nuovi divari digitali

Rapporto ONU sull’IA: colonialismo digitale e nuova geografia del potere



Indirizzo copiato

Con il 75% della potenza di calcolo dei supercomputer mondiali concentrato negli Usa e il 15% in Cina, il resto del pianeta rischia di ridursi a una colonia digitale. L’ultimo rapporto del panel scientifico dell’ONU squarcia il velo sulla retorica della democratizzazione dell’IA, denunciando un divario infrastrutturale e geopolitico insostenibile

Pubblicato il 6 lug 2026

Marco Martorana

avvocato, studio legale Martorana, Presidente Assodata, DPO Certificato UNI 11697:2017



shutterstock_2549885849 (1)
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti


Per lungo tempo, la narrativa egemone promossa dai giganti tecnologici della Silicon Valley e ripresa acriticamente da molti decisori politici ha dipinto l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa come una forza intrinsecamente democratizzante, un livellatore globale capace di azzerare le asimmetrie conoscitive e di offrire a qualunque individuo, in ogni angolo del pianeta, l’accesso istantaneo al patrimonio della conoscenza umana.

Il monito dell’ONU

Questo quadro idilliaco viene radicalmente smentito dalle risultanze scientifiche presentate dal panel dell’ONU, co-presieduto da eminenti scienziati e intellettuali, tra cui Yoshua Bengio e la premio Nobel Maria Ressa, e fortemente sostenuto dal Segretario Generale António Guterres nel contesto del Dialogue on AI Governance di Ginevra.

Il documento squarcia il velo sulla retorica della neutralità tecnologica, rivelando come lo sviluppo incontrollato dei modelli di frontiera stia di fatto provocando una fessurazione profonda del tessuto geopolitico mondiale, amplificando a dismisura le disuguaglianze esistenti. Ci troviamo di fronte a una polarizzazione senza precedenti nella storia industriale dell’umanità, dove la velocità dell’innovazione algoritmica non solo surclassa sistematicamente le tempistiche della produzione legislativa statale, ma supera persino le capacità di comprensione scientifica e di audit da parte delle stesse autorità pubbliche.

Il monito dell’ONU solleva interrogativi cruciali sulla tenuta dell’ordine internazionale e sul rischio concreto di una sottomissione permanente delle democrazie agli interessi privati di un ristrettissimo oligopolio tecnologico.

Il colonialismo digitale dell’IA passa dalla potenza di calcolo

L’architettura profonda su cui si edifica l’intelligenza artificiale contemporanea non è un’entità astratta o eterea, bensì una struttura materiale imponente che poggia su tre pilastri fondamentali: la potenza di calcolo computazionale, l’approvvigionamento energetico e il controllo dei flussi informativi globali. I dati statistici emersi dal rapporto delle Nazioni Unite mettono a nudo un’asimmetria infrastrutturale che ridefinisce il concetto stesso di sovranità nazionale e territoriale.

Gli Stati Uniti d’America detengono attualmente il 75 per cento della potenza computazionale complessiva dei primi cinquecento supercomputer mondiali dedicati all’intelligenza artificiale, mentre la Repubblica Popolare Cinese ne concentra il 15 per cento. Questo dato macroscopico significa che l’asse geopolitico Washington-Pechino controlla in modo monopolistico il 90 per cento dell’intera capacità di calcolo planetaria, lasciando al restante novanta per cento dei Paesi del mondo una quota marginale pari ad appena il 10 per cento.

Sotto il profilo strettamente giuridico ed economico, questa concentrazione non configura un semplice divario commerciale, ma una subordinazione strutturale permanente che evoca le logiche del colonialismo classico. I Paesi del Sud Globale, sprovvisti delle risorse economiche, industriali e scientifiche necessarie per edificare infrastrutture di calcolo sovrane, si trovano costretti ad adottare passivamente soluzioni cloud proprietarie e modelli linguistici concepiti altrove.

Questa dipendenza genera un drenaggio sistematico di ricchezza e di dati personali, spostando il baricentro del valore economico dal fattore lavoro al capitale tecnologico centralizzato. Gli Stati che non partecipano alla produzione del codice perdono progressivamente la capacità di autodeterminazione digitale, trovandosi nell’impossibilità materiale di ispezionare gli algoritmi, verificare la sicurezza dei dati dei propri cittadini o orientare lo sviluppo tecnologico verso le reali priorità del proprio tessuto sociale ed economico.

Lingue e dataset: il volto culturale del colonialismo digitale

Il divario infrastrutturale non si limita alla dimensione economica, ma si traduce immediatamente in una forma di violenza epistemica che colpisce al cuore l’identità culturale, le tradizioni linguistiche e i diritti fondamentali delle popolazioni escluse. I grandi modelli linguistici di frontiera vengono addestrati in massima parte su dataset estratti dal web occidentale e in lingua inglese, riflettendo in modo speculare la visione del mondo, i valori etici, i condizionamenti storici e le strutture logico-giuridiche della cultura anglosassone.

Il rapporto dell’ONU documenta con rigore scientifico e una vasta mole di prove come l’intelligenza artificiale stia determinando un progressivo e drammatico impoverimento della diversità linguistica mondiale. Mentre i sistemi generativi mostrano prestazioni straordinarie e risposte fluide nei contesti anglofoni ed europei, l’accuratezza degrada verticalmente quando si interfacciano con le lingue locali del Sud Globale, configurando un vero e proprio digital divide linguistico ed esistenziale.

Gli errori nelle traduzioni sanitarie

Le conseguenze di questo fallimento non sono meramente teoriche o accademiche, ma toccano direttamente la vita e la salute degli individui nel mondo reale. Il report cita casi emblematici e agghiaccianti di malfunzionamento nei sistemi di traduzione automatica utilizzati nei contesti di emergenza sanitaria e umanitaria: nella lingua tigrina, ad esempio, i modelli hanno sistematicamente scambiato termini medici cruciali, traducendo il vaiolo con la sifilide, la gonorrea con il diabete e, in modo ancora più pericoloso, l’indicazione di somministrare antibiotici per via endovenosa con l’istruzione di iniettare insetticidi per via endovenosa.

Errori di questa gravità evidenziano come l’adozione acritica di tecnologie non allineate alle specificità locali possa tradursi in una violazione del diritto fondamentale alla salute e alla vita stessa. Sul piano educativo e formativo, l’introduzione nelle scuole di software didattici basati su modelli culturali estranei rischia di innescare un processo di assimilazione culturale forzata, in cui le nuove generazioni vengono educate attraverso filtri interpretativi che ignorano le storie locali, negano la diversità epistemologica e impongono standard cognitivi del tutto omologati su scala globale.

Accountability in crisi nella governance globale dell’IA

Di fronte a una siffatta accelerazione oligopolistica e a un potere economico così concentrato, l’apparato concettuale del diritto internazionale e delle regolamentazioni nazionali mostra i segni di un cedimento strutturale preoccupante. La stragrande maggioranza delle nazioni del pianeta non possiede le competenze tecniche interne, i laboratori di computazione e le risorse umane specializzate necessarie per condurre audit indipendenti sulla sicurezza, sull’allineamento etico e sulla robustezza dei modelli di frontiera.

Strumenti legislativi pur complessi e ambiziosi, come il Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale (EU AI Act) o i decreti presidenziali statunitensi, rimangono risposte parziali, frammentate e circoscritte ad ambiti regionali, del tutto incapaci di intercettare e governare la natura intrinsecamente transfrontaliera, ubiqua e pervasiva dei rischi tecnologici globali.

I modelli avanzati vengono sviluppati in una specifica giurisdizione, addestrati su dati estratti globalmente spesso in violazione del diritto d’autore e dei diritti di riservatezza dei dati personali, ospitati su infrastrutture server dislocate in territori terzi e fruiti da utenti sparsi in ogni continente. Questa fluidità territoriale genera una condizione di extraterritorialità de facto per le grandi imprese tecnologiche, le quali operano in un vuoto di sorveglianza che mina il principio di legalità, la certezza del diritto e l’efficacia delle sanzioni statali.

Il panel dell’ONU evidenzia come la persistenza di questo vuoto regolatorio globale stia spianando la strada a una vera e propria cattura autoritaria e oligarchica dei processi democratici. Quando le decisioni pubbliche relative ai sistemi di welfare, alla sanità, alla giustizia, alla selezione del personale e all’accesso ai servizi essenziali vengono delegate ad algoritmi opachi, non verificabili e protetti dal segreto commerciale, si assiste allo svuotamento dei concetti di responsabilità pubblica e di controllo giurisdizionale, trasformando i cittadini in soggetti passivi di un potere tecno-politico non eletto e non ispezionabile.

Nazioni Unite e data center pubblici contro la dipendenza tecnologica

Per sottrarre la governance globale a questa deriva neofeudale e rimettere l’essere umano al centro del progresso scientifico, il rapporto del panel indipendente dell’ONU propone l’abbandono immediato dei paradigmi unilaterali in favore di una via autenticamente multilaterale, inclusiva e condivisa. La strategia operativa delineata dalle Nazioni Unite si articola attorno alla creazione di istituzioni e strumenti finanziari internazionali capaci di operare una reale e democratica redistribuzione delle risorse tecnologiche e conoscitive.

Data center pubblici e open science

Tra le proposte di maggiore impatto giuridico, istituzionale e strutturale vi è l’istituzione di data center pubblici transfrontalieri, concepiti come infrastrutture condivise poste sotto l’egida di consorzi internazionali. Tali centri consentirebbero ai Paesi in via di sviluppo di accedere a quote eque di potenza computazionale senza dover sottostare alle condizioni economiche e geopolitiche imposte dai colossi privati della Silicon Valley.

Parallelamente, l’ONU promuove la transizione globale verso modelli di open science e di condivisione obbligatoria delle scoperte scientifiche fondamentali relative all’architettura interna degli algoritmi, contrastando la privatizzazione della conoscenza operata tramite la proliferazione di brevetti difensivi e segreti aziendali.

I vincoli ambientali dell’infrastruttura IA

Tuttavia, l’attuazione di questa complessa strategia internazionale deve misurarsi con limiti materiali e vincoli ecologici di estrema gravità che il rapporto non esita a evidenziare. La costruzione e il mantenimento di data center di nuova generazione richiedono un consumo energetico iperbolico e l’impiego di enormi volumi di acqua dolce per il raffreddamento dei server.

L’insediamento di queste infrastrutture in regioni geografiche già duramente colpite dal cambiamento climatico e dalla scarsità idrica rischia di innescare conflitti ambientali e sociali devastanti, vanificando gli stessi obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030. La via multilaterale deve pertanto integrare la giustizia digitale con la giustizia climatica, vincolando i finanziamenti a standard di sostenibilità ecologica assoluta.

Il bivio finale tra multilateralismo scientifico e tecno-feudalesimo

In ultima analisi, le conclusioni del primo rapporto dell’Independent International Scientific Panel on AI ci pongono dinanzi a un verdetto politico, filosofico e antropologico che non ammette ulteriori dilazioni, scuse o infingimenti di comodo: l’attuale traiettoria dello sviluppo tecnologico sta spaccando il consesso umano in due blocchi rigidamente asimmetrici e incomunicabili, separando in modo definitivo una ristrettissima élite di artefici e controllori del codice da una moltitudine globale di consumatori passivi e sudditi digitali.

La sfida epocale che si apre in occasione del Dialogue on AI Governance di Ginevra e dell’AI for Good Global Summit promosso dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni non riguarda semplicemente l’ottimizzazione tecnica degli algoritmi, l’eliminazione dei bias statistici o la definizione di linee guida etiche di facciata utili solo alle pubbliche relazioni aziendali.

Si tratta di una vera e propria sfida costituzionale per il secolo presente, in cui le nazioni e le società civili sono chiamate a decidere se abdicare definitivamente alla propria sovranità e ai propri diritti in favore di un oligopolio tecnologico permanente o se esercitare l’autorità legittima del diritto internazionale per rifondare le basi della convivenza democratica all’interno dell’infosfera globale.

Il multilateralismo scientifico, l’open science e la cooperazione infrastrutturale proposti dalle Nazioni Unite rappresentano forse l’ultima opportunità concreta e percorribile per edificare uno spazio digitale comune, inclusivo, sicuro e pienamente rispettoso della dignità umana. Se questo sforzo corale e istituzionale dovesse fallire sotto la spinta irresistibile degli enormi interessi commerciali e dei crescenti nazionalismi tecnologici, il processo di colonizzazione digitale giungerà al suo definitivo compimento, consegnando l’umanità a un assetto tecno-feudale in cui i diritti fondamentali, l’espressione culturale, la libertà di pensiero e l’autodeterminazione economica dei popoli saranno irrevocabilmente scritti all’interno di laboratori privati, invisibili, inaccessibili e del tutto sottratti al controllo sovrano del consesso civile mondiale.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x