Il nono ciclo dell’indagine OCSE PISA 2025 (su oltre 760.000 quindicenni in 91 Paesi) restituisce un quadro di persistente difficoltà per i sistemi educativi dell’area OCSE. Le medie raggiungono nel 2025 il livello più basso mai registrato dal PISA nei tre domini fondamentali: 482 punti in scienze, 461 in lettura e 463 in matematica. Il dato, tuttavia, va letto attraverso le diverse traiettorie delle tre competenze: la lettura mostra il deterioramento più marcato e prolungato, la matematica ha registrato un’accelerazione del calo soprattutto dopo il 2018, mentre le scienze, pur collocandosi al minimo storico della serie, sono rimaste sostanzialmente stabili tra il 2022 e il 2025. Nel complesso, il rapporto segnala quindi non tanto un unico “crollo” quanto una difficoltà strutturale dei sistemi educativi nel mantenere e sviluppare le competenze fondamentali.
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PISA 2025 e la crisi della lettura profonda
Sintomo palese di questa trasformazione è l’aumento degli ‘hasty readers’, ovvero studenti che affrontano i testi in modo superficiale fornendo risposte immediate ma errate. L’OCSE misura il fenomeno combinando parametri cronometrici e comportamentali: una risposta è ‘affrettata’ quando è errata e viene fornita in un tempo inferiore alla soglia minima definita sulla base dell’1° percentile dei tempi dei rispondenti accurati; la soglia è portata a 10 secondi quando necessario. A livello OCSE, la quota di risposte affrettate ed errate nel test di lettura è aumentata di oltre 4 punti percentuali tra il 2018 e il 2025, raggiungendo circa il 9%, mentre nella prova di fluidezza di lettura (reading fluency) gli hasty readers sono saliti dal 6,6% all’11,4%. Parallelamente, sono diminuiti i quesiti non raggiunti a fine prova: gli studenti sono diventati più propensi a fornire una risposta rapida e sbagliata invece di interrompere il lavoro su un compito percepito come difficile.
Il rapporto OCSE collega questo fenomeno a un insieme di trasformazioni nelle abitudini di lettura e nell’ambiente digitale. Il calo della lettura per piacere e il passaggio verso modalità di fruizione più rapide, come lo skimming dei feed social e il rapido passaggio tra contenuti, possono contribuire alla difficoltà di mantenere un’attenzione prolungata su testi complessi. L’OCSE non identifica tuttavia una singola relazione causale. La questione educativa riguarda quindi la capacità di ricostruire condizioni favorevoli alla lettura profonda, alla valutazione della credibilità delle fonti, alla distinzione tra fatti e opinioni e alla sintesi di informazioni provenienti da testi complessi.
PISA 2025 in Italia: stabilità dei risultati e poche eccellenze
In Italia i risultati del ciclo 2025 mostrano un’apparente stabilità: 483 punti nelle scienze (media OCSE 482), 468 nella matematica (media OCSE 463) e 474 nella lettura (superiore ai 461 OCSE). Nel confronto con il 2022, i risultati medi italiani non mostrano variazioni significative in nessuna delle tre materie. Il quadro cambia nel dominio innovativo del problem solving computazionale (‘Learning in the Digital World’), dove l’Italia si ferma a 490 punti, sotto la media internazionale di 500 punti.
Il vero limite del sistema italiano risiede nella minore presenza di studenti ai livelli più elevati di competenza rispetto alla media OCSE. Se l’Italia dimostra una buona capacità di contenere la quota di studenti deboli, presenta infatti una percentuale inferiore alla media di studenti che raggiungono i livelli 5 o 6 in almeno una materia. In scienze circa il 4% raggiunge i livelli più alti (vs 7% OCSE), il 4% nella lettura (vs 6% OCSE) e il 7% nella matematica (vs 8% OCSE). A ciò si sommano divari di genere marcati (ragazze +28 punti in lettura, ragazzi +17 in matematica) e socio-economici rilevanti. La sfida, dunque, non è soltanto ridurre la fragilità, ma creare condizioni perché una quota più ampia di studenti possa sviluppare competenze avanzate.
PISA 2025, digitalizzazione e IA nelle scuole italiane
Il Rapporto PISA 2025 offre anche una fotografia metrica delle condizioni digitali nelle scuole e dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale. I dati ufficiali mostrano una situazione più articolata di quanto emerga da una semplice lettura della disponibilità tecnologica: l’Italia presenta una capacità delle scuole di migliorare insegnamento e apprendimento attraverso dispositivi digitali sostanzialmente in linea con la media OCSE, ma combina un uso dell’IA già significativo con una presenza elevata della distrazione digitale e con una diffusione di linee guida specifiche per materia inferiore alla media internazionale:
| Indicatore di Digitalizzazione e IA (Table I.6 PISA 2025) | Italia | Media OCSE |
|---|---|---|
| Indice di capacità delle scuole di migliorare l’insegnamento con il digitale | 0,00 | -0,03 |
| Studenti che utilizzano l’IA almeno una volta alla settimana per lo studio | 47,5% | 45,5% |
| Studenti che imparano a valutare le informazioni generate dall’IA durante le lezioni | 73,7% | 62,6% |
| Studenti che NON segnalano distrazioni da dispositivi digitali in classe | 28,4% | 39,2% |
| Studenti in scuole con divieto dei telefoni cellulari nei locali scolastici | 63,2% | 49,5% |
| Studenti in scuole con linee guida specifiche per materia sull’uso didattico dei dispositivi | 59,1% | 71,2% |
L’Italia registra un uso settimanale dell’IA per lo studio del 47,5% (vs 45,5% OCSE), impiegata soprattutto per attività come ricerche e sintesi. Il dato più interessante riguarda però la capacità dichiarata di valutazione: il 73,7% degli studenti italiani riferisce di imparare a valutare le informazioni generate dall’IA durante le lezioni, contro il 62,6% della media OCSE. Questo risultato modifica sensibilmente la lettura del fenomeno: l’Italia non appare arretrata nella AI literacy dichiarata; la questione aperta riguarda piuttosto la qualità effettiva di questa competenza, la sua sistematicità e la capacità di trasformarla in pensiero critico. Rimane inoltre il rischio di ‘cognitive offloading‘: l’IA può sostenere il ragionamento, ma può anche sostituire una parte del lavoro cognitivo se viene utilizzata per produrre direttamente risposte, sintesi o elaborati senza verifica e rielaborazione.
PISA 2025 e distrazione digitale: 13 punti in meno nelle scienze
In Italia, il 37% degli studenti segnala che i compagni si distraggono con dispositivi digitali durante la maggior parte o tutte le lezioni di scienze, contro il 28% della media OCSE (e meno del 10% nei Paesi guida asiatici). È importante precisare che il 37% non rappresenta la quota di studenti personalmente distratti, ma la quota che riferisce la frequente distrazione dei propri compagni. Durante la giornata scolastica, gli alunni italiani passano mediamente 1,5 ore al giorno sui dispositivi per attività ricreative, contro 1,1 ore nella media OCSE.
Questa associazione tra distrazione digitale e risultati merita attenzione: in Italia gli studenti che riferiscono distrazione digitale nelle lezioni di scienze ottengono 13 punti in meno in scienze rispetto a quelli che non la riferiscono, a parità di profilo socio-economico di studenti e scuole; nella media OCSE la differenza è di 11 punti. Il dato segnala una relazione rilevante, ma non dimostra da solo un rapporto causale.
Le conseguenze da considerare sono quattro:
– indebolimento della continuità dell’attenzione e maggiore difficoltà nel sostenere compiti cognitivamente complessi.
– possibile sovraccarico della memoria di lavoro e interferenza con il ragionamento complesso.
– peggioramento del clima d’aula e riduzione del senso di appartenenza scolastico.
– un possibile ostacolo alla costruzione di condizioni favorevoli allo sviluppo delle eccellenze, soprattutto nelle discipline STEM.
PISA 2025, assenteismo e clima d’aula
Accanto alla distrazione, l’Italia evidenzia una criticità molto forte nella frequenza scolastica: il 63% dei quindicenni italiani ha saltato almeno un giorno di scuola nelle due settimane precedenti il test PISA (contro il 22% medio OCSE). Il 43% ha riferito di aver saltato almeno una lezione, contro il 24% OCSE, mentre il 44% è arrivato in ritardo, contro il 50% OCSE. A ciò si aggiunge un clima disciplinare rumoroso (38% degli studenti segnala rumore e disordine) e un supporto percepito inferiore alla media: il 62% dichiara che, nella maggior parte delle lezioni di scienze, l’insegnante mostra interesse per l’apprendimento di ciascuno studente, contro il 69% OCSE. Sul versante familiare, il 46% discute almeno settimanalmente dei problemi incontrati a scuola, contro il 58% nel 2022.
PISA 2025: università e nuove risposte alle fragilità
Le criticità evidenziate da PISA non si esauriscono dentro la scuola secondaria. Se la difficoltà riguarda la capacità di leggere in profondità, ragionare su problemi complessi, autoregolare l’apprendimento e utilizzare consapevolmente gli strumenti digitali, la questione riguarda l’intera filiera della formazione. E chiama in causa anche l’università, non come soggetto chiamato semplicemente a “colmare” le lacune della scuola, ma come infrastruttura di conoscenza, ricerca e formazione dei professionisti dell’educazione.
Formazione dei docenti e uso critico dell’IA
Il primo terreno è quello della formazione degli insegnanti. La trasformazione digitale rende sempre meno sufficiente una preparazione centrata sulla conoscenza disciplinare e sempre più importante la capacità di progettare ambienti di apprendimento nei quali tecnologia, attenzione, collaborazione e pensiero critico siano integrati. La stessa riflessione dell’OCSE sulla trasformazione digitale dell’educazione sottolinea che l’accesso alla tecnologia, da solo, non garantisce migliori risultati: sono necessarie anche competenze pedagogiche e organizzative.
In questo quadro, l’università può svolgere una funzione che va oltre la formazione iniziale: costruire percorsi permanenti di aggiornamento per i docenti, mettere a disposizione evidenze scientifiche, sperimentare metodologie didattiche e accompagnarne la valutazione. Il tema dell’intelligenza artificiale rende questa funzione ancora più urgente. L’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente insegnare a utilizzare nuovi strumenti, ma aiutare i docenti a comprendere quando l’IA aumenta l’apprendimento e quando, invece, rischia di sostituire il lavoro cognitivo dello studente.
Il dato italiano sulla valutazione delle informazioni generate dall’IA offre, da questo punto di vista, un segnale incoraggiante: il 73,7% degli studenti dichiara di imparare a valutarle durante le lezioni, contro il 62,6% della media OCSE. Ma il dato non chiude la questione. La futura valutazione PISA 2029 sulla Media and Artificial Intelligence Literacy allargherà infatti il campo alla capacità di comprendere, valutare e utilizzare criticamente contenuti digitali, piattaforme e sistemi di IA.
L’università può contribuire a preparare questa transizione attraverso la ricerca educativa, la formazione dei docenti e la sperimentazione di modelli di AI literacy che non siano ridotti alla conoscenza tecnica degli strumenti, ma comprendano verifica delle fonti, valutazione dell’affidabilità degli output, consapevolezza dei limiti dei modelli, capacità argomentativa e responsabilità nell’uso.
Sostegno agli studenti e valutazione dell’apprendimento
Un secondo terreno riguarda il rapporto con gli studenti più fragili. A partire dalle evidenze sull’assenteismo, sulle disuguaglianze socio-economiche e sulla minore presenza di eccellenze, le università possono costruire, insieme alle scuole e ai territori, programmi di sostegno e di orientamento.
Infine, PISA suggerisce una questione più generale che riguarda direttamente anche l’università: come valutare l’apprendimento quando gli strumenti di IA sono in grado di produrre rapidamente testi, sintesi, soluzioni e risposte? La risposta non può consistere soltanto nel vietare l’IA. Occorre ripensare progressivamente le modalità di valutazione, attribuendo maggiore peso al processo di costruzione della conoscenza, alla capacità di argomentare, verificare le fonti, discutere oralmente le proprie scelte e affrontare problemi nuovi.
In questa prospettiva l’università non è semplicemente il livello successivo della scuola. Può diventare un laboratorio di innovazione educativa, nel quale ricerca, formazione degli insegnanti, sperimentazione didattica e valutazione si incontrano. È una funzione particolarmente importante in una fase nella quale la velocità con cui cambiano le tecnologie rischia di essere superiore alla capacità dei sistemi educativi di adattare curricula, competenze professionali e modalità di apprendimento.
PISA 2025: una chiamata all’azione per la scuola italiana
L’indagine PISA 2025 non è una condanna, ma una chiamata all’azione per la scuola e l’università italiane. Trasformare la tecnologia da fattore di distrazione in un amplificatore del pensiero critico richiede una forte sinergia istituzionale, restituendo alla formazione la sua funzione di palestra cognitiva e motore irrinunciabile di sviluppo sociale per il Paese.
Nota metodologica: i dati quantitativi sono stati verificati sulla pubblicazione ufficiale OECD, PISA 2025 Results (Volume I): Future-Ready Students e sulla Country Note Italy. Le interpretazioni e le proposte relative al ruolo dell’università sono sviluppate dall’autrice a partire dai risultati PISA e non costituiscono raccomandazioni formalmente attribuite all’OCSE.














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