Google e perplexity

Contenuti AI, c’è responsabilità editoriale: la svolta parte dalla Germania



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La decisione della Zak tedesca su Google AI Overview e Perplexity AI apre un fronte decisivo: i contenuti di attualità generati dall’intelligenza artificiale possono essere considerati editoriali. Una qualificazione che incide su responsabilità, concorrenza, copyright, traffico agli editori e pluralismo democratico

Pubblicato il 22 lug 2026



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Rimbalza dalla Germania, dalla Zak, l’Autorità che riunisce le quattordici autorità regionali tedesche per i media, una decisione che potrebbe avere un effetto deflagrante sull’ecosistema dell’informazione online e sul modello di business dei giganti dell’intelligenza artificiale generativa.

La decisione riguarda, in particolare, Google Overview AI e Perplexity AI ma i principi sui quali è basata trascendono i due servizi e appaiono largamente applicabili a quelli di tutti gli altri leader del mercato.

Intelligenza artificiale e contenuti editoriali: la svolta della Zak

La sintesi sta in una manciata di parole: i contenuti di attualità generati dall’intelligenza artificiale devono considerarsi contenuti editoriali con la conseguenza che i fornitori dei servizi attraverso i quali sono generati devono considerarsi editori e non meri intermediari di contenuti generati da terzi.

È, o, almeno, potrebbe essere, una piccola-grande rivoluzione copernicana, all’origine di conseguenze diverse.

Sin qui, infatti, i giganti dell’universo digitale hanno sempre o quasi sempre beneficiato, in relazione ai contenuti offerti al loro pubblico, se non di un’esclusione almeno di un’ampia limitazione di responsabilità figlia, essenzialmente, dell’assunto che erano solo intermediari, che i contenuti non erano loro, che non stava a loro controllarne, almeno in maniera generalizzata, la liceità.

Lo stabiliva, sin dal 2000 la Direttiva sul commercio elettronico, lo stabilisce oggi, in termini sostanzialmente analoghi, il Digital Service Act.

La ratio era e resta sacrosanta: chiamare i gestori delle grandi piattaforme social, quelli dei motori di ricerca, i fornitori di hosting e di altri servizi attraverso i quali miliardi di persone condividono contenuti, idee e opinioni a rispondere dell’eventuale illiceità di tali contenuti avrebbe rischiato e rischierebbe di limitare e comprimere oltre la soglia di sostenibilità democratica la libertà di parola online perché avrebbe spinto e spingerebbe il fornitore dei servizi in questione, per prevenire eventuali proprie responsabilità, a impedire a tanti di dire la loro nella dimensione digitale, in qualche modo, a censurare le altrui idee e opinioni.

Responsabilità editoriale AI e fine dell’intermediazione neutrale

Ma la condizione era e resta chiara: per beneficiare di una tanto importante limitazione di responsabilità il fornitore del servizio, il cosiddetto intermediario, non doveva e non deve aver nulla a che fare con il contenuto in questione, non deve averlo prodotto, manipolato, modificato.

Ed è proprio qui che sta se non la novità in termini di principi – perché in effetti si tratta semplicemente di una piana applicazione di queste regole – la linea di confine tra ieri e oggi, tra un prima e un dopo o, più semplicemente, tra la più parte dei servizi forniti sin qui dalle bigtech e quelli di intelligenza artificiale generativa che, in salsa diversa, ora, stanno, più o meno tutte, iniziando a fornire.

La Zak non ha dubbi: almeno i contenuti di attualità generati a mezzo intelligenza artificiale devono considerarsi prodotti direttamente dai giganti in questione. Sono loro, non di terzi, non intermediati.

Via ogni limitazione di responsabilità, quindi, dentro la responsabilità editoriale, una responsabilità ampia, importante, talvolta enorme, quasi oggettiva.

Il ragionamento è quasi sillogistico: se il contenuto di attualità generato dall’intelligenza artificiale è di natura editoriale e se il fornitore di servizio è, di conseguenza un editore, allora bisogna concludere che quest’ultimo – il fornitore del servizio – è responsabile di tutto quello che i suoi modelli generano e che viene pubblicato all’interno delle proprie pagine.

Ha, insomma, la piena responsabilità editoriale di quello che pubblica nel rispondere a qualsiasi richiesta – prompt – degli utenti, proprio come un qualsiasi editore di giornali.

Correttezza, diffamazione, privacy e diritto d’autore

E questo, indistintamente, sul versante della correttezza dell’informazione che pubblica, su quello dell’eventuale diffamatorietà, su quello della violazione di eventuali segreti di ogni genere, della disciplina sulla privacy – che si tratti di esattezza dei dati o riservatezza –, di quella in materia di diritto d’autore, di par condicio o silenzio elettorale e chi più ne ha più ne metta.

In sede civile, penale e amministrativa.

Una gatta non facile da pelare per un’industria cresciuta sotto un regime giuridico completamente diverso che, pure, già da un po’, aveva iniziato a scricchiolare, da una parte e dall’altra dell’oceano, con l’apertura di una serie di crepe piccole e meno piccole, eccezioni alla regola mal digerite dai Signori dell’industria.

Ora che, almeno in relazione ai contenuti di attualità generati dalle loro intelligenze artificiali, l’eccezione diventa regola, che succederà?

È un rischio sostenibile per imprese che generano quotidianamente, solo in Europa, in maniera algoritmica e, quindi, completamente automatizzata, milioni di contenuti di attualità ogni giorno?

Perché un qualsiasi errore presente in uno qualsiasi dei milioni di contenuti in questione potrebbe costare al fornitore del servizio, richieste risarcitorie, sanzioni pecuniarie e condanne.

E altrettanto può accadere se nel contenuto di attualità generato algoritmicamente finisce un’espressione diffamatoria nei confronti di qualcuno, uno stralcio di un’opera coperta da diritto d’autore, dei dati personali che non avrebbero dovuto esser pubblicati o pubblicati in maniera inesatta.

Insomma, il rischio è che i fornitori di servizi basati sull’intelligenza artificiale si ritrovino travolti da azioni risarcitorie per diffamazione, violazione della privacy, rivelazione di segreti industriali o d’ufficio e da centinaia di procedimenti sanzionatori dinanzi a decine di Autorità.

Sono o saranno pronti a correre questo rischio?

Per carità stiamo parlando di giganti tecno-economico-finanziari con tasche profondissime che, tuttavia, sin qui, hanno beneficiato di sconfinate esenzioni di responsabilità.

È grazie a quel regime che sono diventati giganti.

E ora?

Google AI Overview e Perplexity come editori concorrenti

Google ha già anticipato l’intenzione di impugnare la decisione tedesca.

È difficile, in effetti, pensare che chicchessia, almeno allo stato, sia in grado di garantire che la propria intelligenza artificiale generativa, richiesta di generare contenuti di attualità, non sbagli mai, non commetta errori, non dica ciò che non dovrebbe dire o non lo dica in modo sbagliato.

Anche perché, guai a dimenticarsi, che quei servizi non sono nati per sostituire i giornali e gli altri mezzi di informazione.

Ma ora è questo – o, meglio, anche questo – che sta accadendo.

Google Overview AI, Perplexity AI secondo la Zak sono editori, concorrenti diretti degli altri editori di giornali.

E non c’è ragione per ritenere che la stessa regola non valga anche per gli altri servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa almeno quando producono contenuti di attualità.

È giusto così.

Difficile dubitarne.

Non si può entrare in un mercato, far concorrenza a chi c’era prima, non ha importanza in maniera quanto innovativa e non vedersi applicare le stesse regole.

Ma dietro alla decisione della Zak c’è anche molto di più.

Questioni di concorrenza e pluralismo, di mercato e democrazia.

Legate a doppio filo.

AI generativa, concorrenza e contenuti degli editori

Sotto il primo profilo una delle questioni è questa: sin dal debutto dei servizi basati sull’intelligenza artificiale generativa ci si è chiesti se fosse legittimo che le grandi fabbriche globali degli algoritmi avessero pescato a strascico – e continuassero a pescare a strascico –, tra gli altri, i contenuti degli editori per addestrare i propri modelli e porsi poi in condizione, in qualche modo, di far loro concorrenza sul mercato finale.

La questione è al centro di alcuni grandi processi in giro per il mondo: uno su tutti, quello del New York Times contro OpenAI.

Difficile pensare che la qualificazione dei fornitori di questi servizi come editori e, quindi, concorrenti diretti degli editori di giornali, non abbia un impatto sulla definizione della questione.

Come si potrà considerare lecita l’attività di un editore – uno qualsiasi dei ciclopi dell’AI generativa che produce contenuti di attualità – che dopo essersi appropriato senza alcuna autorizzazione di pregi, investimenti e asset industriali di un diretto concorrente, si presenta allo stesso pubblico come in condizione di offrire un servizio fungibile e, quindi, idoneo a sostituire quello dell’editore dei cui investimenti si è avvantaggiato?

E non è, come detto, solo una questione di concorrenza e mercato.

L’impatto sul pluralismo dell’informazione e sulla democrazia rischia di essere enorme.

Per ragioni diverse.

Google AI Overview, traffico agli editori e pluralismo

La prima è che, a differenza di ieri, quando Google era solo un motore di ricerca, oggi che Google è anche un editore che pubblica il proprio contenuto – quello generato in Google Overview AI – nel box a inizio pagina, sopra ai link restituiti come risultati della ricerca lanciata dagli utenti, questi ultimi, nella più parte dei casi, considerano il loro bisogno informativo soddisfatto da Google e, quindi, non proseguono nella navigazione verso le pagine degli editori.

È qualcosa che sta già accadendo.

Lo racconta uno Studio del Pew Research Center secondo il quale quando all’esito di un’interrogazione di Google, compare una Overview AI, gli utenti cliccano sui link sottostanti solo nell’8% dei casi, contro il 15% di quando la Overview AI non compare.

Il 50% in meno degli utenti, insomma, prosegue la navigazione verso le pagine di un editore.

E non basta perché, secondo la stessa ricerca, solo l’1% delle visualizzazioni di AI Overview porta a un click su una delle fonti citate all’interno del riassunto stesso.

E ancora le sessioni si concludono senza ulteriori azioni nel 26% dei casi con AI Overview, contro il 16% senza.

Risultato: oltre alla questione concorrenziale e di mercato, quello che potrebbe accadere – e, anzi, che forse sta accadendo in maniera già sistematica o quasi – è che il contenuto del riassunto artificiale di Google si impone quale ricostruzione, voce, punto di vista, opinione dominante per i lettori.

La voce di Google, insomma, rischia di travolgere il pluralismo: un pensiero e una narrazione unici algoritmici in luogo di una pluralità di pensieri e narrazioni umane.

E non basta.

Chatbot AI, fonti originali e concentrazione dell’informazione

Altrettanto, infatti, accade all’interno dei chatbot basati sull’intelligenza artificiale generativa quando interrogati su fatti di attualità.

Anche in questo caso, infatti, il fornitore del servizio da una parte restituisce all’utente un contenuto sintetico, esaustivo, facilmente digeribile che, nella più parte dei casi, proprio come nel caso di Google Overview AI, soddisfa la curiosità dell’utente che difficilmente lascia l’interfaccia del chatbot alla volta delle pagine degli editori e, dall’altra parte, fornisce agli utenti, sotto il riassunto, una selezione molto ridotta di link, lontana dall’esaustività, con la conseguenza che anche chi abbia voglia di approfondire, verosimilmente, lo fa attraverso i contenuti cui puntano i link in questione.

E, comunque, a farlo sono pochi, pochissimi rispetto a quelli che lo fanno davanti ai risultati di un motore di ricerca.

Secondo il Reuters Institute solo il 4% di chi riceve una risposta di attualità da un chatbot IA clicca sulla fonte originale, contro 19% dai motori di ricerca classici.

Anche in questo caso, questioni, pure rilevanti, di concorrenza a parte, il sacrificio in termini di pluralismo informativo è enorme.

Per carità, anche ieri, quando il motore di ricerca organizzava, sulla base dei propri algoritmi, i risultati delle ricerche degli utenti, inesorabilmente, premiava la voce di alcuni editori in danno degli altri, semplicemente garantendo ai contenuti di taluno un posizionamento migliore rispetto a quello di altri ma niente a che vedere con quello che accade oggi.

Innanzitutto, perché l’unica voce sistematicamente preferita e premiata è quella del fornitore di servizi di intelligenza artificiale.

E, poi, perché la selezione delle fonti verso le quali, eventualmente, proseguire la navigazione è enormemente inferiore – normalmente a uno, due o tre link – rispetto a quella delle fonti – la quasi totalità – semplicemente cancellata dall’interfaccia, resa irraggiungibile, inaccessibile.

Niente traffico, niente ricavi, niente giornali

Non è uno scenario sostenibile.

Sia perché, niente link, significa niente traffico, niente traffico significa niente investitori pubblicitari e niente investitori pubblicitari significa niente ricavi e, quindi, niente giornali.

Tanti, troppi di meno, troppe voci, magari proprio quelle più fuori dal coro, scomparirebbero non tanto e non solo dalle interfacce dei servizi basati sull’intelligenza artificiale, ma proprio dal mercato, dall’ecosistema informativo.

Sia – e, anzi, soprattutto – perché, niente pluralismo, significa niente democrazia.

Sono solo alcune delle ragioni per le quali la decisione tedesca è tanto importante e non dovremmo lasciarcela scorrere addosso.

È un campanello d’allarme da ascoltare e prendere sul serio, una sveglia che dovrebbe farci svegliare e correre ai ripari.

Non servono nuove regole.

Serve applicare in maniera decisa, determinata e urgente quelle che già ci sono.

L’informazione non è un bene come tutti gli altri ma la pietra angolare della nostra democrazia e tutto quello che non va nel suo ecosistema si riverbera inesorabilmente sulle persone, i loro diritti e le loro libertà.

Bene, un’intelligenza artificiale a servizio della buona informazione, male un’intelligenza artificiale che minacci il pluralismo e rischi di imporre un pensiero unico globale.

E l’ecosistema informativo non può sopravvivere e, certamente, non può svolgere la sua funzione di supporto e volano democratico se finisce saldamente nelle mani di una manciata di super editori globali.

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