AGENDA DIGITALE EUROPEA

Il knowledge management europeo, questo sconosciuto

Per capire meglio come l’Italia può realizzare la sua Agenda Digitale, in un anno che si caratterizza per le elezioni Europee, abbiamo intrapreso un percorso di analisi lungo i sette pilastri dell’Agenda Digitale Europea. Secondo capitolo, per capire quali buone pratiche possono essere messe a fattor comune

05 Feb 2014
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Credo che l’ultima delle statistiche Eurostat pubblicate nel 2013, sull’uso di Internet nella popolazione e sulla presenza di collegamenti in banda larga nelle abitazioni, rifletta una situazione che necessita di una politica europea di supporto organico. La fotografia che emerge è infatti quella di un’Europa decisamente divisa su almeno tre fasce (i Paesi eccellenti, quelli che si situano poco al di sopra o al di sotto della media UE e quelli che sono molto al di sotto della media), con differenze tali tra la prima e la terza fascia da rendere impossibile il riconoscimento di una identità europea. Troppo grandi le differenze per poter pensare a sinergie e a interazioni efficaci. Ad esempio, nel caso degli utenti quotidiani di Internet si nota l’enorme differenza tra i Paesi avanzati come Danimarca, Paesi Bassi, Svezia, Finlandia (oltre l’80%), i Paesi della fascia media (dal 68% del Belgio al 54% dell’Italia) e quelli della fascia bassa (sotto il 50%, dal Portogallo alla Polonia alla Bulgaria), così come nella rilevazione della popolazione che non ha mai usato Internet, che vede la fascia dei Paesi più avanzati sotto il 10% (dal 4% della Danimarca all’8% del Regno Unito), la fascia media intorno alla media UE del 21% (dal 15% del Belgio al 24% della Spagna) e infine la fascia bassa, oltre il 30% (che include il 34% dell’Italia fino al 42% della Romania). Statistiche che, nel caso italiano, denotano una frattura verticale tra chi si è avvicinato al digitale e chi no, con poche situazioni intermedie.

Buone pratiche e knowledge management

Per questa ragione credo sia utile uscire dalla logica di un’analisi esteriore dei numeri e delle classifiche, per cercare di identificare buone pratiche da riutilizzare e approcci generalizzabili, così da costruire, intorno all’Agenda Digitale Europea, un substrato di conoscenza condivisa che consenta ai Paesi di riconoscersi in un modello di crescita basato sulle esperienze europee. Per un’Agenda Digitale Europea che non si fermi ai target e alla definizione delle azioni ma che sia in grado di mettere a sistema le eccellenze e le buone pratiche, e che punti al successo attraverso la valorizzazione delle relazioni e degli scambi tra i Paesi. Su questo tema la Commissione Europea non ha investito a sufficienza, e i dati che si possono leggere sull’area dedicata all’implementazione dell’Agenda Digitale Europea sono visibilmente aggiornati su base volontaria dai Paesi Membri, e quindi in gran parte disomogenei, incompleti, non più attuali. L’attenzione alla raccolta delle buone pratiche è dello stesso genere, in gran parte formale. C’è un’area dedicata, ma è chiaro che non c’è nessun reale obiettivo di valorizzazione, di condivisione. Le poche note sono inserite come adempimento burocratico, con la logica di chi sa che il loro utilizzo non è in carico a nessuno.

Per esempio, restando nell’ambito delle competenze digitali, a cui fa riferimento l’azione 66 dell’Agenda Digitale Europea, “gli Stati Membri promuovono politiche di lungo termine per lo sviluppo delle competenze digitali e l’alfabetizzazione digitale” si nota come, tra i primi cinque Paesi (Danimarca, Svezia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Finlandia) nella classifica della popolazione che ha utilizzato Internet almeno una volta, solo la Finlandia abbia inserito una nota sulle buone pratiche adottate. E dal tono e dalla lunghezza della nota (“Finland: Model for “Pop-up training centres” in a shopping malls etc.” – senza link o altro, proprio una frase buttata così) si rileva il peso e l’utilità che vengono attribuiti. Oggi le buone pratiche sono al più oggetto di studi e di progetti di ricerca, ma mentre le innovazioni digitali sono “fast-paced”, come sottolinea il “The e-skills Manifesto”, le azioni per governare il cambiamento continuano a seguire i tempi della burocrazia, e non adottano un metodo agile e flessibile adeguato ad un mondo che si trasforma rapidamente.

Al di là, quindi, delle perplessità originarie su una definizione di Agenda Digitale Europea che in alcuni casi scendeva troppo nel dettaglio con le sue 101 azioni, e in altri invece denunciava grandi e gravi dimenticanze (come ad esempio per tutto il tema del lavoro in mobilità), credo che la sua valenza politica per la strategia di sviluppo europeo sia indiscutibile e, però, proprio per questo, il suo affermarsi soprattutto sul fronte della misurazione e non del project management sia una debolezza da superare.

In particolare, se si vogliono raggiungere gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea in tutti i Paesi Membri, sembrano mancare alcuni capisaldi della gestione di un progetto così ambizioso e rilevante. Ad esempio:

· un sistema di knowledge management che renda le buone pratiche di alcuni Paesi valore utilizzabile da tutti i Paesi;

· un sistema di monitoraggio che sia in grado di rilevare le azioni specifiche da attuare su alcune aree, da parte di alcuni Paesi o direttamente dall’Unione, ma anche di valutare cambiamenti nel Piano di progetto (l’Agenda Digitale stessa).

Una strategia per il knowledge management europeo

La mancanza di un sistema di knowledge management è la più devastante dal punto di vista culturale e della possibilità di attuazione di politiche digitali a livello europeo. E questa mancanza non è soltanto nell’assenza di dati utili condivisi (a partire dalle stesse definizioni delle Agende dei singoli Paesi) ma anche nell’assenza di una reale governance capace di coinvolgere e attivare i referenti dei singoli Paesi. È chiaro che l’identificazione di un “Digital Champion” come riferimento di ciascun Paese è un primo passo, ma è allo stesso tempo insufficiente per innestare una reale rete di collaborazione e sviluppo.

La mancanza di un sistema di knowledge management è però lo specchio fedele di un’Europa dalle grandi ambizioni ma, anche, dalle tante riserve sulla reale apertura collaborativa tra i Paesi. Una mancanza che, proprio per questo, mina alla stessa autorevolezza e significatività dell’Agenda Digitale Europea.

Se guardiamo poi alla situazione specifica dell’Italia, rileviamo come l’assenza di una strategia organica e complessiva sul digitale (e di cui il sito dell’Agenda Digitale “in costruzione” da alcuni mesi è l’emblema simbolo) sia il perno di una situazione disomogenea, con buone pratiche locali e però l’incapacità di fare sistema e, ad esempio, portare in modo efficace e organico le politiche del digitale all’interno dell’Accordo di Partenariato Europeo, con cui si fissa la programmazione dei fondi strutturali 2014-2020.

Oltre la parola chiave “strategia”, c’è la “governance”, che include certamente anche l’istituzione di una Commissione Parlamentare Permanente per l’Agenda Digitale, unico modo per far sì che dal punto di vista legislativo si producano norme coerenti con la strategia digitale, discusse in modo omogeneo e con le migliori competenze parlamentari disponibili. Infine, ma dalla rilevanza fondamentale in termini di efficacia ed efficienza, c’è il knowledge management, la condivisione e il riutilizzo delle buone pratiche e delle esperienze.

Credo che un approfondimento su questo punto sia essenziale e che sia necessario evidenziare la sua importanza e sollecitare ad un impegno assunto a livello nazionale e proposto a livello europeo.

Per un Paese come l’Italia, che ha la necessità di recuperare rapidamente il gap che la separa dai Paesi più avanzati, mettere a sistema il knowledge management sui temi dell’Agenda Digitale sarebbe una delle proposte prioritarie da portare nell’agenda del Semestre Europeo di presidenza, così come dovrebbe trovare posto nei programmi degli schieramenti politici che si presentano alle prossime elezioni europee.

Un percorso alla scoperta delle buone pratiche

Mentre il sito istituzionale della Cabina di Regia per l’Agenda Digitale rimane pertanto emblematicamente spento, figlio di una disattenzione al coinvolgimento e alla comunicazione verso gli operatori digitali e verso i cittadini, le iniziative sull’Agenda Digitale a livello locale-regionale si susseguono (ultima quella “Go On” della Regione Friuli) sempre più strutturate e interessanti, ma comunque su iniziativa volontaria delle singole Regioni, in un quadro di incerta valorizzazione delle esperienze precedenti, e con il grande rischio di avere il “fiato corto” delle iniziative progettuali. A livello nazionale, rileviamo con favore il percorso intrapreso dai gruppi di lavoro del Piano nazionale della cultura digitale, della formazione e delle competenze digitali, promosso dall’Agid, che si sta muovendo attraverso la raccolta delle buone pratiche presenti, in una logica che va molto oltre le classiche e formali “audizioni”.

Non potendo avere la pretesa di avviare un simile percorso a livello europeo, stiamo sviluppando un cammino attraverso l’analisi della situazione italiana, utilizzando la lente delle rilevazioni europee ma, ancor di più, delle buone pratiche europee e di quelle che nel nostro Paese esistono ma rimangono limitate nello spazio e nel tempo (spesso associate a iniziative progettuali e non di sistema).

Questo è il secondo capitolo di un percorso attraverso i sette pilastri dell’Agenda Digitale Europea (Un mercato digitale unico e dinamico, Interoperabilità e standard, Fiducia e sicurezza, Accesso ad internet veloce e superveloce, Ricerca e innovazione, Migliorare l’alfabetizzazione, le competenze e l’inclusione nel mondo digitale, Vantaggi offerti dalle TIC alla società dell’UE), alla ricerca di quelle buone pratiche che potrebbero essere condivise e alla base di una spinta alla velocizzazione delle politiche locali sul digitale.

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