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L’Europa prepara la rete anti-Starlink: quale ruolo resta all’Italia


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L’Europa prepara una risposta a Starlink e mette in palio spettro, reti e controllo dei servizi mobili satellitari. L’Italia dispone di infrastrutture e competenze industriali, ma senza un operatore nella cabina di regia rischia un ruolo subordinato.

Pubblicato il 9 set 2026

Alessandro Sannini

Ceo Twin Advisors&Partners Limited



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Deutsche Telekom, Orange, Vodafone e Telefónica discutono un consorzio per contendersi lo spettro satellitare europeo a 2 GHz. Non è una gara per coprire qualche buco di rete: è la prima battaglia per decidere chi controllerà l’infrastruttura ibrida terra-spazio. L’Italia ha Fucino, Telespazio, Leonardo e Thales Alenia Space Italia – ma, per ora, nessun grande carrier italiano compare nella cabina di regia.

Il prossimo ripetitore mobile viaggia in orbita

Il prossimo ripetitore telefonico europeo potrebbe non avere un traliccio, un tetto o un indirizzo catastale.

Potrebbe correre in orbita bassa e parlare direttamente con uno smartphone normale. È questo il senso profondo della notizia rivelata da Bloomberg il 7 settembre: Deutsche Telekom, Orange, Vodafone Group e Telefónica sono in colloqui preliminari per creare un consorzio capace di partecipare alla futura assegnazione europea dello spettro satellitare e costruire un’offerta direct-to-mobile. Nessuna decisione finale è stata presa. Ma ridurre tutto all’ennesimo “Europa contro Elon Musk” sarebbe comodo e sbagliato. Qui si decide chi possiederà la porta d’accesso tra reti terrestri e spazio, chi garantirà continuità quando le antenne a terra non arrivano e chi potrà trasformare il satellite da infrastruttura specialistica a componente ordinaria della rete mobile.

La banda 2 GHz è il catasto invisibile della rete del futuro

La Commissione europea ha aperto la partita a maggio con la proposta COM(2026)311, destinata a sostituire il regime del 2008 quando gli attuali diritti scadranno nel maggio 2027. La banda MSS a 2 GHz – 1.980-2.010 MHz terra-spazio e 2.170-2.200 MHz spazio-terra – viene trattata ormai per ciò che è: un’infrastruttura strategica. Il disegno prevede tre corsie. Una quota per comunicazioni governative sicure, sicurezza e difesa, affidata a un operatore europeo e integrabile con IRIS²; una quota commerciale prioritariamente destinata a nuovi entranti controllati dall’Unione; una terza quota commerciale aperta anche a operatori extra-UE. Non è burocrazia delle frequenze. È urbanistica della connettività del prossimo decennio. Chi ottiene spettro conquista la possibilità di costruire servizi, standard, economie di scala e relazioni con gli operatori mobili. Prima ancora dei satelliti, ottiene posizione.

Sovranità europea, senza l’illusione dell’autarchia

Bruxelles prova a risolvere un problema reale: evitare che la connettività satellitare commerciale del continente finisca nelle mani di un solo soggetto extraeuropeo. Starlink dispone già di una scala e di una velocità esecutiva che nessun concorrente europeo replica oggi. Ma la risposta non può essere un’autarchia regolatoria travestita da sovranità. La sovranità che funziona non chiude il mercato – crea alternative credibili. La proposta tenta questo equilibrio con una riserva per la sicurezza, una corsia per un nuovo soggetto europeo, un segmento aperto alla concorrenza internazionale e limiti alla concentrazione dello spettro. Il rischio arriverà nell’esecuzione. Se la protezione del “campione europeo” producesse un soggetto lento, sottocapitalizzato o dipendente tecnologicamente, l’Europa avrebbe trasformato una dipendenza esterna in una rendita interna. Sovranità per decreto – e quindi sovranità solo sulla carta.

Il paradosso dei carrier: sfidare Musk, mentre si lavora già con l’America

Il possibile consorzio nasce dentro una geometria quasi ironica. Deutsche Telekom ha già annunciato una collaborazione con Starlink per servizi satellite-to-mobile in vari mercati europei dal 2028. Orange ha firmato con AST SpaceMobile e Satellite Connect Europe, la joint venture europea nata da Vodafone e AST. Vodafone ha costruito proprio con AST una piattaforma direct-to-device con quartier generale in Lussemburgo. I futuri “campioni sovrani” sono dunque già immersi in partnership con tecnologie e costellazioni statunitensi. Non è una contraddizione: è il mercato. Ma chiarisce l’obiettivo. Il vero asset europeo potrebbe non essere il satellite “puro”, bensì il controllo dello spettro, della distribuzione, del core network, della governance dei dati e dell’interfaccia con centinaia di milioni di SIM. È qui che le telco hanno capito di non poter lasciare tutto il tavolo agli operatori spaziali.

IRIS² accelera, ma il mercato non aspetterà il 2029

Nel frattempo IRIS² ha cambiato marcia. Il 7 agosto Commissione e SpaceRISE hanno firmato l’accordo di implementazione che porta la costellazione principale a 348 satelliti – 330 in LEO e 18 in MEO – con i primi lanci dal 2029. SpaceRISE riunisce SES, Eutelsat e Hispasat, con una filiera che comprende Airbus Defence and Space, Thales Alenia Space, OHB, Telespazio e altri attori europei. È un’infrastruttura necessaria per comunicazioni governative sicure, resilienza e autonomia strategica. Ma il calendario conta. Il direct-to-device commerciale si sta formando adesso. Starlink e AST SpaceMobile stanno già rendendo il telefono un terminale satellitare. Se le due traiettorie non convergono, l’Europa rischia di avere nel 2029 un’eccellente infrastruttura sovrana e, nel frattempo, milioni di clienti già abituati a piattaforme e standard costruiti altrove.

Italia, potenza spaziale nella filiera – ma dov’è il posto al tavolo telco?

L’Italia non è marginale nella partita spaziale. Il Centro del Fucino di Telespazio è uno dei tre centri di controllo individuati dall’Unione per IRIS² insieme a Tolosa e Bettembourg; la decisione europea attribuisce ai tre siti funzioni di equivalente livello di criticità, dettaglio meno celebrativo ma più importante dei comunicati. Telespazio è nel core team industriale di SpaceRISE. Thales Alenia Space – con la sua fortissima presenza italiana e l’azionariato Leonardo-Thales – lavora sulle tecnologie del programma. Leonardo porta competenze spaziali, cyber, difesa e integrazione. Il Paese possiede asset, persone, infrastrutture e heritage. Ciò che non appare nella notizia Bloomberg è un operatore italiano nella cabina di regia del possibile consorzio: non TIM, non Fastweb, non WindTre, non iliad Italia. La domanda allora è brutale nella sua semplicità: vogliamo essere indispensabili nella sala macchine e irrilevanti nella stanza dove si decide il modello di business?

Fastweb, Vodafone Italia e Starlink: il paradosso italiano è già servito

Il nome Vodafone può inoltre trarre in inganno. Vodafone Group è tra i quattro gruppi indicati nei colloqui europei, ma Vodafone Italia è stata venduta a Swisscom alla fine del 2024 e dal 1° gennaio 2026 è incorporata in Fastweb. Il marchio resta, il controllo no. Ed è proprio Fastweb che il 16 luglio ha annunciato con Starlink il primo test italiano Direct-to-Cell, sugli Appennini, usando la rete mobile Fastweb + Vodafone e satelliti Starlink per collegare normali smartphone 4G nelle aree senza copertura terrestre. Mentre Vodafone Group discute un possibile veicolo europeo per ridurre la dipendenza da Starlink, l’ex Vodafone italiana – oggi sotto controllo svizzero – sperimenta Starlink sul campo. È un’immagine quasi perfetta dell’ambiguità italiana: ottima capacità di adottare tecnologie, minore evidenza nella costruzione della governance che le renderà sistemiche.

Il nodo svizzero: una questione societaria che diventa geopolitica

La bozza europea aggiunge una complicazione. Per la corsia riservata ai “Union new entrants” prevede, nella formulazione attuale, che il soggetto sia stabilito in uno Stato membro e controllato direttamente o indirettamente dall’Unione, da Stati membri o da persone con nazionalità esclusivamente di Stati membri. Fastweb è una società italiana, ma appartiene a Swisscom. La Svizzera è in Europa, non nell’Unione. Se il testo restasse invariato, l’accesso alla quota specificamente riservata ai nuovi entranti UE non sarebbe quindi automatico; resterebbero altre possibili strade, inclusa la corsia commerciale aperta, ma il punto politico è evidente. L’Italia ha consolidato il proprio mercato intorno a un grande operatore infrastrutturato che, proprio nella futura gara sulla sovranità europea, potrebbe avere una posizione societaria meno lineare di quanto suggerisca la sede legale. È il genere di dettaglio che dovrebbe essere già oggi sui tavoli di Roma e Bruxelles.

Fucino non basta: la sovranità è controllare decisioni, non solo ospitare antenne

Il tempismo è quasi teatrale. La notizia arriva alla vigilia del vertice spaziale di Parigi del 9 e 10 settembre, mentre Italia e Francia hanno appena ribadito la volontà di rafforzare il ruolo del Fucino e la partecipazione delle rispettive filiere a IRIS². È giusto difendere workshare, occupazione e tecnologie. Ma il satellite-to-mobile dice che la difesa industriale tradizionale non basta più. La nuova catena del valore attraversa spettro, core network, cybersecurity, terminali, dati, orchestrazione fra rete terrestre e orbita, servizi governativi e piattaforme commerciali. Avere il teleporto è fondamentale; non equivale ad avere la regia. Costruire un payload è prezioso; non significa controllare il cliente. E perfino una filiera eccellente può diventare subfornitore sofisticato se il valore ricorrente del servizio e le decisioni strategiche vengono catturati altrove.

Cosa dovrebbe fare Roma prima che la gara diventi un fatto compiuto

La prima mossa è politica: l’Italia deve stare nella definizione delle regole applicative, non commentarle dopo. La seconda è industriale: serve un tavolo tra MIMIT, autorità competenti sullo spettro, operatori mobili, Leonardo, Telespazio, Thales Alenia Space Italia e filiera digitale con un obiettivo concreto – capire quale ruolo italiano possa esistere nel D2D europeo oltre alla fornitura di componenti. La terza è finanziaria: se l’Europa vuole nuovi operatori, occorrono capitale paziente e strumenti di consolidamento per imprese di terminali, antenne, software, cybersecurity e network orchestration. La quarta è negoziale: il Fucino deve diventare una leva per responsabilità operative e tecnologiche, non una medaglia. Infine serve una risposta sui carrier. Se nessun operatore italiano può o vuole entrare nel consorzio in discussione, bisogna sapere perché – e quale alternativa garantisca al Paese accesso, potere contrattuale e resilienza.

La rete del futuro non chiederà permesso alla geografia

Il direct-to-mobile cancella una frontiera che per decenni ha separato telecomunicazioni e spazio. Quando uno smartphone passa dalla cella terrestre al satellite senza che l’utente debba pensarci, la space economy smette di essere una verticale e diventa infrastruttura quotidiana. Per questo la partita dei 2 GHz vale molto più di un’asta. E per questo l’Italia non può accontentarsi di costruire pezzi magnifici per reti decise altrove. La domanda non è se l’Europa debba fermare Musk. È se sappia costruire abbastanza velocemente un’alternativa che i cittadini scelgano, le imprese comprino e gli Stati possano usare nei momenti peggiori. Per l’Italia la scelta è ancora più netta – o porta al tavolo industria, operatori, capitale e peso politico, oppure scoprirà che si può avere uno dei migliori centri di controllo d’Europa e nessun controllo sulla partita. Nella rete del futuro non basterà guardare il cielo. Bisognerà decidere chi ha il diritto di accenderlo.

Fonti essenziali per la verifica fattuale

Bloomberg Law, 7 settembre 2026 – Europe’s Top Carriers in Talks for Satellite-to-Mobile Venture

Commissione europea, COM(2026)311 – autorizzazione MSS nella banda 2 GHz

Commissione europea, 7 agosto 2026 – accelerazione e rafforzamento di IRIS²

Decisione di esecuzione (UE) 2024/1067 – centri di controllo IRIS²

Fastweb + Vodafone, 16 luglio 2026 – sperimentazione Direct-to-Cell con Starlink in Italia

MIMIT, 30 luglio 2026 – Italia-Francia e ruolo del Fucino in IRIS²

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