giornalismo

Digitale, arma del potere contro la libertà di stampa: che fare?



Indirizzo copiato

La libertà di stampa agonizza: le violazioni del diritto sono numerose anche in UE, come indica il Mapping Media Freedom Monitoring Report 2025. I governi autoritari (e non solo) sfruttano la tecnologia per censurare e bloccare il lavoro dei giornalisti, anche spiarli, con impatti pesanti sui diritti di tutti. Eppure il digitale può essere ancora strumento per la libertà di informazione. La democrazia si regge ora molto su questo fragile rapporto tra digitale e libertà

Pubblicato il 20 feb 2026

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu

Nicoletta Pisanu

Giornalista professionista, redazione AgendaDigitale.eu



censura digitale; libertà digitale; tecnologia libertà di stampa

La libertà di stampa agonizza, pressata dall’uso improprio dell’innovazione da parte di chi concepisce l’informazione come un fastidioso orpello democratico da ingabbiare. Il rapporto tra tecnologia e giornalismo non è mai stato così complesso.

La velocità, la scalabilità e l’efficienza del digitale offrono nuove opportunità di fare informazione, tuttavia rappresentano anche strumenti di sorveglianza e coercizione da parte dei Governi autoritari. E, purtroppo sempre più spesso, anche da democrazie o pseudo tali, che tendono a adottare strumenti in passato in voga solo nelle autocrazie per silenziare il giornalismo indipendente.

Una situazione che aggrava un quadro clinico già compromesso, anche dove i diritti sono garantiti per legge: il database del Mapping Media Freedom, come si legge nel Monitoring Report 2025 uscito in questi giorni, l’anno scorso ha registrato in Europa 1481 violazioni della libertà di stampa, che hanno coinvolto in tutto 2377 persone o enti legati all’industria dei media. Anche in Italia.

Eppure al tempo stesso resta vero il principio caro ai pionieri di internet. Quello secondo cui la rete è (anche) arma potente di libertà di pensiero e informazione.

Quest’anima è ancora presente, nonostante tutto. Notizia di ieri, il Dipartimento di Stato americano sta sviluppando un portale online che consentirà alle persone in Europa e altrove di vedere i contenuti vietati dai loro governi, compresi i presunti discorsi di incitamento all’odio e la propaganda terroristica, una mossa che Washington considera un modo per contrastare la censura.
Che avvenga negli Usa di Trump, la stessa che ha eliminato i fondi per il giornalismo indipendente in posti autoritari e lo minaccia anche in patria, è notevole. E la dice lunga sul fragile rapporto dialettico tra tecnologia e libertà di informazione.

Libertà di stampa in Italia, cosa dicono i dati di Mapping Media Freedom

Secondo quanto emerge dal Monitoring Report, nel 2025, il database ha documentato 118 episodi di violazione alla libertà di stampa, che hanno coinvolto 200 persone ed enti legati ai media. E tra i più gravi, ci sono l’attentato a Sigfrido Ranucci e l’uso illecito di spyware contro il direttore di Fanpage Francesco Cancellato e il giornalista della stessa testata Ciro Pellegrino.

Il dato più interessante è che, riporta la relazione, circa un quarto del totale delle violazioni riscontrate (precisamente il 22,9%) vedrebbe la responsabilità di funzionari governativi e pubblici: questo fa riflettere in ordine alle pressioni istituzionali e sociali sul settore, sebbene sia da sottolinare che i privati cittadini rappresentano la percentuale più alta di responsabili di violazioni (39%). Inoltre, funzionari governativi e pubblici sono stati la fonte più frequente di incidenti legali (34,6%), con cause per diffamazione avviate da politici di alto profilo.

Un’altra seria preoccupazione è derivata dalle possibili interferenze, con ventotto episodi registrati che rappresentano il 23,7% dei casi mappati. In particolare, segnala il rapporto, alla Rai sono stati evidenziati diversi problemi di indipendenza editoriale, così come la prevista vendita del gruppo Gedi a una società greca ha sollevato preoccupazioni sul fronte dell’indipendenza editoriale.

Altri studi

Dati confermati da altri report recenti.

Nel 2025 l’indice mondiale di libertà di stampa di Reporters Without Borders (RSF) ha toccato il minimo storico, con un punteggio medio globale di 54,7 su 100 e più della metà dell’umanità che vive in paesi segnati in rosso, dove la situazione è “molto grave”.

Sul fronte digitale, il rapporto Freedom on the Net 2025 di Freedom House registra il quindicesimo anno consecutivo di peggioramento: la tendenza più costante è la manipolazione sistematica delle fonti di informazione online da parte di governi e altri attori potenti.

Come i governi autoritari o democrazie fragili usano la tecnologia per limitare la libertà di stampa

Riguardo alle attività vere e proprie di controllo e censura da parte dei Governi autoritari verso i giornalisti, le tecnologie maggiormente usate sono:

  • Spyware: un’infezione invisibile dello smartphone per leggere chat cifrate, rubare file, attivare microfono e camera e mappare contatti e fonti,
  • Mobile forensics: estrazione e sblocco forzato dei dispositivi per copiare dati e ricostruire reti di contatti (fonti incluse).
  • Censura a livello di rete: blocco di siti, piattaforme e app, attraverso blocchi selettivi su domini e piattaforme, ispezione profonda dei pacchetti, filtraggio per impedire l’accesso a testate e social.
  • Oscuramenti e shutdown di Internet durante crisi e proteste: spegnimento totale o quasi della connettività (mobile e fissa) per impedire copertura sul campo, verifica delle informazioni e invio di materiale alle redazioni, come il blackout in Iran durante le recenti proteste, con impatto diretto sulla capacità dei giornalisti di lavorare e comunicare all’esterno.
  • Rallentamenti mirati e blocchi temporanei di social media: degradazione intenzionale della banda o blocchi “a interruttore” su specifiche piattaforme per ridurre la portata di notizie e testimonianze.
  • Repressione tramite piattaforma: ordini di rimozione, blocco di account, compliance forzata, attraverso richieste governative (formali o informali) per eliminare contenuti, oscurare profili di giornalisti, limitare la circolazione di informazioni “sensibili”.
  • Blocco di testate indipendenti e “lista nera” di domini (censura scalabile)
  • Attacchi coordinati online: troll/bot, campagne di diffamazione e molestie digitali, con stormi di account coordinati per intimidire, delegittimare, sommergere di insulti e minacce, spingere all’autocensura (spesso con componenti di disinformazione).
    Ad esempio, l’Unesco ha segnalato ampiezza e impatti della violenza online contro giornaliste, anche in forma organizzata.
  • Sorveglianza e pressione transnazionale contro giornalisti in esilio: monitoraggio digitale, tentativi di intrusione e intimidazioni oltre confine per controllare o silenziare chi continua a pubblicare dall’estero.

Ci sono poi anche tattiche più sottili, sempre più usati anche da democrazie dove la libertà di stampa è meno tollerata che in passato, come negli Usa, Turchia, India.


La legge come arma: fake news, cybercrime, SLAPP

In teoria, la maggior parte delle democrazie tutela la libertà di espressione. In pratica, molti governi si stanno costruendo un arsenale di norme “elastiche” da usare contro il giornalismo scomodo.

Negli ultimi anni diversi rapporti di organismi dell’Onu e di centri di ricerca indipendenti segnalano un proliferare di:

  • leggi contro la “disinformazione” o le “notizie false”;
  • norme su criminalità informatica formulate in modo ampio;
  • regole che puniscono la “diffusione non autorizzata di informazioni critiche” su economia, salute pubblica, sicurezza.

Sono strumenti presentati come difesa della società, ma spesso usati per colpire giornalisti, blogger, media indipendenti. Un singolo articolo può generare un mosaico di accuse: diffamazione, diffusione di false notizie, offesa alle istituzioni, minaccia alla sicurezza dello Stato.

Accanto al penale cresce l’uso del civile: le cosiddette SLAPP (Strategic Lawsuits Against Public Participation), cause milionarie intentate da politici o imprenditori non tanto per vincere, quanto per logorare economicamente le redazioni e spaventarne i giornalisti. Un rapporto europeo parla di centinaia di casi l’anno e sottolinea come i procedimenti vengano spesso concentrati nei tribunali ritenuti più ostili alla stampa.

L’Italia non è estranea a questa dinamica. Secondo un’inchiesta di Le Monde, negli ultimi anni le testate critiche verso il governo – ad esempio il quotidiano Domani o il sito Fanpage – hanno visto moltiplicarsi le querele per diffamazione e le ispezioni giudiziarie, mentre la maggioranza al potere ha rafforzato il controllo sulla tv pubblica.

Linciaggi digitali e “fake news”: il primo strato del controllo

Molti leader – anche in paesi che si definiscono democratici, vedi Donald Trump – liquidano le inchieste che li mettono in difficoltà come “disinformazione” o “fake news”, alimentando l’idea che il problema siano i giornalisti e non gli abusi di potere.

Si sfrutta così il liar’s dividend che sgretola la fiducia del pubblico in qualsiasi informazione., vera o falsa che sia. Se il dubbio prevale, il potere ha gioco facile a tenere lo status quo.

Su questa base poi si costruiscono le leggi. Un rapporto 2023 dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani mostra che in undici paesi del sud-est asiatico – Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Timor Est e Vietnam – sono state approvate dal 2000 in poi leggi su “fake news”, cyber-sicurezza e reati informatici con definizioni molto elastiche di “ordine pubblico”, “sicurezza nazionale” o “informazioni fuorvianti”, che nella pratica vengono usate per colpire post, articoli e commenti critici verso il governo.

Un altro rapporto Onu sulla disinformazione stima che almeno 83 Stati abbiano introdotto norme simili; tra gli esempi più citati ci sono la legge POFMA di Singapore, la normativa su cybercrime e “false news” in Egitto e la cybercrime law del 2023 in Giordania, che criminalizzano la diffusione di “fake news” o contenuti ritenuti lesivi di “unità nazionale” e “sicurezza dello Stato”, permettendo di trattare l’opinione critica come un rischio per la sicurezza nazionale.

Sui social questo linguaggio scatena campagne coordinate di insulti, minacce e delegittimazione. Le giornaliste sono il bersaglio principale. Un grande studio globale commissionato da UNESCO e realizzato con l’International Center for Journalists mostra che circa il 73-75% delle donne giornaliste ha subìto violenza online legata al proprio lavoro; tra il 20 e oltre il 40% ha poi sperimentato aggressioni o minacce offline collegate a quegli attacchi digitali.

L’effetto è duplice. Da un lato si crea un clima in cui l’attacco al giornalista è “normalizzato”, anche quando arriva da figure politiche di primo piano. Dall’altro, aumentano l’ansia, il burnout, l’abbandono della professione e, soprattutto, l’autocensura: molti temi – corruzione, diritti delle donne, minoranze – vengono evitati perché considerati troppo rischiosi. L’OSCE ha messo a punto linee guida specifiche per monitorare questa violenza online contro le giornaliste e segnala il legame sempre più stretto tra minacce digitali e danni reali.

Molti leader – anche in paesi che si definiscono democratici – liquidano le inchieste che li mettono in difficoltà come “disinformazione” o “fake news”, alimentando l’idea che il problema siano i giornalisti e non gli abusi di potere.

Su questa base si costruiscono le leggi. Un rapporto 2023 dell’Alto Commissariato Onu per i diritti umani mostra che in undici paesi del sud-est asiatico – Brunei, Cambogia, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Filippine, Singapore, Thailandia, Timor Est e Vietnam – sono state approvate dal 2000 in poi leggi su “fake news”, cyber-sicurezza e reati informatici con definizioni molto elastiche di “ordine pubblico”, “sicurezza nazionale” o “informazioni fuorvianti”, che nella pratica vengono usate per colpire post, articoli e commenti critici verso il governo.

Un altro rapporto Onu sulla disinformazione stima che almeno 83 Stati abbiano introdotto norme simili; tra gli esempi più citati ci sono la legge POFMA di Singapore, la normativa su cybercrime e “false news” in Egitto e la cybercrime law del 2023 in Giordania, che criminalizzano la diffusione di “fake news” o contenuti ritenuti lesivi di “unità nazionale” e “sicurezza dello Stato”, permettendo di trattare l’opinione critica come un rischio per la sicurezza nazionale.

Pressione economica: quando i conti in rosso zittiscono più della censura

La censura digitale non passa solo da leggi e spyware, ma anche dal denaro.

In molti paesi – democratici e non – la sopravvivenza dei media dipende da pubblicità pubblica, concessioni, contratti di Stato. Chi è allineato al potere riceve inserzioni e accesso, chi fa inchieste su corruzione o abusi viene escluso dai bandi, subisce controlli fiscali selettivi, perde investitori privati che temono ritorsioni politiche. Queste dinamiche sono descritte sia nei rapporti di Freedom House, sia nelle analisi di RSF sulla crescente “cattura economica” dei media. La conseguenza è una forma di autocensura “strutturale”: per molte redazioni, il rischio di chiudere i conti in perdita pesa quanto – se non più – il rischio di una querela o di un attacco online.

Il digitale gioca qui anche un ruolo perché l’evoluzione di Google e dell’AI sta togliendo i mezzi di sostentamento alla stampa. Se fa il potere ne è avvantaggiato, difficile immaginare che voglia fare leggi a tutela del copyright della stampa nei confronti dell’AI, ad esempio.

In questo gioca anche l’azione di Trump.

Per decenni Washington è stata il principale finanziatore di media indipendenti in paesi autoritari o semi-autoritari. All’inizio del suo secondo mandato, nel gennaio 2025, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che ha congelato quasi tutti i fondi di cooperazione erogati da USAID e dal Dipartimento di Stato, includendo i programmi per il sostegno al giornalismo indipendente all’estero. Secondo le stime raccolte da RSF e dalla Global Investigative Journalism Network, il blocco ha riguardato almeno 268 milioni di dollari di sovvenzioni già approvate per media indipendenti e progetti sulla libertà di informazione in più di 30 paesi, dall’Ucraina all’Afghanistan, fino a testate che lavorano su Iran e Russia.

Nei mesi successivi la Casa Bianca ha esteso i tagli anche ai media pubblici statunitensi che trasmettono verso l’estero – Voice of America, Radio Free Europe/Radio Liberty, Radio Free Asia – ordinando all’Agenzia per i media globali degli Stati Uniti di interrompere decine di sovvenzioni a testate locali che diffondono notizie in una cinquantina di lingue in contesti repressivi.

Gli Usa inoltre hanno smesso di fare pressioni su alcuni Governi come quello dell’Azerbajan per liberare prigionieri politici.

Il caso indiano

Il caso dell’India, la più grande democrazia del mondo, è particolarmente significativo. Qui i giornalisti sono in teoria liberi di riportare ciò che desiderano. Ma coloro che cercano di denunciare gli abusi commessi dal partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party, attualmente al potere, sono molto ostacolati.

Abhinandan Sekhri, direttore di Newslaundry, un gruppo editoriale digitale con sede a Delhi, afferma di aver ricevuto circa 80 volte negli ultimi quattro anni comunicazioni ufficiali in cui lui o la sua azienda sono sospettati di evasione fiscale. Le aziende mediatiche filogovernative citano in giudizio Newslaundry per “diffamazione” e “violazione del copyright” quando critica la loro parzialità. I funzionari del fisco fanno irruzione nei suoi uffici.

I più a rischio “non sono quelli di alto profilo a Delhi”, dice Sekhri all’Economist, ma quelli che “svelano le attività losche di qualche santone locale in un piccolo villaggio”.

ll giornalismo indipendente sopravvive in India, su testate online come The Wire e The Caravan, sui social media e su YouTube. Ma ogni giornalista si trova di fronte a una scelta: una vita di stenti e pericoli raccontando la verità, o una vita di sicurezza economica e fisica lodando il governo.

Tecnologia come strumento di libertà di stampa e di ribellione

Nonostante questo quadro cupo, il digitale resta anche uno strumento di resistenza. Non nel senso romantico di “la tecnologia ci salverà”, ma come infrastruttura che, se usata con competenza, crea ancora varchi.

Meduza e i percorsi alternativi nell’internet russo

Meduza, testata russa in esilio con base a Riga, è stata etichettata “agente straniero”, poi bandita e dichiarata “organizzazione indesiderabile” in Russia, con conseguente blocco del sito.

Per raggiungere i lettori dentro il paese, il team ha costruito negli anni una vera e propria architettura anti-censura:

  • app mobile ufficiali difficili da bloccare;
  • mirror e domini alternativi;
  • newsletter e canali Telegram;
  • istruzioni dettagliate su come aggirare i blocchi, con guide che spiegano come usare VPN, browser con proxy integrati o servizi come Cloudflare per nascondere il traffico dai filtri di Stato.

Nonostante i tentativi del Cremlino di sabotare VPN e servizi di cifratura, analisi indipendenti stimano che milioni di russi continuino a usarli per accedere a contenuti vietati, dai siti di news alle piattaforme di video.

Bitchat e le chat senza internet in Iran e Uganda

Un’altra risposta arriva da una famiglia di app che non hanno bisogno di rete cellulare o wifi per funzionare. Negli anni scorsi erano state FireChat e Bridgefy a circolare tra i manifestanti di Hong Kong e del Myanmar; oggi il nome nuovo è Bitchat.

Bitchat è una app di messaggistica peer-to-peer sviluppata da Jack Dorsey. Usa il Bluetooth Low Energy in modalità mesh: ogni telefono funge da nodo e rilancia i messaggi ai dispositivi vicini, permettendo a una chat di propagarsi anche senza connessione a internet o alla rete mobile. Inoltre si appoggia al protocollo Nostr per estendere la conversazione su scala più ampia quando una connessione è disponibile.

Nel 2025 l’app ha avuto un’impennata di download durante le proteste in Madagascar e Nepal. All’inizio del 2026, durante i blackout in Iran e in Uganda, le installazioni sono aumentate di nuovo: in Uganda, nel giro di pochi giorni, si stima che i download siano stati oltre quattro volte il livello normale, anche grazie all’appello del leader dell’opposizione Bobi Wine a usare Bitchat in previsione dei blocchi.

L’idea è semplice: se il governo spegne internet, la rete diventa la folla stessa. I giornalisti possono ricevere foto, video e racconti direttamente da cittadini in piazza; gli attivisti possono coordinarsi localmente senza passare da infrastrutture controllate.

Ma i limiti sono reali. Esperti di sicurezza ricordano che il codice dell’app non è ancora stato sottoposto a auditing indipendenti approfonditi, e che il Bluetooth stesso genera metadati potenzialmente tracciabili: un regime potrebbe usare antenne e dispositivi dedicati per mappare chi partecipa a una rete mesh in una certa zona. Il rischio è che una tecnologia nata per proteggere la comunicazione venga sfruttata, se usata senza accortezza, per identificare bersagli.


Giornalismo in esilio e redazioni distribuite

Quando lavorare sul campo diventa impossibile, sempre più giornalisti continuano a raccontare il proprio paese dall’estero, usando strumenti digitali.

Un recente reportage del Reuters Institute descrive la situazione di chi cerca di coprire l’Iran dall’esilio: fonti che non si fidano più di parlare al telefono, muletti che portano fisicamente documenti o video fuori dal paese, lavoro incrociato con ONG che fanno analisi OSINT su immagini satellitari e video amatoriali.

Meduza è un caso emblematico per la Russia; Meydan TV lo è per l’Azerbaigian; testate siriane, bielorusse, eritree lavorano da anni in condizioni simili. Ma questa soluzione ha un prezzo alto:

  • le fonti interne rischiano ritorsioni dirette;
  • gli stessi giornalisti in esilio diventano obiettivi di spyware, campagne di diffamazione e minacce transnazionali (dal tentativo di omicidio della reporter iraniana Masih Alinejad negli Stati Uniti ai rapimenti di dissidenti fatti deviare con l’aereo, come in Bielorussia).

Dal punto di vista tecnologico, però, l’esilio ha anche un vantaggio: permette di usare infrastrutture relativamente sicure per ospitare redazioni, archivi, server e canali di comunicazione cifrati, riducendo il rischio immediato di perquisizioni e sequestri fisici.


Tecnologie utilizzabili dai giornalisti per lavorare al riparo da censure e spionaggio


Per contrastare le prevaricazioni governative, giornalisti e attivisti possono servirsi di:

  • VPN: per raggiungere siti e piattaforme bloccati. Consentono il bypass del filtraggio nazionale, accesso a media esteri, pubblicazione su piattaforme irraggiungibili localmente
  • Internet via satellite per uscire dal blackout imposto dallo Stato: strumenti come Starlink consentono infatti una connettività indipendente dalle reti controllate dal governo (utile per inviare foto/video, lavorare con redazioni estere, coordinare evacuazioni e sicurezza).
  • Messaggistica end-to-end (Signal) e pratiche di “digital safety” per proteggere fonti e redazioni
  • Dropbox sicure per far arrivare documenti a media esteri: sistemi open source permettono di inviare e ricevere documenti da fonti anonime.
  • Mirror, onion services e distribuzione su più canali: per continuare a pubblicare quando domini e siti vengono bloccati, è possibile mantenere copie raggiungibili via Tor e repliche su infrastrutture diverse.
  • OSINT e verifica a distanza: satellite imagery, geolocalizzazione, analisi di contenuti pubblici consentono di ricostruire eventi e abusi anche quando l’accesso sul terreno è limitato o pericoloso; supportare media in esilio e indagini transfrontaliere.

E non è da trascurare, in questi contesti, il valore del citizen journalism, cioè la produzione di contenuti mediatici da parte di comuni cittadini per testimoniare cosa sta accadendo sul posto, quando per esempio viene vietato l’ingresso ai giornalisti esteri.

Tecnologia, libertà di stampa e disinformazione

La tecnologia, internet nasconde insidie e anche possibilità di salvezza per la liberta di informazione.

La democrazia si regge ora molto su questo fragile rapporto tra digitale e libertà.

Ma non bisogna dimenticare che il tema è soprattutto politico ed economico. Finché questi due contesti saranno ostili al giornalismo indipendente (anche quello dal basso, non professionale – qui il tema non è il tesserino), questa sarà una battaglia in salita, dove l’informazione combatterà in difesa; anche con la tecnologia e contro gli strumenti tecnologici adoperati dal potere per silenziarla.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x