Anniversario Piazza Tienanmen: dalla Cina lezioni di censura e rimozione della memoria - Agenda Digitale

globalizzazione del controllo

Anniversario Piazza Tienanmen: dalla Cina lezioni di censura e rimozione della memoria

La censura cinese ha lavorato a pieno ritmo in occasione dell’anniversario di Piazza Tienanmen: grazie all’uso di algoritmi sono stati eliminati contenuti ritenuti “pericolosi” e si sono susseguiti numerosi fermi e arresti preventivi. Anche Google ha subito la censura. Un’operazione scientifica di rimozione della memoria

24 Giu 2021
Federica Maria Rita Livelli

Business Continuity & Risk Management Consultant

Ogni anno, pochi giorni prima di date delicate come l’anniversario del 4 giugno della repressione del 1989 in piazza Tienanmen, l’Internet cinese, già ampiamente sorvegliato, diventa uno spazio ancora più “ristretto” del normale: alcune parole sono censurate su varie piattaforme; gli emoji comunemente usati, come la candela, iniziano a scomparire dalle tastiere emoji; i nomi utente su piattaforme diverse non possono essere modificati; taluni contenuti che, in altri periodi dell’anno, potrebbero essere considerati “accettabili” danno adito a visite da parte della Sicurezza dello Stato cinese.

Nella nostra memoria permane la foto simbolo della protesta: uno studente che da solo e completamente disarmato si posiziona davanti a una colonna di carri armati per fermarli, passato alla storia come il “rivoltoso sconosciuto”.

Il tema in Cina è sempre un tabù dal 1989. Sebbene su Internet, giornali e documentari si possano trovare varie testimonianze, filmati e immagini riguardanti la protesta, il Partito Comunista cinese ha occultato le varie tracce tramite l’utilizzo di censura e disinformazione.

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Inoltre, ogni anno, nel giorno della commemorazione di tale evento storico si svolgono marce o fiaccolate nel totale silenzio dei mezzi di comunicazione e sotto lo stretto controllo delle autorità che, altresì, monitorano attentamente i contenuti pubblicati su internet e i dissidenti relegati agli arresti domiciliari.

La censura ai nostri giorni

La censura consiste in una forma di controllo sociale atta a limitare la libertà di espressione e di accesso all’informazione. Essa si basa sul principio secondo il quale determinate informazioni, idee e opinioni possono minare la stabilità dell’ordine sociale, politico e morale vigente. Pertanto, applicare la censura ha sempre significato esercitare un controllo autoritario sulla creazione e sulla diffusione di informazioni, idee e opinioni.

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La censura del Governo cinese ha lavorato a pieno ritmo in occasione dell’anniversario di Piazza Tienanmen: grazie all’utilizzo di algoritmi sono stati eliminati contenuti ritenuti “pericolosi” e si sono susseguiti numerosi fermi e arresti preventivi. Al contempo, si sono verificati attacchi alla Cina da parte di: dissidenti che vivono all’estero e politici; media occidentali, il cui giudizio è in gran parte influenzato dalle relazioni dei loro Paesi con la Cina.

Assistiamo, oggi giorno, ad azioni di censura rivolte a nuove forme di comunicazione che sono ritenute capaci di accrescere la libertà di espressione individuale e di affermare nuove modalità di consapevolezza in un tentativo di salvaguardia anche dei diritti umani.

La censura cinese sui contenuti online, TV e stampa

Il governo cinese ha bloccato decine di siti, blog e anche le trasmissioni in lingua cinese di alcuni network internazionali nel tentativo di mettere a tacere i dissidenti e rimuovere il massacro del 1989, oltre a impedire la formazione di nuovi gruppi di opinione. Ciò nonostante, gli internauti cinesi sono riusciti ad aggirare i divieti, adottando nomi in codice e password diverse. Inoltre, la censura del Governo cinese non ha risparmiato alcune delle aziende big tech e piattaforme social.

Twitter è stato bloccato dalle 17 ora locale cinese di martedì 2 giugno. Lo stesso si è verificato per Bing, il motore di ricerca Microsoft. Inoltre, secondo GreatFire.org – organizzazione anonima con sede in Cina che si prefigge contribuire alla trasparenza della censura online in Cina – nel Paese del Dragone sono stati bloccati tutti i portali internazionali e anche Google ha subito la censura e le versioni internazionali del motore di ricerca sono stare rese inaccessibili a poche ore dal 25° anniversario di Piazza Tienanmen.

La censura non ha risparmiato nemmeno la TV americana CNN che è stata oscurata nei passaggi in lingua cinese in cui mostrava e criticava le repressioni del 1989.

Queste azioni sono il frutto di una consolidata politica di controllo come si evince da due studi pubblicati lo scorso autunno dall’Università di Harvard: esiste uno schema ben preciso e implementato da anni in grado di eliminare in 24 ore un contenuto sgradito dai mass media di Stato.

Tecniche di censura

Le tecniche di censura usate da stati autoritari e, talvolta, anche da quelli democratici, sono numerose e vanno sotto il nome collettivo di Beijing consensus, i.e. un mix di tecnologie di sorveglianza e repressione in grado di silenziare le proteste. Quelle più usate sono basate sul filtraggio di Internet, l’ip-blocking (una configurazione di un servizio di rete che blocca le richieste da host con determinati indirizzi IP), il dns poisoning (attacco informatico a un server DNS tale che chiunque richieda un dominio venga, senza rendersi conto, reindirizzato a un altro server) senza dimenticare la forma di guerra totale al dissenso, come la chiusura di Internet.

In Cina, inoltre, i motori di ricerca si avvalgono di una “milizia” di 40.000 operatori umani che rimuovono minuto per minuto ogni riferimento a situazioni di instabilità politica e i cybercafé sono obbligati a installare software di tracciamento.

Una vittima di questa politica è risultata Weibo, il seguitissimo Twitter cinese che, lo scorso anno è stato colpito da una sentenza della Corte Suprema della Repubblica Popolare Cinese che ha stabilito che gli utenti possono essere perseguiti per pubblicazione di notizie ritenute infondate e diffamanti viste da più di 5.000 persone o re-inoltrate più di 500 volte.

Conclusioni

Quello che è accaduto non è altro che un’operazione scientifica di rimozione della memoria. Inoltre, le piattaforme digitali, specie le Big, sono messe alle strette dagli Stati come è accaduto in Cina: richieste di censure, dirette o collaterali che pregiudicano fortemente la privacy e la sicurezza delle comunicazioni.

Servono leggi e regole chiare per salvaguardare diritti fondamentali nell’era digitale dal momento che, come afferma Jillian York, autrice di “Silicon Values – The Future of Free Speech Under Surveillance”, qualsiasi regolamentazione delle piattaforme deve essere in linea con il quadro normativo internazionali sui diritti umani.

Se in passato Internet era considerato un luogo di straordinaria libertà, al di là del controllo del denaro o della politica, oggi potenti piattaforme social e motori di ricerca esercitano un controllo maggiore sulla nostra capacità di accedere alle informazioni e condividere la conoscenza. I nostri diritti, come si evince nel libro di Jillian York, sono stati sempre più compromessi dal desiderio delle grandi aziende di raccogliere i nostri dati personali e trasformarli in profitto. Non sono da meno i governi che hanno usato la stessa tecnologia per monitorare i cittadini e minacciato la nostra capacità di comunicare.

Di conseguenza, la nostra vita quotidiana e i nostri pensieri privati ​​vengono controllati in un modo senza precedenti. Ognuno di noi dovrebbe domandarsi chi decide la differenza tra dibattito politico e incitamento all’odio e in che modo questo incide sulla nostra identità, sulla nostra capacità di creare comunità e di protestare e chi regola i censori. Pertanto, per ovviare la minaccia alla nostra democrazia, Jill York propone un movimento guidato dall’utente contro le piattaforme che richiede un cambiamento e una nuova forma di proprietà sui nostri dati.

In Cina assistiamo alla messa in atto di un sistema orwelliano-tecnocratico e totalitario che censura, controlla, manovra nell’ambito di uno scenario di “Comunismo della sorveglianza”. Possiamo affermare che la globalizzazione è arrivata in Cina ma, purtroppo, si è convertita in una globalizzazione del controllo.

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