burocrazia difensiva

L’AI restituisce tempo alla PA: agli algoritmi le carte, all’uomo le scelte



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La Pubblica Amministrazione italiana affronta carenze di organico, scadenze del PNRR e burocrazia difensiva. L’Intelligenza Artificiale, se governata dall’uomo e inserita in architetture sicure, può diventare uno strumento operativo per accelerare istruttorie, ridurre rischi e valorizzare le competenze dei funzionari

Pubblicato il 20 ago 2026

Caterina Patrizia Morano

Funzionario Sistemi Informativi e Tecnologici Città Metropolitana di Reggio Calabria



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Da qualche anno la Pubblica Amministrazione italiana vive un drammatico paradosso che la costringe a un passo rallentato in un’epoca in cui la tempestività operativa è invece vitale, impattando negativamente sul principio costituzionale di Buon Andamento.

La spinta verso la transizione digitale — imprescindibile volano dell’economia globale che richiede azioni smart e veloci — e le serrate scadenze del PNRR si scontrano quotidianamente con croniche carenze di organico. Le opportunità dei fondi di finanziamento spesso sfumano perché gli uffici, in particolare a livello locale, non hanno il personale necessario a gestire, istruire e realizzare i progetti. Non solo: nei piccoli Comuni come nei Ministeri, il patrimonio più grande dello Stato — le competenze e l’esperienza dei funzionari — è oggi imprigionato da una burocrazia difensiva e ripetitiva. Redigere una determina o un bando di gara richiede ore passate a ricostruire e replicare formule storiche e stratificazioni normative, con il timore del ricorso o del rilievo contabile. Si sprecano così intelligenze e professionalità consolidate in mansioni meramente esecutive. In questa perenne apnea operativa, l’Intelligenza Artificiale viene spesso percepita come una minaccia di sostituzione o un lusso per pochi enti virtuosi; in realtà, rappresenta il più potente strumento di emancipazione del dipendente pubblico dall’introduzione della Legge 241/90 a oggi.

La Visione

Per uscire da questa impasse, si rende necessaria la creazione di un nuovo modello che rappresenti il superamento dell’equivoco culturale secondo cui l’Intelligenza Artificiale è un mero generatore automatico di testi a cui affidare ciecamente la stesura di un provvedimento attraverso una semplice chatbot commerciale e a cui chiedere la correzione di una bozza o la sintesi di un verbale. La vera frontiera per la PA è l’adozione degli Agenti AI Autonomi. A differenza dei modelli linguistici generici, un agente AI è un sistema software predittivo a cui viene assegnato un obiettivo strategico complesso — come verificare se una bozza di accordo di programma sia coerente con l’ultimo orientamento ANAC e con il Piano Triennale AgID — e che agisce autonomamente. L’agente non inventa testo: interroga i database interni cifrati dell’ente, analizza la giurisprudenza amministrativa e produce una prima istruttoria tecnica a zero errori.

Quale, in questo scenario, il ruolo dell’uomo? Mero Agente Umano? La necessaria riflessione filosofica serve ad evitare una pericolosa deriva antropologica: l’obiettivo non deve essere quello di assimilare l’essere umano alla macchina, riducendolo a un “agente biologico” che si limita a validare passivamente un dato preconfezionato da un algoritmo. Se usiamo la stessa categoria semantica per l’uomo e per il software, rischiamo di far cambiare specie al dipendente pubblico, riducendolo a un’appendice passiva dei flussi del software.

Il funzionario come Regista Sapienziale dell’atto

La macchina è dotata di funzioni e calcolo, ma l’uomo custodisce intenzionalità, etica e il senso profondo del bene comune. L’algoritmo deve farsi carico esclusivamente del lavoro pesante di ricerca e stesura della base documentale, lasciando al funzionario il ruolo di Regista Sapienziale dell’atto. Esattamente come in un team di alto livello, l’esperto pubblico orienta lo strumento, integra il testo con la propria sensibilità storica sul campo e, dove necessario, devia consapevolmente dal percorso puramente logico del software per far aderire l’atto alle reali esigenze umane e sociali del territorio. Non parliamo di un’automazione fredda che spersonalizza le istituzioni, ma di un ecosistema uomo-macchina in cui la tecnologia esegue e la coscienza umana governa, elevando il funzionario da semplice esecutore di flussi a custode insostituibile della discrezionalità amministrativa.

Il Paracadute Normativo: Perché l’AI nella PA si può (e si deve) usare già oggi

Il freno principale all’innovazione tecnologica nelle istituzioni italiane, seppur siano stati fatti già passi da gigante, anche grazie alla capacità di AgID di trovare strategie spesso “impositive”, non è mai di tipo tecnico, ma giuridico-difensivo. La paura della firma, il timore del rilievo della Corte dei Conti o del ricorso al TAR spingono spesso la dirigenza a rifugiarsi nell’“usato sicuro” delle vecchie procedure.

Questo stallo ignora che lo stesso legislatore ha da tempo sdoganato le tecnologie algoritmiche come leve strategiche indispensabili per lo snellimento procedurale e l’efficienza dell’azione pubblica. L’architettura normativa attuale traccia già il perimetro di totale legittimità dell’AI, partendo dal principio di “non esclusività della decisione algoritmica”, ampiamente consolidato dal Consiglio di Stato (a partire dalle sentenze storiche della Sez. VI, n. 8472/2019 e n. 2270/2019) e oggi esplicitamente codificato dall’art. 30, comma 2, lett. a) del D.Lgs. 36/2023 (Nuovo Codice dei Contratti Pubblici).

Istruttoria algoritmica e decisione umana

L’AI non firma gli atti: fa l’istruttoria; l’umano valida e decide, rispettando il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) e le ultime linee guida di AgID. In questo quadro, le decisioni basate su algoritmi di semplice supporto restano rigorosamente ancorate al fattore umano, azzerando i rischi di illegittimità del provvedimento. Per i Responsabili della Transizione Digitale (RTD), la sfida è la sovranità del dato: non si tratta di usare chatbot commerciali aperti, ma un’architettura blindata in cui dati e modelli AI risiedano in cloud qualificati (Polo Strategico Nazionale) e il dialogo con gli applicativi dell’ente avvenga solo tramite API schermate conformi agli standard dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN).

Dalla teoria alla sala macchine: il “Prompt di Amministrazione”

Passando alla pratica, l’esperienza storica del funzionario si unisce alla precisione dell’AI tramite istruzioni strutturate chiamate System Prompt. Il valore aggiunto sta nel superamento della sperimentazione isolata del singolo operatore per muoversi verso l’ingegnerizzazione dei processi dell’ente. L’obiettivo strategico diventa l’istituzionalizzazione di queste istruzioni, trasformandole in una vera e propria libreria di asset organizzativi standardizzati a disposizione dell’intera struttura. Questo approccio consente di abbattere radicalmente la barriera d’ingresso all’innovazione per il personale meno digitalizzato e, al contempo, garantisce la compliance normativa attraverso un’infrastruttura sicura. È in questo perimetro protetto che si sviluppa quella che possiamo definire la nuova Architettura Digitale Bifronte della PA: un ecosistema integrato in cui gli agenti software interrogano i modelli globali per navigare la complessità esterna all’ente e, simultaneamente, attivano motori semantici interni per valorizzare i repository dell’organizzazione.

Alimentando questa infrastruttura sicura conforme ad ACN con una direttiva specifica, l’algoritmo si trasforma in un assistente istruttore specializzato. Un esempio reale potrebbe essere il seguente:

“Agisci come un Esperto Istruttore Amministrativo della PA italiana. Analizza il capitolato tecnico allegato. Il tuo obiettivo è identificare esclusivamente: 1) Eventuali contrasti con le norme del nuovo Codice degli Appalti; 2) Clausole discriminatorie o ambigue che potrebbero generare ricorsi; 3) Mancanza di riferimenti obbligatori ai Criteri Ambientali Minimi (CAM). Produci un report strutturato dividendo i rilievi per gravità, citando sempre l’articolo di legge di riferimento.”

Ridurre tempi e rischio amministrativo

Il risultato di questa istruzione è un elenco analitico e immediatamente azionabile: una tabella chiara che mappa le anomalie testuali, riducendo i tempi di pre-istruttoria del 70%. Al di là del dato quantitativo, il valore risiede nella drastica riduzione del rischio amministrativo. Il funzionario, potendo contare su una validazione oggettiva che scherma il provvedimento da vizi o sviste normative, supera i rallentamenti tipici della burocrazia difensiva e accelera l’iter di trasmissione interna, favorendo un rilascio significativamente più tempestivo dell’atto finale.

Tuttavia, questo cambio di paradigma non è automatico: la strutturazione di un System Prompt efficace richiede competenze che il personale non può improvvisare. È qui che la dirigenza deve compiere un salto di qualità manageriale, comprendendo l’urgenza di investire in percorsi di formazione mirati. Sviluppare forti competenze digitali e metodologiche interne è l’unica via per consentire al personale di dominare la tecnologia senza timori reverenziali, trasformando il potenziale teorico degli algoritmi in competenze operative reali.

La vera digitalizzazione della Pubblica Amministrazione non si fa accumulando software o licenze inutilizzate, ma liberando il tempo e il valore intrinseco delle persone. Restituire ai funzionari il proprio ruolo di progettisti del futuro dei nostri territori è l’unico modo per tradurre la transizione digitale in un effettivo, tangibile Buon Andamento costituzionale.

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