Settembre. Il responsabile della transizione digitale di un piccolo comune italiano apre la casella di posta e trova, nel giro di poche settimane, tre richieste che si assomigliano molto o perlomeno più di quanto dovrebbero. La prima arriva da Anci e dal Dipartimento per la trasformazione digitale, per aggiornare la mappatura dei servizi digitali del comune. La seconda è il censimento del patrimonio ICT promosso da AgID, con l’attestato finale da far firmare al legale rappresentante. La terza, quando capita l’anno giusto, è la rilevazione Istat sulle tecnologie dell’informazione nelle amministrazioni locali.
Stessi argomenti, stesso ente, stesso RTD che nella maggior parte dei piccoli comuni è una persona sola, part-time, con altri dieci ruoli da coprire.
Chi lavora a supporto di decine di comuni questa scena la vede ogni anno. E la domanda che si pone chi la vive non è ideologica, è pratica: perché continuiamo a chiedere a un comune di 2.000 abitanti dati che un’altra amministrazione centrale ha già, o potrebbe recuperare da una terza fonte con un incrocio di banche dati?
Indice degli argomenti
La fotografia: tre adempimenti, un solo tema
Vale la pena guardare da vicino cosa chiede ciascuno di questi adempimenti, perché la sovrapposizione non è un’impressione, è leggibile nei contenuti stessi dei questionari.
La Mappa dei Comuni Digitali (Anci-Dtd)
Nasce dall’accordo tra Anci e Dipartimento per la trasformazione digitale del 2023 e si basa in parte sui dati delle misure PNRR gestite tramite PA digitale 2026, in parte su un questionario somministrato direttamente ai comuni. Rileva servizi digitali offerti, strumenti utilizzati, infrastrutture, connettività e sicurezza: un impianto che nella sua edizione 2025 ha prodotto un rapporto strutturato in quattro capitoli, dalle infrastrutture alla governance dell’innovazione.
Il censimento del patrimonio ICT (AgID)
È una rilevazione con base giuridica precisa, l’articolo 33-septies del decreto-legge 179/2012, che affida ad AgID una ricognizione a cadenza triennale dei centri di elaborazione dati della PA, da svolgere anche con il supporto di Istat e d’intesa con il Dipartimento per la trasformazione digitale. L’edizione in corso chiede alle amministrazioni di censire data center, servizi digitalizzati, spesa ICT e strategie di razionalizzazione, con scadenza al 30 settembre 2026 sulla piattaforma PA digitale 2026.
La rilevazione ICT nelle amministrazioni locali (Istat)
È la più datata delle tre, condotta con cadenza triennale nell’ambito del sistema delle statistiche sulla società dell’informazione. Raccoglie dati su organizzazione interna, informatizzazione delle attività, dotazioni tecnologiche, connettività, servizi telematici e spese ICT: sostanzialmente lo stesso perimetro tematico del censimento AgID, con un impianto metodologico costruito per finalità statistiche piuttosto che di programmazione.
Tre enti diversi, tre basi normative diverse, un solo tema: lo stato del digitale nei comuni italiani. E non è tutto: a seconda dell’anno si aggiungono le ricognizioni AgID sull’intelligenza artificiale nella PA, le indagini di soddisfazione su singole piattaforme abilitanti, i questionari legati a misure PNRR specifiche come l’archivio nazionale dei numeri civici. Ogni adempimento ha una sua logica interna perfettamente comprensibile. Il problema nasce quando li si guarda tutti insieme, dal punto di vista di chi deve rispondere e non di chi li ha progettati.
Il paradosso del once-only
La stessa guida ufficiale al censimento ICT di AgID dichiara che la procedura è guidata e che alcuni campi sono già precompilati con i dati presenti in PA digitale 2026, secondo il principio once-only. È una dichiarazione di intenti seria, e va riconosciuto ad AgID il merito di scriverlo esplicitamente nero su bianco in un documento di adempimento, cosa che nessuno degli altri due soggetti fa altrettanto chiaramente. Inoltre AgID lo realizza davvero, perché i campi sono davvero precompilati.
Proprio perché lo scrive, però, vale la pena prenderla sul serio fino in fondo: il principio cosiddetto once-only, per essere davvero tale, non può fermarsi alla precompilazione parziale di un singolo modulo. Deve valere anche a monte, tra un adempimento e l’altro. Se Istat ha già raccolto la connettività e le dotazioni tecnologiche di un comune tre anni fa, la domanda non è se il singolo campo del questionario successivo sia precompilato, ma se serva davvero riproporre da zero un intero questionario su un perimetro che un’altra PA centrale ha già mappato. Il principio nasce proprio per questo: il cittadino, e allo stesso modo l’ente pubblico, non dovrebbe fornire due volte un’informazione che lo Stato, nel suo complesso, possiede già.
La Piattaforma Digitale Nazionale Dati esiste apposta per questo scambio tra amministrazioni. È operativa dal 2022, ha una base giuridica precisa e la sua missione dichiarata è esattamente evitare che un ente debba richiedere a un altro ente informazioni già disponibili altrove nel sistema pubblico. Il tema, quindi, non è l’assenza di infrastruttura tecnica. È che gli adempimenti statistici e ricognitivi rivolti alla PA locale non sono ancora stati messi in fila, confrontati, e ridisegnati come flusso unico che alimenta più destinatari a partire da un’unica raccolta.
Perché succede: tre soggetti, tre mandati
Non è un caso di malfunzionamento isolato, è un effetto quasi strutturale di come sono nati questi tre flussi. Anci e Dtd rispondono a una logica di indirizzo politico e di supporto operativo ai comuni, con un accordo bilaterale specifico. AgID ha un mandato tecnico-normativo fissato per legge sulla ricognizione ICT. Istat ha un mandato statistico nazionale, coordinato con gli standard europei sulla società dell’informazione, che esiste da prima ancora che si parlasse di PNRR e piattaforme abilitanti.
Nessuno dei tre ha, da solo, il mandato di essere l’unico punto di raccolta per tutti gli altri. E nessuno dei tre ha, evidentemente, l’incentivo organizzativo a rinunciare al proprio strumento di rilevazione per affidarsi ai dati raccolti da un altro soggetto. Il risultato è che ogni ente costruisce il proprio questionario pensando al proprio fabbisogno informativo, senza un tavolo che verifichi sistematicamente cosa è già stato chiesto, a chi, e quando.
Il costo reale, non quello percepito
Chi non lavora dentro un comune tende a liquidare la questione come fastidio burocratico, uno dei tanti. Ma nei comuni sotto i 5.000 abitanti, che in Italia sono circa il 70% del totale, il tempo dedicato a compilare un questionario ICT non è tempo residuale: è tempo sottratto a un ufficio che spesso coincide con una sola persona, magari part-time sulla funzione digitale, che deve al tempo stesso gestire il sito istituzionale, l’assistenza agli sportelli, l’aggiornamento dei servizi online e la sicurezza informatica minima richiesta dalla normativa. Il tempo per la compilazione del questionario AGID, dati alla mano, supera la giornata (8 ore) di lavoro per capire cosa scrivere, sentire i fornitori, leggere i documenti dei fornitori e compilare “nel modo migliore possibile”, che non vuol dire corretto, preciso o significativo. 8 ore per 8000 comuni (per fare i conti facili) sono 64.000 ore uomo, ovvero 21,91 anni/uomo per avere informazioni di dubbia qualità e di durata breve solitamente perché cambiano velocemente.
Ogni ora spesa a ricostruire per la terza volta lo stesso elenco di dotazioni tecnologiche è un’ora non spesa a digitalizzare un servizio, a formare il personale, a seguire un progetto in scadenza, ad ascoltare un cittadino. Il costo non è simbolico, è un costo-opportunità reale e concentrato proprio sugli enti più piccoli e con meno risorse, quelli che avrebbero più bisogno che il tempo dell’RTD venisse impiegato altrove.
Inoltre, il risultato è opinabile. Il funzionario della ragioneria o ufficio tecnico, scrive “il meglio che ha capito” inserendo dati che forse nella media sono buoni, ma nel caso puntuale non è detto che siano di qualità. Infine, spesso i dati hanno una vita breve, perché dopo un mese si rompe il server, si cambia fornitore, si cambia chi risponde e il dato cambia.
Cosa si potrebbe fare
Non serve inventare nulla di nuovo dal punto di vista tecnologico: l’infrastruttura per l’interoperabilità tra PA esiste già. Serve però una regia che oggi manca.
● Un registro unico degli adempimenti digitali rivolti ai comuni, tenuto aggiornato da un soggetto terzo (potrebbe essere lo stesso Dtd, che ha già un ruolo di coordinamento con Anci), che renda visibile a ogni ente centrale cosa è già stato chiesto e quando, prima di lanciare un nuovo questionario
● L’uso sistematico della PDND come fonte primaria per i dati già raccolti da altri enti, con l’obbligo per chi promuove una nuova rilevazione di dimostrare, prima di inviarla, che quel dato non sia già disponibile altrove nel sistema
● Un calendario condiviso tra Anci, AgID e Istat che eviti la sovrapposizione temporale delle finestre di raccolta, così che un comune non si trovi a rispondere a tre adempimenti simili nell’arco di poche settimane
Sono passi organizzativi, non tecnologici. E proprio per questo sono più difficili da realizzare: richiedono che tre soggetti con mandati e culture diverse accettino di subordinare in parte il proprio strumento di rilevazione a un disegno comune. Ma è esattamente il tipo di lavoro che il PNRR avrebbe dovuto accelerare, visto che il tema dell’interoperabilità dei dati pubblici è uno dei suoi pilastri dichiarati. È ora di attuare l’once only PA, non solo l’once only cittadino.
Una domanda aperta ai comuni, e a chi li ascolta
La transizione digitale della PA italiana si misura anche da questi dettagli, non solo dai grandi numeri sui fondi PNRR o sulle piattaforme abilitanti. Se il primo passo del once-only è farlo funzionare tra cittadino e amministrazione, il passo successivo, forse più difficile perché riguarda chi dovrebbe già dare l’esempio, è farlo funzionare tra le amministrazioni centrali stesse. Chi chiede dati a un comune dovrebbe prima chiedersi se quel dato non sia già nelle mani di un collega in un altro palazzo romano.
Nel frattempo, agli RTD dei comuni non resta che continuare a compilare. Con la consapevolezza, però, che ogni questionario ripetuto è la misura più concreta di quanta strada manca ancora verso lo once only, non ai comuni, ma a chi li interroga.
E tra l’altro ci siamo fermati ai questionari digitali, se aprissimo il capitolo di tutti i questionari, compilazioni di portali, inserimento di dati che i comuni devono fare, come si dice a Roma, “aivoja” …
















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