contenuto a fare la differenza, ma la qualità della relazione.

Il framework HOPE: quattro principi per educare i figli nell’era dell’intelligenza artificiale

Per aiutare le famiglie, Suskind sintetizza la propria visione nel framework HOPE, quattro principi destinati a rimanere validi anche mentre le tecnologie continueranno a evolversi.

H: Human connection is irreplaceable

La connessione umana è insostituibile.

È il cuore del libro. Conversazioni spontanee, lettura condivisa, gioco libero, contatto visivo e attenzione reciproca non rappresentano semplicemente momenti affettivi: costituiscono il principale motore dello sviluppo cognitivo.

L’AI può suggerire storie, proporre attività educative o aiutare un genitore a rispondere alle domande del figlio, ma non può sostituire ciò che accade durante una conversazione autentica tra due persone.

Questa distinzione assume ancora più valore se si considera che l’intelligenza artificiale è la prima tecnologia capace di simulare una relazione. Proprio questa capacità rende necessario interrogarsi continuamente su quale ruolo debba avere nella vita dei bambini.

O: Own your imperfections

Accettare le proprie imperfezioni.

L’AI promette spesso di rendere tutto più efficiente e più preciso. Anche la genitorialità rischia così di trasformarsi nella ricerca della risposta perfetta o dell’attività educativa ottimale.

Suskind invita invece a non inseguire questa illusione. I bambini imparano anche dagli errori degli adulti, dalle pause, dalle esitazioni, dalle conversazioni improvvisate. L’imperfezione è parte integrante dell’apprendimento umano.

P: Protect the early years

Proteggere i primi anni di vita.

È nella prima infanzia che il cervello manifesta la massima plasticità. Per questo l’autrice invita a particolare prudenza nell’introdurre sistemi di AI destinati a interagire direttamente con i bambini più piccoli.

La letteratura sul cosiddetto social buffering, sviluppata tra gli altri dalla psicologa Megan Gunnar, mostra come la presenza di un adulto responsivo riduca lo stress e favorisca lo sviluppo cognitivo ed emotivo. Anche un chatbot estremamente sofisticato non produce gli stessi effetti neurobiologici.

Proteggere i primi anni non significa quindi escludere la tecnologia, ma impedire che sostituisca quelle esperienze relazionali che risultano decisive per lo sviluppo.

E: Enhance, don’t replace

Migliorare, non sostituire.

È probabilmente il messaggio più importante del libro.

L’AI dovrebbe aumentare le capacità educative dei genitori, non prenderne il posto. Può suggerire giochi, costruire racconti personalizzati, aiutare a trovare materiali didattici, organizzare attività o liberare tempo dalle incombenze quotidiane.

Diventa invece problematica quando sostituisce stabilmente il dialogo, la lettura condivisa o il gioco tra adulto e bambino.

Anche gli studi di Adele Diamond sullo sviluppo delle funzioni esecutive mostrano che memoria di lavoro, autocontrollo e flessibilità cognitiva si costruiscono soprattutto attraverso attività collaborative, gioco simbolico e interazioni sociali. L’apprendimento non nasce semplicemente dal ricevere risposte corrette.

DETECT: una checklist per scegliere gli strumenti di AI destinati ai bambini

Il secondo framework proposto da Suskind è ancora più operativo.

Si chiama DETECT e rappresenta una sorta di checklist che ogni genitore dovrebbe utilizzare prima di introdurre un nuovo strumento di AI nella vita del figlio.

D – Design

Per quale problema è stato progettato?

Aiuta il genitore oppure cerca di sostituirlo? Rafforza una relazione già esistente oppure propone un rapporto diretto e continuativo tra bambino e macchina?

E – Ethical training

Come è stato addestrato?

Da quali dati provengono le conoscenze del modello? Esistono controlli indipendenti? Sono state adottate particolari tutele per gli utenti minorenni?

T – Troubles

Sono già emersi effetti indesiderati?

Esistono segnalazioni relative a dipendenza, isolamento sociale, problemi psicologici o altri effetti negativi? L’azienda monitora questi aspetti?

E – Evidence

Quali prove scientifiche supportano le promesse?

Molti prodotti educativi utilizzano oggi l’intelligenza artificiale come potente argomento di marketing. Suskind invita invece a cercare studi indipendenti che dimostrino benefici concreti sull’apprendimento e sullo sviluppo.

C – Confidentiality

Come vengono gestiti i dati?

Conversazioni, immagini, preferenze e comportamenti dei bambini costituiscono informazioni estremamente sensibili. Privacy e sicurezza non possono rappresentare un aspetto secondario.

T – Teaching values

Quali valori trasmette?

Ogni tecnologia educativa incorpora una certa idea di apprendimento e di relazione. Anche un chatbot, attraverso il modo in cui dialoga con il bambino, trasmette implicitamente valori e modelli comportamentali.

L’AI può rafforzare la genitorialità, ma non sostituirla

Uno degli aspetti più interessanti del libro è proprio il rifiuto di una contrapposizione tra AI e relazioni umane.

Suskind non propone divieti generalizzati. Immagina piuttosto un’intelligenza artificiale capace di rendere i genitori più presenti, non meno necessari. Un assistente che suggerisce attività educative, costruisce una storia personalizzata o libera tempo da incombenze organizzative può diventare un alleato della relazione familiare.

Questa visione dialoga con le riflessioni della sociologa Sherry Turkle sulle cosiddette relational technologies. Da anni Turkle mette in guardia dal rischio di attribuire a robot e chatbot funzioni emotive che appartengono alle relazioni umane. Il problema non è la macchina, ma la tentazione di affidarle bisogni di ascolto, compagnia o crescita personale.

Il dibattito più recente sull’AI: il rischio del “cognitive offloading”

Le riflessioni di Suskind acquistano ancora più forza se lette alla luce delle ricerche più recenti sull’intelligenza artificiale generativa. Negli ultimi mesi diversi gruppi di ricerca, tra cui MIT Media Lab, Microsoft Research e Carnegie Mellon University, hanno iniziato a studiare come l’uso frequente dei chatbot possa modificare i processi cognitivi degli adulti.

Il tema è quello del cognitive offloading, cioè la tendenza a delegare alla tecnologia attività mentali come ricordare informazioni, pianificare, scrivere o risolvere problemi. Delegare alcune funzioni può aumentare la produttività, ma diversi ricercatori sottolineano il rischio che, in assenza di un uso consapevole, diminuiscano l’impegno cognitivo, il pensiero critico e la capacità di elaborare autonomamente le informazioni.

Si tratta di studi ancora in evoluzione e che riguardano soprattutto adulti e studenti universitari. Tuttavia pongono una domanda destinata a diventare centrale anche per l’infanzia: se l’AI modifica il modo in cui gli adulti pensano e apprendono, quali effetti potrebbe avere su un cervello ancora in pieno sviluppo?

È proprio qui che il messaggio di Suskind assume un valore più generale.

Bisogna evitare che l’AI diventi una scorciatoia cognitiva o relazionale. Come la calcolatrice non ha eliminato la necessità di comprendere la matematica, così l’AI non dovrebbe eliminare la necessità di conversare, immaginare, negoziare, annoiarsi, sbagliare e costruire relazioni.

Una sfida che riguarda anche scuola e politiche pubbliche

Le riflessioni di Suskind vanno oltre la dimensione familiare. Se l’AI diventerà una presenza stabile nell’educazione, anche scuole, piattaforme digitali e decisori pubblici dovranno interrogarsi su come progettare strumenti che rafforzino, anziché erodere, le relazioni educative.

In questa prospettiva, HOPE e DETECT possono essere letti non soltanto come consigli per i genitori, ma come principi di progettazione per un’intelligenza artificiale realmente human-centric. Una direzione coerente anche con l’approccio dell’AI Act europeo, che pone la tutela delle persone e dei loro diritti fondamentali al centro dello sviluppo tecnologico.

Dovremo studiare molto, come genitori, nei prossimi anni. Per capire l’AI e quale sia la via migliore per usarla con i nostri figli, evitando gli errori. Ma ci deve essere anche la responsabilità di produttori e legislatori, perché le tecnologie siano progettate per rendere più ricca la relazione educativa invece di impoverirla.

Bibliografia

  • SUSKIND, Dana (2026), Human Raised: Nurturing Connection, Curiosity and Lifelong Learning in the Age of AI, Viking.
  • CENTER ON THE DEVELOPING CHILD, HARVARD UNIVERSITY (2004-2024), Serve and Return Interaction Shapes Brain Circuitry. Raccolta di studi e materiali sul ruolo delle interazioni precoci nello sviluppo cerebrale.
  • SHONKOFF, Jack P.; PHILLIPS, Deborah A. (a cura di) (2000), From Neurons to Neighborhoods: The Science of Early Childhood Development, National Academies Press.
  • KUHL, Patricia K. (2004), “Early Language Acquisition: Cracking the Speech Code”, Nature Reviews Neuroscience, 5, pp. 831-843.
  • KUHL, Patricia K.; TSAO, Feng-Ming; LIU, Huei-Mei (2003), “Foreign-language Experience in Infancy: Effects of Short-term Exposure and Social Interaction on Phonetic Learning”, Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), 100(15), pp. 9096-9101.
  • DIAMOND, Adele (2013), “Executive Functions”, Annual Review of Psychology, 64, pp. 135-168.
  • GUNNAR, Megan R.; HOSTINAR, Camelia (2015), “The Social Buffering of the Hypothalamic-Pituitary-Adrenocortical Axis in Humans: Developmental and Experiential Determinants”, Social Neuroscience, 10(5), pp. 479-488.
  • TURKLE, Sherry (2011), Alone Together: Why We Expect More from Technology and Less from Each Other, Basic Books.
  • TURKLE, Sherry (2015), Reclaiming Conversation: The Power of Talk in a Digital Age, Penguin Press.
  • WORLD HEALTH ORGANIZATION (WHO) (2019), Guidelines on Physical Activity, Sedentary Behaviour and Sleep for Children Under 5 Years of Age.
  • AMERICAN ACADEMY OF PEDIATRICS (2016, aggiornamenti successivi), Media and Young Minds, Pediatrics.

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