In Italia tutti urlano, ma nessuno ascolta. E mentre ci si interroga retoricamente sul perché la società sia così divisa, si continua ad alimentare la macchina che genera scientificamente quella stessa divisione. Si parla spesso di “analfabetismo funzionale”, di tossicità dei social media, di fake news. Sono etichette comode, rassicuranti nella loro ovvietà. Permettono di puntare il dito contro “gli altri”, i leoni da tastiera, senza rendersi conto che il problema è sistemico.
C’è un punto cieco, un elefante nella stanza di cui nessuno parla volentieri, perché mette in discussione l’intero modello economico su cui si regge la dieta informativa contemporanea: l’industrializzazione dell’indignazione e la conseguente, inevitabile, morte della sfumatura.
Oggi si vive il paradosso definitivo: si ha in tasca l’accesso a tutta la conoscenza accumulata dalla storia umana. Sulla carta, questa dovrebbe essere l’era dell’Illuminismo digitale. Nella pratica, si sta pagando questo progresso con un prezzo invisibile ma salatissimo: la lucidità. E i dati, come vedremo, dicono che la partita si sta perdendo.
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L’industria dell’indignazione e il tribunale del tempo reale
Tutto inizia molto prima di aprire l’app del social network di turno. C’è un evento, una notizia, un fatto di cronaca che richiederebbe contesto, analisi storica, comprensione delle variabili. Ma il contesto, nel mercato dell’attenzione, “non è sexy”. Il contesto non vende. Il contesto richiede tempo, e il tempo è il nemico numero uno dell’engagement rate. Il risultato? L’evento viene spogliato della sua complessità e trasformato in tifo da stadio.
Milano-Cortina come caso-scuola della polarizzazione
Basta guardare cos’è successo con l’apertura di Milano-Cortina. Mentre le immagini scorrevano sugli schermi, il tribunale dei social aveva già emesso la sentenza, vidimato le condanne e preparato il patibolo mediatico. Non si stava guardando l’evento per capirne la narrazione, i simbolismi o le scelte registiche. Lo si stava processando in tempo reale.
In pochi minuti, la discussione si è polarizzata tra due estremi inconciliabili: l’orgoglio patriottico cieco da una parte e la critica feroce, distruttiva, a ogni singola scelta estetica o organizzativa dall’altra. Nessuna via di mezzo. Nessuna attesa. Nessuna sospensione del giudizio. O trionfo assoluto o vergogna nazionale.
Il design pattern: dall’osservazione alla militanza emotiva
Questo meccanismo non è casuale, è un design pattern. Per un cittadino, il messaggio implicito che arriva dai media e dalle piattaforme è chiaro: “Non è il momento di osservare, è il momento di schierarsi”. Non viene chiesto di essere uno spettatore critico, ma un soldato in una guerra culturale permanente. L’utente si sente un bersaglio pubblicitario da monetizzare attraverso la sua reazione emotiva, non una persona da informare.
Dalla cronaca allo show: la “metodologia Corona”
Se Milano-Cortina è stato l’esempio dell’indignazione estetica, il “Caso Corona” (e tutto il filone del calcioscommesse o dei gossip giudiziari recenti) rappresenta l’evoluzione patologica del giornalismo d’inchiesta nell’era della dopamina.
Quando l’informazione diventa un reality a puntate
Non interessa qui entrare nel merito della cronaca, quanto analizzare il metodo. Si assiste alla trasformazione della giustizia e della verità in uno show a puntate. L’informazione non viene più verificata e rilasciata per informare l’opinione pubblica; viene frammentata, “teaserata” e rilasciata a orari strategici per massimizzare le visualizzazioni e le dirette social.
Fabrizio Corona, in questo scenario, non è l’anomalia: è l’avanguardia. Ha capito prima di molti editori tradizionali che la verità, nell’era dell’attenzione, è una commodity. Ciò che ha valore è la narrativa dello scandalo. Il pubblico non cerca più la verifica dei fatti (fact-checking), cerca la conferma dei propri pregiudizi.
Nomi e gogna al posto dell’analisi sistemica
Il meccanismo è identico: si prende un tema complesso (la ludopatia, il sistema calcio, la giustizia), lo si svuota di ogni analisi sistemica e lo si riduce a nomi, facce e gogna pubblica.
Il risultato? Un’impennata di traffico per i media che ospitano lo show, e un azzeramento totale della comprensione del fenomeno da parte del pubblico. L’inchiesta è stata trasformata in un reality show, dove la presunzione di innocenza è un fastidioso ostacolo allo share.
Supercomputer in tasca, competenze fragili
Ma perché si è così vulnerabili a queste dinamiche? La risposta sta nei numeri, e i numeri fanno male. Nonostante l’Italia sia una delle potenze economiche mondiali, il posizionamento del Paese nell’indice DESI (Digital Economy and Society Index) continua a raccontare una storia di ritardo strutturale. L’Italia rimane costantemente sotto la media europea per quanto riguarda le competenze digitali di base.
Uso dei social non significa alfabetizzazione digitale
Attenzione: non bisogna confondere l’uso dei social con la competenza digitale. Saper fare una storia su Instagram o usare ChatGPT per scrivere una mail non significa essere alfabetizzati digitalmente.
L’alfabetizzazione digitale vera è la capacità di comprendere come l’informazione viene generata, perché quell’algoritmo sta mostrando quel contenuto e quali sono le fonti primarie.
Media literacy: capire algoritmi, fonti, incentivi
In Italia c’è un disperato bisogno di media literacy. Sono state date in mano alla popolazione delle Ferrari (smartphone connessi a reti neurali globali) senza aver mai fatto un’ora di scuola guida.
Il risultato non può che essere lo schianto cognitivo contro il muro della disinformazione.
Trust gap e AI: l’illusione del filtro
Qui entra in gioco il grande equivoco tecnologico del nostro tempo. Si racconta, con una narrazione tanto affascinante quanto fallace, che l’Intelligenza Artificiale aiuterà a “filtrare il rumore”. Che gli agenti intelligenti cureranno l’informazione, restituendo tempo e qualità.
La realtà, per chi osserva i dati e non le slide di marketing, è ben diversa. Le analisi sugli scenari al 2026 evidenziano un fenomeno preoccupante: il “Trust Gap” (Divario di Fiducia). Si sta aprendo una forbice di oltre 26 punti percentuali tra la fiducia nella tecnologia in generale e la fiducia specifica nei contenuti generati dall’AI.
Perché l’AI rischia di moltiplicare l’indignazione
L’AI generativa, se non governata, rischia di diventare il moltiplicatore perfetto dell’indignazione. Perché? Perché l’algoritmo non ha morale, ha una funzione di obiettivo. E se l’obiettivo è massimizzare la permanenza sulla piattaforma (Time on Site), l’algoritmo imparerà molto presto che la rabbia performa meglio della pacatezza.
Si sta entrando nell’era della “Shadow AI”: un utilizzo sommerso, non regolamentato e spesso inconsapevole di strumenti potentissimi. Siti web interamente scritti da LLM (Large Language Models) che riciclano notizie per catturare clic, bot che polarizzano le discussioni su X, deepfake che confondono il piano della realtà. Non si sta andando verso una pulizia del segnale, ma verso l’inquinamento irreversibile dell’ecosistema informativo con “spazzatura sintetica”.
Noia cancellata, deep work in crisi: l’esperimento a cielo aperto sulla Generazione Alpha
Se la situazione attuale appare critica per gli adulti, lo scenario diventa allarmante quando si sposta lo sguardo sulle generazioni future, in particolare la Generazione Alpha (i nati dopo il 2010). Questi bambini e adolescenti rappresentano il primo vero esperimento sociologico di esseri umani cresciuti in simbiosi con algoritmi di raccomandazione predittiva fin dalla culla.
Il problema non è banalmente il “tempo schermo”, ma la ristrutturazione dei circuiti della ricompensa. Si sta allevando una generazione che non conosce la noia. La noia, storicamente, è stata la culla della creatività e dell’introspezione: è nello spazio vuoto del “non aver nulla da fare” che il cervello impara a generare stimoli autonomi. Oggi, quello spazio è stato colonizzato. Ogni secondo di inattività viene riempito da uno scroll infinito di micro-stimoli su TikTok o YouTube Shorts.
Dopamina ogni 15 secondi: cosa cambia nei circuiti della ricompensa
Le conseguenze cognitive sono devastanti e già misurabili. La capacità di gratificazione differita – ovvero la competenza fondamentale di saper attendere e lavorare duramente per un risultato futuro, invece di pretendere una ricompensa immediata – si sta erodendo drammaticamente.
Come si può pretendere che un cittadino di domani sia in grado di leggere un programma politico complesso, di comprendere una crisi geopolitica o di apprezzare un’opera d’arte che richiede contemplazione, se il suo cervello è stato cablato per aspettarsi una scarica di dopamina ogni 15 secondi?
Gratificazione differita e deep work: le competenze che si erodono
Stiamo assistendo alla morte del deep work (lavoro profondo) in favore di uno stato perenne di attenzione parziale continua. Se l’adulto di oggi fatica a leggere un articolo di giornale senza interrompersi per guardare le notifiche, il giovane di domani potrebbe non avere nemmeno la struttura neurale per concepire la lettura lineare come attività valida.
Non si tratta solo di un problema educativo o scolastico, ma di una emergenza democratica. Una democrazia sana richiede cittadini capaci di processare informazioni complesse, di tollerare la frustrazione del confronto e di comprendere le sfumature. Se si rimuovono questi pilastri cognitivi, non restano cittadini, ma solo utenti reattivi, perfettamente programmabili da chiunque controlli il flusso dei contenuti.
Il diritto alla lentezza come resistenza
Così, stanchi e confusi, si chiude lo schermo. Si abbandona il pensiero critico al suo destino, senza strumenti, rifugiandosi in filter bubbles che danno sempre ragione e che cullano l’utente in un torpore indignato. Si vive in un Paese che ha fatto della cultura la sua bandiera. Ma la comunicazione, oggi, sembra aver dimenticato di essere un servizio alla comunità.
È diventata una procedura di estrazione di dati. Ogni interazione, ogni commento furioso su Milano-Cortina, ogni clic sul gossip del momento, è un data-point estratto per profilare, targettizzare e rivendere.
Frizione e latenza: inserire tempo tra stimolo e risposta
Cosa si può fare? La soluzione non è tecnologica – non sarà un’altra app a salvarci – è profondamente umana e politica. È una scelta di igiene cognitiva. Bisogna recuperare il valore strategico della frizione. In un mondo che spinge ossessivamente per la frictionless experience, per la condivisione immediata e il consumo fluido, inserire volontariamente un tempo di latenza tra lo stimolo e la risposta è l’unico atto rivoluzionario rimasto.
Dal fast food informativo a una dieta di contesto
Bisogna smettere di consumare le notizie come fossero fast food e iniziare a trattarle come una dieta bilanciata, ricca di nutrienti e povera di zuccheri aggiunti. Bisogna pretendere dai media e dalle istituzioni una comunicazione che non tratti il pubblico come un consumatore di emozioni, ma come un portatore di intelligenza. E bisogna pretendere da sé stessi la ferrea disciplina di non avere un’opinione su tutto, subito.
La sfida finale: cittadini lucidi vs utenti programmabili
La vera sfida del futuro non è tra uomo e macchina, o tra chi usa l’AI e chi no. La sfida sarà tra chi riuscirà a mantenere la lucidità necessaria per gestire la complessità e chi si limiterà a reagire, come un cane di Pavlov digitale, agli stimoli di un algoritmo progettato per monetizzare la sua rabbia. Milano-Cortina passerà, i gossip svaniranno. Ma se non si ripara il tessuto cognitivo e non si investe massicciamente in un’alfabetizzazione che vada oltre l’uso dello strumento per toccare le corde del pensiero critico, la prossima ondata di indignazione troverà la società ancora più fragile, ancora più divisa, ancora più facile da manovrare.
L’AI non ruberà il lavoro, e forse nemmeno la verità. Ma se non si presta attenzione, ruberà la capacità di pensare lentamente. E quella, una volta persa, non si recupera con un aggiornamento software.













