Nella controversia che oppone Thomson Reuters Enterprise Centre GmbH e West Publishing Corp. (collettivamente, anche “TR”) a Ross Intelligence Inc. (di seguito anche “ROSS”)[1], la Sentenza del Terzo Circuito delle Corti d’Appello statunitensi depositata il 29 settembre 2026[2], che conferma in toto la decisione emessa dalla District Court del Delaware a seguito del Summary Judgment, riafferma gli importanti spunti offerti da questa causa per la giurisprudenza che si formerà in futuro in materia di ampiezza della tutela del diritto d’autore e di interpretazione della dottrina del Fair-Use applicato a un sistema di intelligenza artificiale.
Indice degli argomenti
Il caso Thomson Reuters contro Ross Intelligence e le note Westlaw
Nella causa, che coinvolge le imprese sopra citate, ROSS aveva utilizzato un certo numero di note a sentenza realizzate dai collaboratori giuridici della piattaforma Westlaw di proprietà di TR. Tale piattaforma fornisce un servizio di ricerca giuridica completo e altamente sofisticato ai propri utenti, il cui aspetto del tutto peculiare è dato dalla disponibilità dell’accesso a sintesi di elevata qualità nella ricerca del contenuto delle decisioni giudiziali rilevanti in ciascun caso preso in esame[3].
La decisione del Delaware sulle note a sentenza
La Court of Appeals del Terzo Circuito ha reso la propria decisione sull’impugnazione proposta da Ross Intelligence Inc. avverso la decisione del giudice di primo grado della District Court del Delaware in data 11 febbraio 2025, Hon. Stephanos Bibas, il quale aveva ritenuto che ROSS avesse violato il diritto d’autore che compete alla parte ricorrente relativamente a 2.243 note a sentenza di Westlaw, ritenendo che esse fossero sufficientemente originali, in quanto diverse dal mero testo della sentenza e frutto di scelte redazionali non meccaniche.
Il giudice di prime cure aveva altresì escluso che potesse trovare valida applicazione nel caso in esame la difesa dell’uso trasformativo legittimo dei contenuti volti ad addestrare il modello di intelligenza artificiale elaborato da ROSS, in base alla dottrina del Fair-Use[4].
Nel respingere le argomentazioni in senso contrario di ROSS, la District Court del Delaware aveva affermato che:
- Le note a sentenza non sono semplici citazioni, ma sintesi creative;
- Non esistono convenzioni del settore editoriale statunitense che privino di margine di scelta i redattori delle note a sentenza;
- Il Fair-Use non poteva essere validamente invocato dai convenuti, poiché l’uso fatto da ROSS dei contenuti di TR è commerciale, non trasformativo e arreca un danno al mercato attuale e potenziale di Westlaw, ivi incluso il mercato delle licenze per l’addestramento dell’intelligenza artificiale.
Le tesi di Ross Intelligence su copyright e fair use
Con i motivi di appello depositati da ROSS essa ha dedotto in sintesi quanto segue:
Originalità delle note e dottrina del merger
Le note a sentenza non sarebbero proteggibili dal Diritto d’autore, in quanto esse “parafrasano” o riproducono testualmente brani di sentenze, senza aggiungere al loro contenuto alcuna creatività autonoma. Inoltre, la loro formulazione è necessariamente vincolata alla fedeltà al testo dei provvedimenti giudiziari commentati, oltre che alle regole redazionali da cui essi derivano, sicché mancherebbe un apporto originale individuale che ne giustifichi la creatività. Parimenti, anche le lievi variazioni lessicali introdotte rispetto al testo delle sentenze costituirebbero meri adattamenti di “routine”, privi del requisito dell’originalità.
Applicando la dottrina del merger (cioè la teoria secondo cui con un semplice procedimento logico si giunge all’identificazione dell’idea con la sua espressione), proteggere le note a sentenza equivarrebbe a concedere un monopolio sulle enunciazioni del diritto, in contrasto con il principio per cui nessuno può possedere la legge. Secondo ROSS, quindi, non si è in presenza di un’opera dell’ingegno, ma di meri fatti o dati giuridici non suscettibili di un diritto di privativa.
Natura dell’opera e fair use
Inoltre, sostiene ROSS, l’uso delle note a sentenza costituirebbe un Fair-Use sotto diversi aspetti di tale teoria. Anzitutto il criterio della “Natura dell’opera” (primo fattore per la valutazione del Fair-Use) avvalorerebbe tale tesi in quanto le note a sentenza sono elaborazioni lontane dal nucleo fondante della protezione autorale.
Quantità delle note e scopo trasformativo
Osserva poi l’appellante che pure la quantità (cioè il numero) delle note utilizzate da ROSS deporrebbe a favore dell’applicabilità della medesima scriminante. L’appellante si sarebbe servita in totale di circa 25.000 note a sentenza, pari a meno dello 0,08% dei diversi milioni di note a sentenza presenti su Westlaw.com, una porzione minima e non sostanziale del tutto. Inoltre, le note a sentenza sono state inserite da ROSS in strumenti legali più ampi in termini di contenuto e successivamente sono state trasformate in “rappresentazioni numeriche” per l’addestramento del modello di IA, senza che l’espressione testuale delle note stesse venisse mantenuta nel prodotto finale.
Tale procedimento giustifica quindi lo “scopo trasformativo” delle note a sentenza che ROSS aveva impiegato per addestrare un motore di ricerca giuridico basato sull’IA, capace di comprendere il linguaggio naturale e di restituire all’utente passi rilevanti delle sentenze senza bisogno delle impalcature editoriali sviluppate da Westlaw. Tale uso – analogo a quanto ritenuto lecito nella sentenza “Google Books” e nei casi di “copia intermedia” di cui alle sentenze “Sega” e “Sony” in nota 7, – realizzerebbe un nuovo progresso scientifico e tecnologico, aprendo il mercato a nuovi strumenti di accesso alla giustizia.
Secondo i legali di ROSS, la sentenza “Warhol” sul Fair-Use[5], non osterebbe a questa conclusione, perché le note a sentenza non sono opere creative e il loro utilizzo sarebbe servito a uno scopo radicalmente diverso da quello originario.
Danno al mercato e interesse pubblico
Anche l’”Effetto sul mercato” (c.d. “Quarto fattore del Fair-Use”) prodotto dall’uso delle note a sentenza fatto da ROSS si porrebbe in linea con la dottrina sopra citata, in quanto il mercato rilevante da prendere in considerazione sarebbe quello delle note a sentenza come prodotto autonomo. Tale mercato peraltro non esisterebbe né come strumento di ricerca indipendente, né come oggetto di licenza per l’addestramento dei modelli di IA, in quanto TR non avrebbe mai concesso in licenza le note a sentenza a terzi per tali fini, né ha manifestato l’intenzione di farlo.
L’eventuale perdita di clienti da parte di Westlaw non deriverebbe dall’uso delle note a sentenza, ma dalla concorrenza lecita di un prodotto che non viola i diritti altrui, non riproducendo i contenuti protetti. Infine, nel caso di specie sussisterebbe anche un “Interesse pubblico” (un ulteriore fattore da valutare nei casi di Fair-Use) alla libera trasformazione delle opere attraverso i modelli di IA che depone a favore di ROSS. Infatti, la decisione impugnata, se confermata, scoraggerebbe l’innovazione nel settore dell’intelligenza artificiale applicata al diritto d’autore e pregiudicherebbe la leadership tecnologica statunitense, con ricadute negative sull’accesso alla giustizia e sulla sicurezza nazionale.
Thomson Reuters: note editoriali, mercato e licenze per l’AI
In linea diametralmente opposta alle tesi dell’appellante le principali eccezioni difensive fatte valere in atti da TR (appellata) si fondano sui seguenti assunti:
- Le note a sentenza sarebbero opere originali e tutelabili: la Corte Suprema da oltre un secolo ha riconosciuto che le annotazioni e le sintesi redazionali sono opere protette dal D.A., per cui le 2.243 note a sentenza in esame sono frutto di scelte creative che superano la soglia minima richiesta per la tutela autorale dalla sentenza Feist Publications, Inc. v. Rural Telephone Service Co[6]., conferendo in tal modo piena protezione a tali creazioni in base alla Legge sul diritto d’autore di cui al Titolo 17 U.S.C.
- Nel caso in questione la dottrina del Fair Use non si applicherebbe, dal momento che l’uso fatto da ROSS dovrebbe essere considerato commerciale, oltre ad essere stato attuato in mala fede e in assenza del necessario carattere trasformativo.
- Inoltre, ROSS avrebbe copiato i contributi redatti dai collaboratori di TR per attuare il medesimo scopo di Westlaw, cioè permettere agli utenti di reperire le sentenze e le relative note a sentenza e gli altri strumenti sopra descritti per risolvere le questioni di diritto. Questi comportamenti implicano un danno attuale e, al contempo, potenziale al mercato di TR, sia per la sostituzione concorrenziale operata da ROSS con il proprio servizio on-line, che per il mercato delle licenze di addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale.
- Non giova – secondo TR – a sostenere la teoria del Fair-Use l’argomento fatto valere da ROSS di avere realizzato una “copia intermedia” necessaria e legittima secondo la giurisprudenza sul punto da questa richiamata al fine di addestrare e fare funzionare i sistemi di intelligenza artificiale, perché non sussisterebbe nel caso in argomento la necessità tecnica per l’appellante di accedere a elementi funzionali del software altrui che non siano altrimenti conoscibili così come ha stabilito dalle sentenze del Nono Circuito U.S.A. nei casi “Sega v. Accolade” e “Sony v. Connectix”[7].
L’appello Thomson Reuters-Ross Intelligence davanti al Terzo Circuito
Nel corso dell’udienza di discussione della causa tenutasi il giorno 11 giugno 2026 davanti al panel di tre giudici del Terzo Circuito[8] è emerso che le questioni di maggiore interesse per la decisione riguardassero quelle che sono tipiche delle cause in materia di diritto d’autore: che cosa è stato copiato, per quale scopo, e se il nuovo prodotto di ROSS svolgesse una funzione davvero diversa rispetto a quello di Westlaw oppure concorresse con l’originale e quali fossero le eventuali differenze fra i due modelli tali da giustificarne la coesistenza sul mercato.
L’avvocato di ROSS ha ribadito in udienza che l’uso delle note a sentenza di Westlaw fosse da considerare trasformativo, perché i contenuti utilizzati dalla sua cliente sarebbero stati dapprima convertiti in materiali atti al training del modello di IA e poi in rappresentazioni numeriche per insegnare al modello il “linguaggio del diritto”. Tuttavia, i giudici – in particolare il giudice relatore Emil J. Bove III – sono apparsi scettici di fronte a tale spiegazione.
Il punto critico è sembrato essere dato dal fatto che il processo tecnico dell’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale non è centrale per decidere la controversia, ma occorre invece capire se il prodotto finale a suo tempo generato dall’appellante fosse davvero diverso da quello di Westlaw. Dai quesiti posti agli avvocati dal Collegio è emerso il dubbio che ROSS stesse costruendo un sistema che, in sostanza, aiutava gli avvocati a trovare giurisprudenza nello stesso modo in cui assolve detto compito la piattaforma Westlaw. Se così fosse, la tesi dell’opera trasformativa fatta valere dall’appellante apparirebbe alquanto indebolita agli occhi dei giudici.
Il danno al mercato tra servizi giuridici e licenze AI
Un altro tema centrale trattato durante la discussione orale della causa è stato il punto concernente la sussistenza o meno di un “Market Harm” causato dalla convenuta, cioè di un danno al mercato del concorrente stabilito dal quarto fattore della dottrina del Fair-Use. ROSS su questo tema ha cercato di restringere il campo dell’indagine, sostenendo che non esiste un vero mercato autonomo delle note a sentenza e che Thomson Reuters non potrebbe creare artificialmente un mercato di licenze per l’addestramento IA solo per neutralizzare il Fair-Use.
La difesa di Thomson Reuters ha replicato invece che il danno va considerato in modo più ampio: ROSS si sarebbe proposta come sostituto concorrenziale di Westlaw e avrebbe inoltre interferito con la possibilità di Thomson Reuters di controllare o concedere in licenza a terzi i propri contenuti per finalità di training dei modelli di intelligenza artificiale.
Il Collegio sembra avere colto durante la discussione dell’appello che su questo punto emerge una divergenza di fondo fra la visione dei contendenti, cioè l’identificazione di quello che debba essere considerato il mercato rilevante: quello delle singole note a sentenza, quello dei servizi di ricerca giuridica, oppure anche quello – attuale o potenziale – delle licenze per addestrare sistemi di IA.
I precedenti Sega e Sony sulla copia intermedia
Inoltre, per giustificare l’acquisizione delle note a sentenza di Westlaw, come si è in precedenza notato, la difesa di ROSS ha richiamato i precedenti giurisprudenziali nei casi già citati “Sega” e “Sony”, dove la copia intermedia di determinati contenuti protetti è stata talvolta ritenuta lecita quando necessaria a comprendere elementi funzionali di un software o a costruire prodotti con esso compatibili.
Anche su questo punto i giudici sono sembrati cauti nel ritenere applicabile questa linea interpretativa al caso di specie. Il giudice Bove ha osservato che, a differenza dei casi riguardanti l’uso del software, qui non si trattava di un codice sorgente illeggibile o di elementi tecnici accessibili solo per il tramite della loro copia: le decisioni giudiziarie su cui si basano le note a sentenza sono già leggibili direttamente da chiunque, senza che ci sia la necessità di copiarle.
La creatività delle note a sentenza
Un ulteriore aspetto del confronto fra le parti in udienza ha riguardato la domanda che riguarda la creatività, e quindi la tutela giuridica delle note a sentenza di Westlaw.
ROSS ha insistito sul fatto che le note a sentenza derivano da decisioni giudiziarie di pubblico dominio e che le differenze linguistiche rispetto alle sentenze sarebbero troppo minuscole per giustificare una tutela forte del diritto d’autore. In sostanza – secondo ROSS – Westlaw non avrebbe creato contenuti realmente originali, ma si sarebbe limitata a riformulare i principi di diritto già espressi dai giudici.
Thomson Reuters ha replicato che la distinzione tra la legge in sé e il materiale editoriale relativo alla legge è consolidata, nel senso che anche se le sentenze sono di dominio pubblico, la selezione, la sintesi e la formulazione redazionale dei punti giuridici che le connotano possono essere protette.
Alla luce di queste opposte tesi, la Corte d’Appello è stata chiamata a decidere se le note a sentenza siano opere originali e se, in ogni caso, l’uso fattone da ROSS costituisca o meno un atto rientrante nel Fair Use[9], circostanza la prima confermata e la seconda negata dalla Court of Appeals.
Il caso Thomson Reuters-Ross Intelligence nel diritto italiano ed europeo
Possiamo a questo punto chiederci come sarebbe stata decisa questa controversia in base al diritto italiano e alla giurisprudenza dell’Unione Europea, per stabilire in via di mera ipotesi se essa sarebbe stata giudicata in senso conforme a quanto stabilito dalla District Court del Delaware e dalla Corte d’Appello del Terzo Circuito negli Stati Uniti, pur dovendosi tenere conto delle specificità del sistema continentale che prevede un regime delle eccezioni e delle limitazioni dei diritti esclusivi oltre che i diritti connessi a quelli d’autore che non esistono nel contesto giuridico statunitense.
Prendendo l’abbrivio dalla tutela giuridica conferita dal diritto d’autore in Italia, si nota che l’art. 1 della legge n. 633/1941 protegge “le opere dell’ingegno di carattere creativo”, intendendosi per creatività anche un “atto creativo, seppur minimo” (Cass. civ. Ord. 1107/2023 in data 16 gennaio 2023[10]). La giurisprudenza dell’Unione Europea (CGUE, C‑604/10, Football Dataco)[11] esclude che la mera riproduzione di dati determini originalità, ma riconosce tutela a un’opera quando l’autore opti per scelte libere e creative nella selezione, nell’organizzazione o nella formulazione dei contenuti.
Le note a sentenza di Westlaw – e, in generale, le analoghe annotazioni redazionali – sono il risultato di un’attività intellettuale di sintesi, di selezione dei principi di diritto e di riorganizzazione dei loro contenuti. Anche a volere accogliere la tesi di ROSS secondo cui la formulazione delle note a sentenza sarebbe spesso aderente al testo della sentenza, resta da verificare il profilo della loro selezione e disposizione.
Vanno in tal senso altresì valutati, la scelta di quali principi di diritto estrarre dalle sentenze, il collegamento delle note con gli specifici passi motivazionali delle decisioni e il loro inserimento nel sistema di classificazione adottato dalla piattaforma. Tali componenti costituiscono un’espressione originale della personalità del redattore, sufficiente a integrare il requisito della creatività. Inoltre, la normativa italiana tutela espressamente le “elaborazioni di carattere creativo” (art. 4 Legge Autore), fra le quali possono rientrare anche le sintesi annotate di decisioni giudiziarie.
La dottrina del merger nell’ordinamento italiano
L’argomento di ROSS relativo al merger – per cui non esisterebbero modi alternativi di esprimere un principio di diritto senza riprodurne la stessa formulazione – non trova accoglimento nell’ordinamento italiano, che ammette la tutela del diritto d’autore purché residui un margine di scelta espressiva per il creatore dell’opera. Poiché la prassi dimostra che diversi redattori (e diverse banche di dati) producono annotazioni differenti per la medesima sentenza, non sussiste quella fusione inevitabile tra idea ed espressione ipotizzata dalla difesa di ROSS.
La tutela delle banche dati Westlaw
Anche volendo prescindere dalla tutelabilità delle singole note a sentenza, la loro raccolta organizzata costituisce una banca dati protetta ai sensi degli artt. 2, n. 9, e 102-bis Legge Autore. La giurisprudenza europea e quella nazionale italiana riconoscono al costitutore – colui il quale ha effettuato investimenti rilevanti per la costituzione, la verifica o la presentazione di una banca di dati (c.d. “sweat of the brows”) – il diritto di vietare l’estrazione e/o il reimpiego della totalità o di parti sostanziali del contenuto.
Gli investimenti di TR nella creazione e nell’aggiornamento della piattaforma Westlaw la qualificherebbero senz’altro come costitutore, legittimandola ad opporsi a un’estrazione massiva ove tale risultasse quella compiuta da ROSS.
Text and Data Mining e opt-out nell’Unione europea
Quanto compiuto da quest’ultima impresa con l’appropriazione dei contenuti di Westlaw potrebbe rientrare altresì nella nozione di estrazione di testo e di dati (Text and Data Mining) disciplinata dalla Direttiva DSM (Dir. (UE) 2019/790). In Italia, l’art. 70-quater Legge Autore (in attuazione della stessa direttiva consente le riproduzioni e le estrazioni ai fini del TDM anche se attuate per scopi commerciali, a condizione che l’utilizzo non sia stato espressamente riservato dai titolari (meccanismo di Opt-out).
Nel caso in esame, TR aveva manifestato la propria opposizione all’uso dei dati richiesti, negando l’accesso alla propria piattaforma da parte di ROSS e, verosimilmente, apponendo clausole di riserva anche mediante metadati leggibili dalle macchine (machine readable). L’accesso abusivo, per di più ottenuto tramite terzi in violazione delle condizioni di licenza, escluderebbe in radice l’operatività dell’eccezione a favore di ROSS.
Diversamente da quanto accade con il Fair-Use statunitense, il sistema europeo non consente al giudice di bilanciare l’interesse pubblico all’innovazione con i diritti esclusivi: le eccezioni alla privativa sono tassative e devono essere interpretate restrittivamente. Pertanto, anche ove si volesse attribuire un carattere “trasformativo” all’addestramento di un modello di intelligenza artificiale, esso non potrebbe prevalere su un espresso Opt-out del titolare.
Diritto d’autore e AI dopo Thomson Reuters contro Ross Intelligence
La vicenda Thomson Reuters c. Ross Intelligence, come arricchita dalle contrapposte memorie d’appello, ha presentato quindi un osservatorio privilegiato sul tema dell’intersezione tra diritto d’autore e intelligenza artificiale.
Pur dovendosi rilevare che la globalizzazione potrebbe condurre a un’interpretazione evolutiva del Fair-Use capace di favorire l’innovazione a scapito dei diritti di privativa, l’ordinamento italiano e quello europeo sembrano pervenire, alla luce di questo sintetico contributo, a risultati analoghi a quelli raggiunti dal Terzo Circuito delle Courts of Appeals statunitensi. A tale stregua, le annotazioni editoriali che esprimono un minimo di creatività – tanto nella formulazione quanto nella selezione e organizzazione dei contenuti – sono protette, e l’estrazione non autorizzata di tali contenuti per addestrare un modello di intelligenza artificiale a fini commerciali, in presenza di una riserva espressa del titolare (Opt-out), costituisce violazione dei diritti d’autore e del diritto sui generis del costitutore della banca dati.
Si perviene quindi conclusivamente a un’identica soluzione partendo da sistemi giuridici fondati su una differente concezione della legge, anche alla luce della costante e progressiva azione ermeneutica svolta dai giudici con le loro sentenze da una parte e dall’altra dell’Atlantico.
Note
[1] Di questa causa è stata data notizia di sintesi nei seguenti due articoli:
[2] L’ordinanza, a firma del Collegio dei tre giudici del panel, precede il deposito delle motivazioni prevista nei dieci giorni dalla sua data. ↩
[3] I contenuti pubblicati da Westlaw, la piattaforma di ricerca giuridica di TR non si limita a riprodurre le sentenze oggetto delle ricerche giuridiche in quanto consentono agli utenti di disporre di tre tipologie di contenuti originali:
• Le West Note, cioè le note a sentenza, le quali sono sintesi create da giuristi-redattori della TR che individuano e spiegano i principi di diritto e i fatti della causa, collegati ai passaggi motivazionali delle decisioni in considerazione.
• Il West Key Number System, che configura un sistema di classificazione proprietario della TR, in quanto suddivide in argomenti e in sotto argomenti sia le note a sentenza che le sentenze.
• Le Synopses, che consistono in riepiloghi introduttivi dei temi oggetto delle opinion dei giudici.
Secondo TR, la redazione delle note a sentenza implica alcune scelte creative che sono tutelate dal Diritto d’autore. Esse includono la scelta dei concetti da annotare, quante note a sentenza creare per ciascuna sentenza, a quali passi della decisione collegarle, con quale linguaggio esprimere i principi di diritto e a quali “Key Numbers” assegnarle. Numerosi redattori, prevalentemente esperti del diritto, producono normalmente annotazioni differenti l’una dall’altra per la medesima decisione.
Secondo le tesi di TR, ROSS, un’impresa commerciale operante nello sviluppo di modelli di intelligenza artificiale, intendeva realizzare una piattaforma concorrente di Westlaw. Pur avendo già acquisito un ampio archivio di testi integrali di sentenze, ROSS necessitava di un training set composto da domande giuridiche abbinate ai pertinenti brani delle sentenze. Dopo essersi vista negare da TR una licenza diretta del prodotto Westlaw, ROSS ha incaricato un fornitore esterno (la società LegalEase Solutions) di accedere a Westlaw e di redigere migliaia di “Bulk Memos”.
Questi documenti riproducevano sistematicamente le note a sentenza di Westlaw trasformandole in domande, cui venivano accoppiate come “risposte” le corrispondenti porzioni di sentenza già individuate dai redattori di TR, sfruttando la struttura del Key Number System.↩
[4] Per un breve esame di sintesi dell’impatto della dottrina del Fair-Use, come essa è stata interpretata dai giudici statunitensi è possibile leggere questo brano: https://www.agendadigitale.eu/mercati-digitali/fair-use-o-violazione-lia-generativa-di-meta-alla-prova-del-copyright/ ↩
[5] Su questo tema, ampiamente dibattuto da questa rivista, si può leggere questo articolo: https://www.agendadigitale.eu/cultura-digitale/fair-use-diritto-dautore-e-ia-gli-effetti-della-sentenza-warhol-goldsmith/ ↩
[6] La decisione, che va letta nel suo testo integrale per dedurne le conclusioni addotte in causa da TR, aveva stabilito che le informazioni, di per sé stesse e in assenza di un minimo di creatività originale, non possono essere tutelate dal diritto d’autore. Nel caso oggetto del ricorso, la Feist aveva copiato informazioni tratte dagli elenchi telefonici della Rural per inserirle nei propri, dopo che la Rural aveva rifiutato di concedere in licenza tali informazioni.
La Rural aveva quindi intentato una causa nei confronti di Feist per violazione del diritto d’autore, ma la Corte Suprema ha stabilito che le informazioni contenute nell’elenco telefonico della Rural non erano tutelabili dal diritto d’autore e che, pertanto, non vi era stata alcuna violazione.
Qui il testo della sentenza resa il 27 marzo 1991: https://supreme.justia.com/cases/federal/us/499/340/?__cf_chl_f_tk=WEbLLLnP8ZDrCvUSfD002qT.BIGUdumYte0gy9R2fYw-1782904227-1.0.1.1-AHaeW4gOMPB27yYsvox8TQqNIWX307NHPzh1ao5Gb4s ↩
[7] La prima sentenza (Sega v. Accolade), del 1992 ha stabilito che Accolade avesse agito lecitamente, in quanto la copia intermedia effettuata a fini di reverse engineering è lecita ai sensi della dottrina del Fair-Use, qualora chi esegue la copia abbia un motivo legittimo per farlo come, ad esempio, accedere alle specifiche tecniche funzionali necessarie per la compatibilità dei sistemi e non vi siano altri mezzi disponibili per svolgere detta attività. Qui il testo della decisione: https://law.justia.com/cases/federal/district-courts/FSupp/785/1392/2144879/
La seconda decisione, quella resa dal Nono Circuito nel caso Sony Computer Entertainment contro Connectix Corp. (203 F.3d 596) è una sentenza dell’anno 2000 con cui la Corte ha stabilito che la “copia intermedia” di un software protetto da diritto d’autore, effettuata a fini di reverse engineering, rientra nella dottrina del Fair-Use, anche qualora il prodotto che ne risulti entri in diretta concorrenza con l’originale.
Qui la sintesi della decisione: https://www.copyright.gov/fair-use/summaries/sony-connectix-9thcir2000.pdf ↩
[8] I tre magistrati componenti il Collegio giudicante sono Felipe L. Restrepo, Tamika R. Montgomery-Reeves e Emil J. Bove III ↩
[9] Nelle more della decisione da parte del Terzo Circuito non sono mancati i colpi di scena.
Il 4 settembre 2026, gli avvocati che assistono Ross Intelligence, Inc., hanno scritto una lettera alla delegata della Cancelleria della Corte d’Appello di Filadelfia, facendo osservare alla Corte che il Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti “ha un forte interesse nello stabilire se l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale costituisca Fair Use in base alle norme sul Copyright” e “ha un forte interesse che questa Corte [riferendosi ad altro caso pendente di fronte alla Southern District Court di New York nelle cause riunite pendenti contro Open AI da un notevole numero di testate fra cui il New York Daily News, il Chicago Tribune, il The Denver Post, il The San Jose Mercury News, il The Orange County Register e il The St. Paul Pioneer Press] respinga qualsiasi eccezione secondo cui l’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale su testi tutelati dal diritto d’autore violi la legge”.
Tale comunicazione con cui si evidenzia dai legali dell’appellante l’esistenza del potere del giudice di chiedere l’opinione dello Stato nelle questioni oggetto, di causa, è stata contraddetta dalla comunicazione inviata il 9 settembre 2026 alla medesima Cancelleria dagli avvocati di Thomson Reuters Enterprise (TR), i quali hanno evidenziato che la presa di posizione del Dipartimento della Giustizia statunitense riguarda solo i c.d. Large Language Models (LLM) che non sono oggetto della causa inter partes, dal momento che quest’ultima concerne un modello di intelligenza artificiale – in concorrenza con quello dell’appellata – diretto a identificare le sentenze delle Corti, così come già evidenziato dal giudice nel summary judgment reso nel caso Bartz vs. Anthropic.
La stessa difesa della TR ha evidenziato che il rafforzamento dell’industria statunitense dell’IA, voluta dal Governo degli Stati Uniti, richiede in primo luogo la protezione delle imprese da modelli che siano imitazioni servili dei primi, fatto che risulterebbe ampiamente provato nel giudizio de quo.↩
[10] La massima della decisione della Corte Suprema italiana è la seguente: “… In tema di diritto d’autore, il concetto giuridico di creatività non coincide con quello di creazione, originalità e novità assoluta, ma si riferisce alla personale e individuale espressione di un’oggettività appartenente alle categorie elencate nell’art. 1 della legge n. 633 del 1941, sicché un’opera dell’ingegno riceve protezione a condizione che sia riscontrabile in essa un atto creativo, seppur minimo, suscettibile di manifestazione nel mondo esteriore. …” ↩
[11] Si tratta della decisione che esclude la tutela del diritto d’autore sui calendari sportivi (Causa C-604/10 decisa con sentenza del 1° marzo 2012) ↩






















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