Nel maggio 2026 l’app di dating Bumble ha deciso di sostituire lo swipe con un sistema di abbinamento guidato dall’intelligenza artificiale (Pearson, 2026). Lo swipe, gesto con cui in una frazione di secondo l’utente decide se un profilo merita attenzione o uno scarto immediato, è una micro-decisione basata su uno stimolo visivo, di solito una foto, che, ripetuta centinaia di volte, struttura il modo in cui guardiamo gli altri e noi stessi.
Profili basati su poche foto, giudizio binario, gratificazione o rifiuto immediati: da anni la ricerca studia come la struttura stessa delle app di dating influenzi il benessere psicologico degli utenti. Chi si sente “di successo” sulle app (si sente desiderato, apprezzato e scelto) riporta una maggiore soddisfazione di vita e una minore solitudine; al contrario, chi si percepisce come poco attraente o poco desiderabile mostra un peggioramento su entrambi gli indicatori (Stevic et al., 2025).
In altre parole, non è l’uso dell’app in sé a fare la differenza, quanto il modo in cui la persona interpreta il proprio valore relazionale attraverso il feedback che riceve o non riceve. Cosa succede quando il giudizio non riguarda la personalità, gli interessi o l’affinità, ma si riduce all’aspetto fisico, valutato in una manciata di secondi, ripetuto all’infinito e privo di qualsiasi contesto?
Indice degli argomenti
Dating app e fatica dello swipe: coping e motivazioni d’uso
L’esperienza sulle app di incontri segue spesso un ciclo tipico: l’entusiasmo iniziale per la novità, la gamification e l’abbondanza di profili cede il passo, nel giro di poche settimane, a una progressiva stanchezza. La quantità di opzioni, la rapidità delle interazioni e la ricerca di validazione finiscono per diventare un peso. Si innesca così una “profezia che si autoavvera”: la paura di essere delusi genera comportamenti difensivi e disinvestiti (scarso impegno, contatti simultanei, uscite a basso costo) che producono interazioni insoddisfacenti, alimentando un ciclo di sfiducia reciproca (Degen & Kleeberg-Niepage, 2025).
Per proteggersi, gli utenti sviluppano delle strategie di coping: l’abbandono definitivo dell’app, vissuto come atto di cura personale ma accompagnato anche da un senso di solitudine; l’”hanging on”, una resistenza adattiva in cui si applicano tattiche difensive come cambiare app, razionare i giorni d’uso o attribuire i fallimenti all’algoritmo. Poi c’è lo spostamento su social come Instagram, percepiti come spazi più lenti, contestualizzati e meno centrati sull’aspetto esteriore, a conferma di quanto la logica dello swipe risulti faticosa (Degen & Kleeberg-Niepage, 2025).
Ma se la centralità dell’immagine e la dinamica dello swipe generano così tanto stress, perché continuare? Le motivazioni principali restano conoscere nuove persone e svagarsi, seguite in misura minore dalla ricerca di una relazione o di conferme personali. Il punto chiave però è l’approccio: chi usa le app in modo attivo registra livelli di depressione e solitudine più alti rispetto a chi le usa poco frequentemente, le ha usate solo in passato o non le ha mai provate (Freire et al., 2023). Questo dato dimostra che il malessere non è una caratteristica preesistente dell’utente, ma un impatto temporaneo legato al pattern d’uso e all’esposizione diretta al meccanismo valutativo, un disagio che tende a ridursi non appena ci si allontana dalla piattaforma.
Dating app e percezione corporea: l’auto-oggettivazione
La letteratura evidenzia una relazione significativa e negativa tra l’uso delle dating app e vari indicatori di salute psicofisica, come insoddisfazione e vergogna per il proprio aspetto, iper-sorveglianza corporea e condotte alimentari disordinate (restrizione calorica, uso di lassativi, vomito autoindotto e assunzione di steroidi anabolizzanti).
La teoria dell’oggettivazione (Objectification Theory) offre la cornice più efficace per interpretare questi dati. Il design delle app che spinge gli utenti a formulare un giudizio sulla base quasi esclusivamente di foto profilo, alimenta l’auto-oggettivazione: la tendenza a valutare il proprio corpo dall’esterno, come farebbe un osservatore giudicante, anziché abitarlo dall’interno come strumento di esperienza. È un processo cognitivo faticoso, che aumenta il controllo sul proprio corpo e la conseguente insoddisfazione quando non si aderisce agli standard idealizzati (Bowman et al., 2025).
Dal giudizio visivo allo scrolling infinito
Inoltre, i dati collegano l’uso delle app a un calo della stima di sé e a un incremento di ansia e depressione. Per spiegare il fenomeno, gli studiosi attingono alla ricerca sui social network, dividendone l’impiego in due categorie: quello attivo (scrivere messaggi e interagire), che porta benefici o resta neutro, e quello passivo (guardare profili senza mai contattare nessuno), che è il vero responsabile del malessere. Le app di incontri sono congegnate proprio per alimentare questo secondo comportamento: lo swipe, infatti, non è un dialogo, ma un consumo compulsivo di immagini del tutto identico allo scrolling infinito.
Dating app e benessere psicologico: il peso dell’esperienza d’uso
La percezione di successo sulle app, quindi sentirsi attraenti e desiderati, dipende direttamente dall’esperienza di utilizzo: si conferma così il modello dell'”effetto dei media”, in cui è l’uso della tecnologia a modificare lo stato psicologico dell’utente. Sono infatti proprio gli utenti più attivi ad avere il rischio più alto di sviluppare distress psicologico, con sintomatologia soprattutto nell’area di ansia, depressione e disturbi dell’immagine corporea (Holtzhausen et al., 2020).
Match, like e messaggi agiscono come indicatori di valore sociale in continuo aggiornamento. Al contrario, il silenzio dopo un primo contatto, la mancanza di corrispondenze o l’assenza di risposte vengono percepiti come segnali di disvalore. Il problema sorge quando questo “termometro sociale” viene scambiato per una misura oggettiva del proprio valore (Stevic et al., 2025).
La scelta di Bumble di sostituire lo swipe con l’abbinamento tramite intelligenza artificiale (Pearson, 2026) tenta di disinnescare proprio questo meccanismo oggettivante; sarà da verificare sul piano empirico se questo tentativo si rivelerà davvero efficace. Resta però aperta una domanda: se un algoritmo che seleziona per conto dell’utente riduce davvero la pressione valutativa percepita, o semplicemente la sposta su un piano meno visibile ma altrettanto insidioso, in cui è la macchina, e non più il pollice dell’utente, a decidere chi merita di essere visto.
Bibliografia su dating app e percezione corporea
Bowman, Z., Drummond, M., Church, J., Kay, J., & Petersen, J. M. (2025). Dating apps and their relationship with body image, mental health and wellbeing: A systematic review. Computers in Human Behavior, 165, 108515.
Degen, J. L., & Kleeberg-Niepage, A. (2025). Coping with mobile-online-dating fatigue and the negative self-fulfilling prophecy of digital dating. SN Social Sciences, 5(2), 12.
Freire, D., Rema, J., & Novais, F. (2023). Dating apps and mental health status: is there a link?. Journal of Psychosexual Health, 5(3), 167-173.
Holtzhausen, N., Fitzgerald, K., Thakur, I., Ashley, J., Rolfe, M., & Pit, S. W. (2020). Swipe-based dating applications use and its association with mental health outcomes: A cross-sectional study. BMC psychology, 8(1), 22.
Pearson, C. (2026, May 14). Dating in a swipeless world. The New York Times.
Stevic, A., Lee, A. Y., Liu, S. X., & Hancock, J. (2025). Of loving and losing: The influence of dating app motivations and perceived success on psychological well-being. Social Media+ Society, 11(2), 20563051251346888.


















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