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Cyber diplomacy: il potere delle imprese ridisegna il ruolo degli Stati


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Le imprese non sono più soltanto destinatarie della sicurezza cyber: gestiscono infrastrutture strategiche, contribuiscono alle regole e, in alcuni casi, operano sotto direzione pubblica. La cyber diplomacy ridefinisce così responsabilità, competenze e confini tra capacità private e funzioni degli Stati

Pubblicato il 14 ott 2026

Matteo Lucchetti

Direttore Operativo, CYBER 4.0



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Per molto tempo, per un’impresa la cybersecurity ha significato soprattutto proteggere reti e sistemi, prevenire gli attacchi e garantire la continuità operativa. Negli ultimi anni si è aggiunta una seconda dimensione, quella normativa, con obblighi sempre più stringenti in materia di sicurezza e gestione del rischio. Oggi ne emerge con forza una terza: la dimensione geopolitica e diplomatica della cybersecurity.

Conflitti, sanzioni, controlli all’esportazione, politiche di sovranità tecnologica e tensioni sulle catene di fornitura producono conseguenze dirette sulle imprese. Ma la relazione funziona anche nella direzione opposta: infrastrutture, informazioni, tecnologie e capacità private sono sempre più integrate negli strumenti attraverso cui gli Stati perseguono obiettivi di sicurezza.

Gli sviluppi del 2026 lo dimostrano. Alle Nazioni Unite si discute del ruolo degli attori non governativi nel nuovo Meccanismo Globale sulla sicurezza delle tecnologie dell’informazione; l’UE dispone di una riserva cyber basata anche su fornitori privati qualificati; governi e industria collaborano sui rischi cyber dell’intelligenza artificiale; negli Stati Uniti si è arrivati a prevedere l’impiego di imprese selezionate, sotto controllo federale, in operazioni cyber contro organizzazioni criminali transnazionali.

Il confine tra funzione pubblica e capacità privata sta diventando esso stesso una questione di cyber diplomacy.

Cyber diplomacy e imprese nelle infrastrutture strategiche

Il cyberspazio è oggi al centro delle strategie di ogni Stato, che in esso esercita sovranità e persegue obiettivi di sicurezza nazionale attraverso infrastrutture largamente sviluppate e gestite da imprese private. Cloud, telecomunicazioni, satelliti, software, piattaforme e centri dati sono contemporaneamente asset commerciali e componenti della sicurezza nazionale.

La guerra in Ucraina lo ha mostrato chiaramente. Microsoft, Amazon Web Services, Cloudflare e Starlink hanno fornito capacità divenute essenziali per la resilienza del Paese. Nel 2026 l’UE ha ulteriormente istituzionalizzato questa relazione attraverso la EU Cybersecurity Reserve, che consente di mobilitare operatori privati qualificati in risposta a incidenti significativi. Cyber Europe 2026 ha inoltre coinvolto migliaia di partecipanti in una simulazione di crisi sulle infrastrutture ferroviarie e marittime europee, mettendo nello stesso scenario istituzioni, autorità nazionali e industria.

Non siamo più, però, soltanto nel campo della tradizionale collaborazione pubblico-privato. Gli esempi citati dimostrano che la capacità privata viene progressivamente istituzionalizzata come componente della capacità pubblica di risposta.

Cyber 4.0 come modello di cooperazione permanente

È interessante osservare questo fenomeno anche su scala nazionale. Cyber 4.0 nasce precisamente come partenariato pubblico-privato: oltre 50 soggetti tra università e ricerca, istituzioni, grandi imprese, fondazioni e PMI specializzate, con la funzione di mettere in comune competenze che nessun singolo attore potrebbe esprimere autonomamente. Il Centro opera oggi come polo nazionale di trasferimento tecnologico, offrendo a imprese e PA formazione, assessment, sperimentazione e accompagnamento all’innovazione.

È un modello interessante proprio perché mostra, in scala più circoscritta, ciò che sta avvenendo a livello internazionale: pubblico e privato mantengono responsabilità differenti, ma costruiscono capacità comuni attraverso strutture permanenti di cooperazione.

Le imprese nella definizione delle regole della cyber diplomacy

Ma le imprese non forniscono soltanto capacità. Sempre più spesso partecipano anche alla costruzione stessa delle regole.

Microsoft e altre grandi aziende tecnologiche sono da anni protagoniste del dibattito internazionale sulle norme di comportamento nel cyberspazio. Nel 2026 questa presenza è diventata ancora più evidente con la prima riunione sostanziale del Global Mechanism on ICT Security delle Nazioni Unite, il nuovo processo permanente che raccoglie l’eredità dei precedenti negoziati ONU sul comportamento responsabile degli Stati nel cyberspazio, cui ha partecipato anche Cyber 4.0.

Uno dei temi emersi ha riguardato proprio la partecipazione di imprese, comunità tecnica, accademia e società civile. Non è una questione marginale: il settore privato gestisce infrastrutture, individua minacce e vulnerabilità e possiede molte delle competenze necessarie per trasformare principi diplomatici in pratiche operative. La questione non è attribuire alle imprese una funzione diplomatica propria degli Stati, ma comprendere come utilizzare competenze private ormai indispensabili, mantenendo chiare legittimità, responsabilità e limiti.

I quattro pilastri della cyber diplomacy per il settore privato

Questa interdipendenza attraversa trasversalmente tutti e quattro quelli che sono oggi riconosciuti come i pilastri della cyber diplomacy:

Diritto internazionale e attribuzione degli attacchi

L’applicazione del diritto internazionale nel cyberspazio. Le decisioni competono agli Stati, ma le informazioni necessarie per ricostruire una grande operazione cyber provengono spesso da imprese che possiedono telemetria, intelligence e capacità forensi. Casi come SolarWinds hanno mostrato quanto possa essere determinante il contributo privato, pur rimanendo necessario rimarcare la netta distinzione tra attribuzione tecnica, valutazione giuridica, attribuzione politica e risposta diplomatica.

Misure di fiducia e cooperazione pubblico-privata

Le misure per rafforzare la fiducia. Anche queste nascono prevalentemente come strumenti tra governi, ma nel cyberspazio la fiducia si costruisce quotidianamente attraverso CERT e CSIRT, ISAC, esercitazioni, condivisione delle informazioni e partenariati pubblico-privati. Una parte dell’infrastruttura della fiducia internazionale è quindi già pubblico-privata.

Norme ONU, sicurezza dei prodotti e imprese

Le norme di comportamento responsabile degli Stati. Le norme ONU sono rivolte ai governi, ma molte interessano infrastrutture critiche, vulnerabilità, catene di fornitura e sicurezza dei prodotti: tutti ambiti nei quali l’attuazione concreta dipende dalle imprese. Si determina così una catena sempre più riconoscibile che va dalla definizione di norme internazionali, che determinano le politiche pubbliche e le regolazioni nazionali conseguenti, all’impatto diretto sui processi aziendali e su prodotti e servizi. Il Cyber Resilience Act europeo non deriva direttamente dalle norme ONU, ma mostra bene il punto di arrivo di questa dinamica: principi di sicurezza vengono progressivamente tradotti in requisiti concreti per prodotti e operatori economici.

Capacity building e sviluppo delle capacità cyber

Il quarto pilastro è lo sviluppo delle capacità cyber, forse l’ambito nel quale l’interdipendenza pubblico-privato è più evidente. Formazione, assessment, laboratori, cyber range, tecnologie e trasferimento di competenze difficilmente possono essere realizzati facendo affidamento soltanto sulle amministrazioni. Il capacity building può inoltre favorire partnership e internazionalizzazione delle imprese, a condizione che produca capacità e autonomia nei Paesi destinatari.

Le imprese nelle operazioni cyber sotto controllo statale

Gli sviluppi del 2026 spingono però questa relazione ancora più avanti.

L’intelligenza artificiale sta attribuendo ai fornitori tecnologici nuove responsabilità. Aziende come Anthropic hanno reso noto di aver individuato e bloccato utilizzi dei propri sistemi riconducibili anche ad attori sostenuti da Stati e operatori di spyware. Il produttore non controlla più soltanto una tecnologia: può stabilire limiti al suo utilizzo. Chi deve decidere, allora, il confine tra uso legittimo e illegittimo di una capacità strategica: lo Stato, il produttore, il contratto o la regolazione?

Il modello statunitense e la risposta europea

Ancora più significativo è il caso statunitense. Nell’agosto 2026 la Casa Bianca ha previsto che imprese selezionate possano condurre, sotto autorizzazione e supervisione federale, operazioni di sorveglianza e operazioni con effetti cyber contro organizzazioni criminali transnazionali.

Il confronto con l’Europa è interessante. Nell’UE, con la Cybersecurity Reserve, capacità private vengono integrate nella risposta difensiva; negli Stati Uniti possono essere utilizzate anche per produrre effetti cyber. Due modelli differenti, ma una stessa trasformazione: lo Stato riconosce di non possedere autonomamente tutta la capacità tecnologica necessaria e costruisce strumenti per incorporare quella disponibile nel settore privato.

Si aprono inevitabilmente interrogativi: quali funzioni possono essere condivise? Quali delegate? Quali devono rimanere esclusivamente pubbliche? E chi risponde quando l’azione di un’impresa produce conseguenze internazionali?

Cyber diplomacy per le imprese: la competenza geopolitica

Per la maggior parte delle aziende, tuttavia, cyber diplomacy non significa partecipare ai consessi delle Nazioni Unite o condurre operazioni cyber. Significa soprattutto comprendere perché una decisione geopolitica possa trasformarsi in un rischio aziendale.

Una sanzione può rendere inutilizzabile un fornitore; una tensione internazionale può interrompere una catena di approvvigionamento; un’attribuzione pubblica può anticipare nuove misure politiche; una norma discussa a livello internazionale può diventare, attraverso passaggi successivi, uno standard o un requisito di mercato.

Negli ultimi anni le imprese hanno investito molto nella consapevolezza cyber e stanno sviluppando una crescente consapevolezza normativa, anche sotto la spinta di NIS2, DORA e Cyber Resilience Act. Oggi serve un terzo livello di consapevolezza, oltre quella tecnica e quella normativa: serve consapevolezza geopolitica e diplomatica.

Percorsi specialistici per manager e funzioni aziendali

Ed è qui che esiste un vuoto. E non significa trasformare manager e CISO in diplomatici. Significa creare percorsi specialistici di cyber diplomacy per il settore privato, capaci di integrare geopolitica, cybersecurity, diritto internazionale, regolazione europea, rischio, catene di fornitura e strategia aziendale.

Un percorso di questo tipo dovrebbe partire dai quattro pilastri della cyber diplomacy e tradurli nella prospettiva dell’impresa, utilizzando casi reali, verso destinatari differenti: i vertici aziendali devono comprenderne le implicazioni strategiche; i CISO acquisire capacità di lettura geopolitica; Legal e Compliance collegare la regolazione ai processi internazionali che la precedono; Public Affairs conoscere meglio tecnologia e sicurezza; le funzioni export e strategia saper valutare dipendenze tecnologiche, sanzioni e rischi Paese.

È in questo spazio che Cyber 4.0 potrebbe rappresentare una sede naturale per sviluppare percorsi executive di cyber diplomacy dedicati alle imprese. La natura di partenariato pubblico-privato e la presenza al suo interno di competenze accademiche, istituzionali e industriali permetterebbero di costruire una formazione non puramente teorica, ma centrata sulla domanda che interessa realmente un’azienda: che cosa cambia per il mio business quando la cybersecurity diventa politica internazionale?

Il divario di consapevolezza tra multinazionali e PMI

La formazione è importante anche per evitare una nuova asimmetria.

Una multinazionale può dotarsi di specialisti di intelligence, rischio geopolitico, regolazione e relazioni istituzionali. Una PMI inserita nella catena di fornitura di un operatore essenziale è esposta alle stesse dinamiche, ma difficilmente dispone delle medesime capacità per interpretarle. Alla differenza di maturità cyber rischia quindi di aggiungersi un divario di consapevolezza geopolitica, con effetti diretti sulla competitività.

Partenariati pubblico-privati, Competence Center, associazioni e università possono contribuire a colmare questo divario, rendendo accessibili anche alle imprese meno strutturate conoscenze che sarebbe difficile internalizzare.

Il ruolo delle imprese nella cyber diplomacy italiana

È anche su questo terreno che può svilupparsi una cyber diplomacy italiana di sistema. L’Italia dispone di competenze nelle istituzioni, nell’industria, nelle università, nella ricerca e nei Competence Center. Integrarle maggiormente, soprattutto nel cyber capacity building, permetterebbe di trasformare capacità nazionali in strumenti di cooperazione e proiezione internazionale, mantenendo saldamente la rappresentanza diplomatica nelle mani delle istituzioni competenti.

Da destinataria ad attore: l’impresa nella cyber diplomacy

Il rapporto tra impresa e cyber diplomacy può essere sintetizzato come una progressione.

L’impresa è destinataria quando subisce gli effetti della competizione geopolitica; diventa partner quando collabora alla resilienza e allo sviluppo delle capacità; abilitatrice quando mette a disposizione infrastrutture, tecnologie e conoscenze indispensabili; può infine diventare attore operativo, quando partecipa alla costruzione delle regole o svolge attività sotto direzione dello Stato.

Non tutte le imprese devono percorrere questa traiettoria, ma sempre più imprese devono essere capaci di comprenderla. Alla crescita del ruolo deve quindi corrispondere una crescita delle competenze.

La sfida, quindi, non è soltanto definire il nuovo confine tra Stato e impresa nel cyberspazio. È anche formare oggi le professionalità che dovranno saperlo comprendere e governare domani.

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