L’intelligenza artificiale nella pubblica amministrazione sta percorrendo una traiettoria precisa: da strumento di supporto a soggetto autonomo capace di produrre risultati senza la mediazione del funzionario. La scena che segue illustra, con concretezza, il punto esatto in cui ci troviamo e quello verso cui stiamo andando.
Indice degli argomenti
Dal copilota all’autopilota: l’AI che non affianca ma sostituisce
Sono le otto di mattina. Il responsabile di un settore comunale apre il computer, sfoglia la PEC, controlla lo stato di un’istruttoria rimasta in sospeso dal giorno prima. Nel frattempo, un nuovo strumento AI è entrato nel sistema, lo ha scelto qualcuno lassù, viene presentato come “supporto alla produttività”. Si chiama copilota. Suggerisce, autocompleta, aiuta. Il dirigente usa ancora la sua testa, la sua firma, la sua responsabilità.
Questa scena, a breve, avrà un’altra versione. Quella senza il dirigente che apre il computer al mattino. Quella in cui l’istruttoria è già stata istruita, il documento già prodotto, la risposta già formulata. Quella in cui l’AI non ha supportato il lavoro: lo ha fatto.
Sequoia Capital e la tesi che riguarda la PA italiana
Non è fantascienza. È la tesi che Sequoia Capital, uno dei fondi di venture capital più influenti al mondo, ha appena pubblicato in un documento intitolato “Services: The New Software”. Ed è una tesi che riguarda direttamente la pubblica amministrazione italiana, anche se nessuno ne parla ancora in questi termini.
Il problema non è il gestionale
La PA italiana ha investito anni, e miliardi di euro del PNRR, in digitalizzazione. Migrazione al cloud, adozione di piattaforme abilitanti, integrazione con PDND, attivazione di PagoPA, SEND, SPID, CIE. Un lavoro enorme, spesso faticoso, non ancora terminato.
Ma c’è una cosa che tutta questa digitalizzazione non ha toccato: il lavoro vero. L’istruttoria di un permesso di costruire, la gestione di un ricorso, la rendicontazione di un progetto europeo, la risposta a un’istanza complessa. Il software ha digitalizzato il contenitore. Il contenuto, il lavoro intellettuale, ripetitivo, basato su regole, è rimasto agli esseri umani.
E qui sta il punto: l’AI non è interessata al contenitore. È interessata al contenuto.
Per ogni euro speso in software, vengono spesi sei euro in servizi: personal, consulenze, outsourcing, personale dedicato, studi professionali, società di gestione. Il software serve a chi fa il lavoro. L’AI vuole fare il lavoro direttamente.
Copilota vs. autopilota: una distinzione che cambia tutto
Sequoia introduce una distinzione che vale la pena tenere a mente, perché descrive esattamente la traiettoria in atto.
Un copilota vende lo strumento. Lo metti nelle mani di un professionista, un funzionario, un consulente, un avvocato, e lo rende più veloce. Il professionista decide, firma, risponde. La responsabilità è sua. Il copilota è un amplificatore.
Un autopilota vende il lavoro. Non parla con il funzionario: parla con l’ente che ha bisogno del risultato. Non dice “ti aiuto a istruire la pratica”: dice “la pratica è istruita”. Non amplifica il professionista: lo sostituisce nel segmento di lavoro più prevedibile, più rule-based, più ripetitivo.
La differenza non è tecnica. È commerciale, organizzativa, e, per la PA, profonda seppur limitata dalla firma finale e della responsabilità.
Fino a ieri, il mercato AI per la PA si muoveva quasi esclusivamente sul modello copilota, come proposta: strumenti che aiutano il dipendente pubblico a lavorare meglio. Oggi inizia anche la fase del modello autopilota: soggetti terzi che offrono direttamente il servizio, il risultato, bypassando il professionista interno.
Dove si annida il lavoro ad alta “intelligenza” nella PA
Sequoia usa una distinzione concettuale utile: nelle professioni, alcune attività sono prevalentemente “intelligenza“, applicare regole complesse a dati strutturati, e altre sono prevalentemente “giudizio“, valutare contesti ambigui, bilanciare interessi contrapposti, assumere responsabilità politica.
L’AI ha già superato la soglia per le attività di intelligenza. Si sta avvicinando alle attività di giudizio.
Nella PA, le attività ad alto contenuto di intelligenza sono molte più di quanto si pensi: la codifica degli atti amministrativi, la risposta a istanze standard, la verifica di conformità documentale, la redazione di atti tipo, la classificazione di pratiche, il recupero crediti, il supporto normativo su materie codificate, la gestione delle PEC in entrata. Lavoro intellettuale, sì, ma basato su regole precise, corpus normativi definiti, procedure standardizzate.
Questo è esattamente il tipo di lavoro che gli autopiloti stanno imparando a fare. E nella PA italiana, questo lavoro è enorme, ed è svolto da dipendenti interni o da consulenti esterni pagati a progetto.
L’outsourcing invisibile della PA: il vero punto d’ingresso
Sequoia identifica un principio chiave per capire dove gli autopiloti attaccheranno per primi: l’outsourcing esistente è il punto di ingresso naturale. Se un’organizzazione esternalizza già un’attività, significa tre cose. Uno: ha accettato che quell’attività possa essere svolta da qualcuno di esterno. Due: esiste già una voce di budget dedicata. Tre: il committente sta comprando un risultato, non ore di lavoro.
La PA italiana esternalizza più di quanto sembri. Le rendicontazioni PNRR affidate a società di consulenza. Il supporto legale su contenziosi specifici delegato a studi professionali. La gestione dei tributi e del recupero crediti appaltata a soggetti terzi. Il supporto informatico e sistemistico in outsourcing ai CED consortili. La formazione del personale acquistata da provider esterni.
Tutte queste voci di spesa, e ce ne sono molte altre, sono i “wedge” di cui parla Sequoia: i punti di accesso attraverso cui le aziende AI-native entreranno nel mercato dei servizi, sostituendo i fornitori tradizionali non con un software migliore, ma con un risultato più veloce e meno costoso.
La domanda che ogni responsabile di ente dovrebbe porsi adesso non è “stiamo usando l’AI?”. È: “chi sta già guardando i nostri contratti di outsourcing come opportunità di mercato?”
Il rischio non è il licenziamento, è l’irrilevanza organizzativa
Quando si parla di AI e lavoro nella PA, il dibattito si concentra quasi sempre sul tema occupazionale: i dipendenti pubblici perderanno il posto? La risposta, almeno nel breve periodo e nel contesto italiano, è probabilmente no, per ragioni normative, contrattuali e demografiche.
Ma c’è un rischio molto più concreto e molto meno discusso: l’irrilevanza organizzativa.
Se un autopilota fa il lavoro e un dirigente firma soltanto, chi governa davvero il processo? Se la rendicontazione PNRR viene prodotta da un sistema AI esterno e l’ufficio interno si limita a validarla, dove risiede la competenza? Se le risposte ai cittadini vengono generate automaticamente e il funzionario le approva senza leggerle davvero, chi è responsabile dell’errore?
Questa non è una critica agli strumenti. È una critica a un modello di adozione passiva in cui la PA acquista risultati senza capire il processo che li genera. Un modello che, nel settore privato, ha già prodotto situazioni imbarazzanti. Nel settore pubblico, dove la responsabilità è personale e la firma ha valore giuridico, le conseguenze potrebbero essere molto più serie.
Il rischio non è che l’AI tolga il lavoro ai dipendenti pubblici. È che tolga la competenza all’organizzazione, lasciandole la forma senza la sostanza.
Tre mosse per stare dalla parte giusta di questo cambiamento
Non si tratta di resistere all’automazione. Si tratta di governarla. Ecco tre direzioni concrete per chi ha responsabilità nelle organizzazioni pubbliche.
Prima mossa: mappare i processi per rapporto intelligenza/giudizio
Non tutti i processi dell’ente sono uguali. Alcuni sono altamente codificati, basati su regole precise, replicabili, alta intelligenza, basso giudizio. Altri richiedono discrezionalità, valutazione politica, equilibrio tra interessi contrapposti, alto giudizio, bassa intelligenza. I primi sono candidati immediati all’automazione. I secondi rimarranno, almeno per ora, in mani umane. Sapere dove si collocano i propri processi è il primo passo per non farsi trovare impreparati.
Seconda mossa: presidiare la governance dei risultati prima che arrivi il venditore
Se un autopilota AI può istruire pratiche edilizie più velocemente e a costo inferiore rispetto all’ufficio tecnico attuale, prima o poi qualcuno lo proporrà all’assessore. Quando quell’incontro avviene, l’ente deve già avere una posizione: criteri di valutazione, requisiti minimi di qualità, modello di supervisione interna, clausole contrattuali. Costruire questa governance in emergenza, sotto pressione commerciale, è il modo migliore per prendere decisioni sbagliate.
Terza mossa: costruire competenza interna sul processo, non solo sul prodotto
Il vero asset della PA nel prossimo decennio non sarà chi sa usare gli strumenti AI, quelli ci saranno ovunque, e saranno facili da usare. Sarà chi capisce abbastanza profondamente il processo da poter valutare se il risultato dell’AI è corretto, parziale, o pericolosamente sbagliato. Questa competenza non si acquista con una licenza software. Si costruisce con formazione, esposizione diretta ai processi, cultura della verifica, esperienza.
La PA ha già vissuto questa transizione. Il ritmo, questa volta, è diverso.
Negli anni Novanta, l’informatizzazione della PA ha trasformato profondamente il lavoro degli uffici. Chi ha guidato quella transizione dall’interno, capendola, non solo subendola, ha costruito valore per le proprie organizzazioni e per la propria carriera. Chi ha aspettato si è trovato a gestire sistemi incomprensibili imposti dall’esterno.
Questa volta il ciclo è molto più rapido. L’informatizzazione ha impiegato vent’anni per maturare. L’AI impiegherà probabilmente cinque. E il salto non è da carta a schermo: è da schermo a nessuno schermo, perché il lavoro avviene senza che nessuno lo veda fare.
Sequoia Capital, Y Combinator, Andreessen Horowitz stanno convergendo sulla stessa tesi nello stesso momento: le prossime aziende miliardarie non venderanno software. Venderanno il lavoro. E il lavoro della PA, istruttorie, atti, risposte, rendicontazioni, compliance, è uno dei mercati più grandi, più frammentati e più sottoserviti che esista.
La domanda non è se questo cambiamento arriverà. È se la PA italiana si farà trovare come cliente passivo o come attore consapevole. La differenza, questa volta, non la faranno i fondi PNRR. La faranno le persone che oggi capiscono cosa sta succedendo, e iniziano a preparare il terreno.















