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Cybersecurity Ue, la sfida è proteggersi senza chiudersi alla Cina



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La revisione del Cybersecurity Act europeo riapre il confronto sulle tecnologie cinesi nelle infrastrutture critiche. Tra sicurezza, costi industriali, reciprocità e competitività, l’Europa deve definire una strategia capace di rafforzare la propria autonomia senza cadere nell’autoisolamento

Pubblicato il 15 lug 2026

Michele Geraci

economista e docente italiano specializzato in economia internazionale, sviluppo economico e relazioni economiche con l’Asia



Sovranità digitale; sovranità computazionale
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L’Europa si trova oggi davanti a una delle decisioni più delicate della propria storia industriale e tecnologica. Una scelta determinante non da sottovalutare o trascurare.

Da una parte vi è l’esigenza legittima di rafforzare la sicurezza delle infrastrutture critiche e la resilienza delle reti digitali. Dall’altra vi è il rischio che la ricerca della sovranità tecnologica si trasformi in una forma di protezionismo che potrebbe generare costi economici elevati, ridurre la competitività europea e alimentare nuove tensioni geopolitiche.

Cybersecurity Act europeo e tecnologie cinesi

In questo contesto si inserisce il dibattito sulla revisione del Cybersecurity Act europeo e sulle possibili restrizioni nei confronti di fornitori provenienti da Paesi considerati ad alto rischio. Un recente studio realizzato da KPMG per la Camera di Commercio Cinese ha stimato che un’eventuale sostituzione forzata delle tecnologie cinesi in 18 settori strategici potrebbe generare costi complessivi pari a circa 368 miliardi di euro nei prossimi cinque anni, tra sostituzione delle infrastrutture, interruzioni operative, riallocazione delle risorse e costi legali.

Naturalmente ogni studio commissionato da una parte interessata deve essere valutato con spirito critico. Tuttavia il punto centrale non è tanto la precisione della cifra quanto la domanda politica che essa pone: quale prezzo è disposta a pagare l’Europa per perseguire la propria autonomia strategica?

Sovranità digitale europea e interessi italiani

La questione riguarda anche l’Italia. Le nostre imprese esportano in Cina macchinari, tecnologie industriali, beni di lusso, farmaceutica e competenze avanzate. La Cina rappresenta per molti settori industriali italiani un mercato fondamentale, non soltanto per le dimensioni ma anche per il suo crescente livello tecnologico. In un contesto globale caratterizzato da tensioni commerciali e rivalità geopolitiche, il principio della reciprocità dovrebbe diventare un elemento centrale della riflessione europea.

Reciprocità non significa ingenuità. Significa applicare regole trasparenti, verificabili e non discriminatorie. Se l’Europa ritiene necessario valutare i rischi associati a determinati fornitori, tali valutazioni dovrebbero basarsi su criteri tecnici, standard di sicurezza e meccanismi di controllo oggettivi, non su presunzioni legate esclusivamente alla nazionalità di un’impresa.

Catene del valore e sicurezza digitale

Esiste inoltre un’altra dimensione spesso sottovalutata. Le catene del valore tecnologiche sono ormai profondamente integrate a livello globale. Telecomunicazioni, cloud, intelligenza artificiale, semiconduttori e cybersecurity non possono più essere interpretati secondo una logica puramente nazionale. La sicurezza è certamente un obiettivo imprescindibile, ma deve convivere con la sostenibilità economica e con la capacità di innovare.

Non è un caso che all’interno dell’Unione Europea emergano sensibilità differenti. Paesi come la Spagna hanno tradizionalmente adottato un approccio più pragmatico verso la cooperazione economica e tecnologica con la Cina, cercando di bilanciare le esigenze di sicurezza con quelle di competitività e attrazione degli investimenti. Questo dimostra che il dibattito europeo è ancora aperto e che non esiste una posizione univoca sul rapporto tra sicurezza, mercato e relazioni internazionali.

Un modello europeo tra apertura e sicurezza

La vera sfida non consiste nello scegliere tra apertura e sicurezza. Consiste nel costruire un modello che garantisca entrambe. Un’Europa che vuole essere protagonista della competizione tecnologica globale non può permettersi né dipendenze strategiche né autoisolamento. Deve invece rafforzare la propria capacità industriale, investire in ricerca e innovazione, sviluppare standard elevati di cybersecurity e mantenere aperti i canali della cooperazione economica internazionale.

La sovranità digitale europea sarà credibile non quando ridurrà il numero dei partner, ma quando sarà sufficientemente forte da scegliere i propri partner sulla base di regole, trasparenza e reciprocità. È questa la strada che può consentire all’Europa di restare sicura, competitiva e rilevante nel nuovo equilibrio tecnologico mondiale.

Cooperazione tecnologica e apprendimento

Dal momento che la Cina è tecnologicamente avanzata, disporre di tecnologie di un Paese all’avanguardia rappresenta anche un’opportunità di apprendimento per orientarsi nel nuovo contesto internazionale. Non si tratta dunque solo di proteggere la propria industria, ma di confrontarsi per acquisire conoscenze e best practice. Aprirsi diventa quindi un vantaggio: pur con rischi cyber più elevati, l’Europa nel complesso ne trarrebbe beneficio, osservando direttamente le innovazioni cinesi.

In aggiunta, l’Europa deve sviluppare una visione strategica che consideri non soltanto la sicurezza immediata, ma anche la resilienza a lungo termine delle sue infrastrutture digitali. Ciò implica la creazione di programmi di formazione avanzata per ingegneri, esperti di cybersecurity e responsabili di governance digitale, in grado di valutare e mitigare minacce emergenti in tempo reale. La collaborazione tra università, centri di ricerca e industria diventa quindi cruciale per generare un ecosistema capace di sostenere innovazione e sicurezza contemporaneamente, senza compromettere l’uno a favore dell’altra.

Standard comuni per la cybersecurity europea

Allo stesso tempo, la dimensione normativa deve essere armonizzata a livello europeo per evitare frammentazioni che indebolirebbero il mercato unico digitale. La definizione di standard comuni per la sicurezza informatica, la condivisione di informazioni sulle minacce e la creazione di meccanismi di audit e compliance trasparenti permetterebbero di ridurre i rischi senza penalizzare le imprese, favorendo al contempo investimenti e innovazioni.

In definitiva, una politica europea di cybersecurity efficace e sostenibile non può limitarsi a operazioni difensive, ma deve puntare a costruire un sistema che integri conoscenza tecnologica, capacità industriale, governance chiara e apertura internazionale. Solo così l’Europa sarà in grado di restare competitiva sul piano globale, proteggere i propri interessi strategici e, al contempo, mantenere la leadership nelle tecnologie emergenti, garantendo sicurezza, innovazione e reciprocità nella stessa misura.

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