società della conoscenza

Giornalismo e algoritmi, la sfida democratica dell’informazione



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La Relazione Agcom rilancia il tema del peso sociale dell’informazione, tra algoritmi, AI e piattaforme digitali. Il nodo non riguarda solo il giornalismo, ma anche educazione, pluralismo, formazione dell’opinione pubblica e qualità democratica della società della conoscenza

Pubblicato il 30 lug 2026

Mario Morcellini

Professore ordinario emerito in Sociologia della Comunicazione e dei Media digitali alla Sapienza Università di Roma



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Il destino dell’informazione è importante, perché è parte integrante del modello di sviluppo culturale delle nostre società. E lo è tanto più se ci esprimiamo a chiare lettere. La percezione che tanti abitanti della modernità vivono, e con maggior precisione insegnanti e studiosi, è quella di scivolare verso la fine del legame sociale.

Sappiamo che tutto questo va opportunamente circondato da dati e indicatori, ma tenendo conto degli inebrianti trend che descrivono le fortune delle piattaforme costitutive di ciò che chiamiamo «vita digitale», è difficile immaginare che siamo vicini ad uno sboom negli standard di tempo dedicato. Confrontiamoci allora con la recente Relazione annuale dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, appena presentata dal presidente Giacomo Lasorella, che attesta un’ulteriore contrazione nel peso sociale e reputazionale dell’informazione.

Informazione e piattaforme digitali nella Relazione Agcom

Tra i tanti e significativi aspetti del testo, peraltro recensiti adeguatamente dalla stampa specializzata, il presidente ha segnalato che “il rischio da evitare” è che la formazione dell’opinione dei cittadini diventi una variabile dipendente delle scelte algoritmiche.

Ma si tratta anche dicontrastare l’impoverimento informativo indotto dalla contrazione del traffico verso i siti giornalistici, con la conseguenza di una riduzione del pluralismo. E ancor più decisa risulta la presa di distanza rispetto alla retorica della AI: “Siamo immersi in uno straordinario processo di innovazione tecnologica che sta rivoluzionando non solo il mondo delle comunicazioni, ma l’economia e la società, – ha affermato – modificando l’immaginario, le consuetudini, i consumi culturali e il modo di pensare: una trasformazione non solo tecnologica, ma per molti versi antropologica. Nel tempo dell’intelligenza artificiale e degli algoritmi, la questione decisiva non è quanto sia rapida l’innovazione, ma in quale direzione venga orientata”1.

Dal ruolo dei media mainstream alla crisi del modello sociale

Riassumendo i nodi concettuali di una tematica così rilevante, e dando loro un minimo di profondità, nella lunga epoca in cui i media mainstream dominavano la scena del consumo culturale, e tendenzialmente ne miglioravano qualità e distribuzione sociale, la comunicazione «diceva la società», ed era letteralmente imperniata su una tale certezza. Non a caso, noi sociologi in particolare abbiamo persino abusato di una frase espressiva di quel clima: la comunicazione ha contribuito a modernizzare la società italiana.

Oggi un assunto di questo genere apparirebbe piuttosto euforico e comunque poco attento alle trasformazioni profonde che forse non abbiamo saputo intravedere per tempo.

È vero che stiamo parlando di stagioni diverse, ma onestamente non sono così lontane; prendiamo le mosse, allora, da un esempio-chiave relativo alla dialettica tra media e formazione, che fino a pochi anni fa non registrava un accerchiamento rovinoso rispetto alla strategia di formare i nuovi venuti, perché prevaleva la percezione di un intreccio non squilibrato tra la base della nostra tradizione culturale, ancora capace di una saggia interferenza con i cambiamenti contemporanei, e le suggestioni mediate essenzialmente dalle tecnologie.

AI, answer engine e trasformazione del giornalismo contemporaneo

Ora, tutto è cambiato e molto rapidamente, dal momento in cui l’informazione si è letteralmente trasformata, come evidenziato dal presidente Lasorella in riferimento ai nuovi motori «answer engine», pronti a fornire sintesi preconfezionate dall’AI, spesso così attrattive da demotivare i lettori nella ricerca di una pluralità di fonti e prospettive diversificate. Non si può commentare più chiaramente lo stravolgimento subito dal giornalismo contemporaneo, insieme alla rottamazione di un modello di lettura e di approvvigionamento delle notizie e dell’attualità. In questo nuovo contesto, abbiamo faticato a scorgere (o forse ad ammettere) che il digitale non racconta più la società quanto gli individui; più precisamente, la conquista digitale delle menti è il risultato di quel processo di incardinamento di un catechismo sempre definito moderno e “laico” tendente, come investimento prioritario, ad alterare contenuti e lessici della socializzazione di tutti, ma elettivamente dei nuovi venuti.

Intervenendo in modo potente e decisivo sugli immaginari soprattutto di bambini e ragazzi in tempo di formazione, e dunque con l’attenzione predisposta voracemente al nuovo, il digitale determina forme inedite di interazione e le fa diventare norma, al punto che i sociologi si cimentano con formule pudiche ma ambigue come quella celebre di «quasi interazione mediata».

Quali sono le conseguenze più vistose e temibili di un trend così appariscente, puntualmente documentato dalle Relazioni annuali?

Minori, media digitali e fortuna sociale delle piattaforme

Anzitutto, dobbiamo mettere al sicuro la presa d’atto positiva che i dati, tutti i dati, lasciano sempre spazi significativi per forme di varietà e dosaggi quasi mai totalizzanti, consentendo comunque di intravedere incoraggianti profili di resistenza o almeno di diversità. E qui l’analisi dovrebbe essere più articolata di quanto consentito ad un articolo, prendendo ad esempio le mosse dalla constatazione che le platee di bambini, ragazzi e giovani rappresentano la principale cassaforte della fortuna sociale delle piattaforme. Nessun’altra fascia di età è altrettanto generosa, e non solo perché dispone di più tempo disponibile, ma quasi certamente perché all’inizio della vita il talismano di un cambiamento, l’ossessiva mitologia del «nuovo» rispetto ai comportamenti degli adulti e soprattutto dei genitori, sembra difficilmente contenibile.

In altre parole, sto suggerendo l’ipotesi che le fasce minorili siano i veri azionisti di maggioranza nel mercato dell’infrastruttura digitale che, peraltro, avvolge e diluisce l’informazione nel limbo della comunicazione.

Questa lunga parentesi sul nesso tra minori e media digitali rappresenta il motivo più importante per spostare la vertenza da una singola area professionale come quella del giornalismo, importante ma in qualche misura apparentemente settoriale, alla responsabilità delle istituzioni nei confronti della formazione dei giovani. Già siamo in presenza di alcune generazioni socializzate almeno in ugual misura dalla scuola e dai media digitali, che nell’età fino a sei anni diventano oggettivamente monopolisti dell’attenzione e del tempo dei bambini, e successivamente dal disegno di educare i nuovi venuti secondo criteri ed indirizzi universali che gli uomini hanno chiamato scuola.

Istituzioni, piattaforme private e tutela della conoscenza

Ecco perché le tematiche cui accenniamo hanno come interfaccia naturale la dimensione delle istituzioni pubbliche, nella misura in cui non sono ancora fiaccate dal sovranismo delle piattaforme private. Qui il nodo si fa impegnativo e la Relazione Agcom interviene opportunamente in riferimento al Tavolo istituito fra editori e piattaforme, perché occorre da un lato affrontare la questione della tutela dei contenuti giornalistici, dall’altro porre la questione della potestà educativa dei canali formali e informali dell’istruzione, senza ovviamente esagerarne l’impermeabilità al mondo esterno. In questa cornice si pone la questione della pressione sulla mente e sul cuore delle persone di ogni età, il nodo dirompente della privatizzazione della conoscenza in capo ai potentati digitali, ispirandosi a quanto ci ha ammonito Papa Prevost nella potente enciclica Magnifica Humanitas, che indirettamente incoraggia la vertenza etica a non cedere ad un club di privati miliardari una risorsa che si chiama educazione, fatta di radici, storia, idealità e dimensioni di cittadinanza, forse meno rilevanti per chi si pone addirittura al di sopra degli Stati sovrani, ma invece vitali per la qualità della democrazia e della discussione pubblica intorno al modello di sviluppo di ogni paese.

Ecco perché occorre alzare gli occhi anche al territorio travagliato del giornalismo; i trend di cui parliamo sono del resto trasversali in un contesto in cui tutto si tiene. Ma se le istituzioni si dimettono da temi di questo genere non sarà possibile immaginare scelte innovative e neppure strategie di emergenza capaci di correggere il declino. Aspettare i dati del prossimo anno significherebbe applicare alla crisi il concetto di «cure palliative», che certo non possono bastarci.

Società della conoscenza e autonomia delle persone

Servono invece iniziative capaci di parlare a tutta la società e solo dopo a singoli addetti ai lavori o a specifiche aree sociali, per quanto meritorie di attenzioni. Stiamo infatti parlando dell’aria che respiriamo, senza la quale l’intossicazione dell’individualismo stravince. Il futuro che abbiamo di fronte chiede uno scatto di lucidità e concretezza. Non stiamo infatti riferendoci unicamente alla difesa di una risorsa come l’informazione, ma a tutto ciò cui essa rinvia e di cui è parte integrante: un’orgogliosa tutela della cultura e dell’identità di ogni paese, che spesso passa anche da un ridimensionamento della globalizzazione degli immaginari.

Resta vero che il giornalismo avrebbe bisogno di una cura anche autonoma, ma la sua salvezza consiste nel credere nella società della conoscenza, uno dei grandi paradigmi che abbiamo imparato a considerare come un livello superiore di sicurezza, grazie ad un’appartenenza europea ed occidentale non ottusa e convinta delle proprie ragioni. Nulla di ciò di cui sto parlando è facile o tantomeno realizzabile domani. Se ci fermiamo a pensare, il rinvio si confonde con un alibi morale. Se abbiamo fede nella società della conoscenza non possiamo accettare la fine del giornalismo in cambio della modernità, e soprattutto dell’autonomia di scelta delle persone. Ma ancor meno possiamo tollerare l’idea di una sottomissione dell’educazione al colonialismo delle piattaforme digitali.

  1. [1] Rinvio a «Agcom: Lasorella, questione decisiva direzione AI e algoritmi», in Milano Finanza, 14-7-2026 (articolo disponibile al link Agcom: Lasorella (presidente), questione decisiva direzione Ai e algoritmi | MilanoFinanza News). L’intera Relazione è reperibile al link Agcom Relazione annuale 2026 sull’attività svolta e sui programmi di lavoro | Agcom. ↩︎

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