le proposte operative

Le regole sull’IA proteggono i diritti. Ma chi protegge il pensiero critico?



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L’Intelligenza Artificiale non è solo una tecnologia da regolare, ma una nuova infrastruttura della conoscenza. Dalla governance cognitiva a quella sociale e istituzionale, il decreto legislativo sull’IA può diventare l’occasione per orientare innovazione, formazione, ricerca e politiche pubbliche

Pubblicato il 1 set 2026

Gianna Martinengo

Presidente di DKTS



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Da oltre quarant’anni osservo l’Intelligenza Artificiale trasformarsi sotto i miei occhi: da promessa di laboratorio a infrastruttura silenziosa delle nostre decisioni quotidiane. In questi decenni ho imparato a diffidare delle definizioni troppo strette. Oggi, di fronte allo schema di decreto legislativo che adegua il nostro ordinamento al Regolamento europeo sull’IA, sento il bisogno di proporre una chiave di lettura che vada oltre l’inquadramento tecnologico e giuridico, per quanto necessario esso sia.

La tesi che ho portato in audizione alla Camera dei Deputati è semplice da enunciare e impegnativa da accogliere fino in fondo: l’Intelligenza Artificiale non è soltanto una tecnologia da regolare, è una nuova disciplina della conoscenza. Come la scrittura ha esteso la memoria dell’umanità permettendole di conservare e trasmettere il sapere oltre i limiti della mente individuale, come la matematica ha reso possibile formalizzare il pensiero e renderlo condivisibile, come l’informatica ha trasformato il trattamento dell’informazione su scala planetaria, così i sistemi di intelligenza artificiale introducono oggi nuovi strumenti per costruire, verificare e distribuire la conoscenza stessa.

Governance dell’intelligenza artificiale come infrastruttura della conoscenza

Se questa premessa è corretta, allora la domanda che dovremmo porci non è soltanto “come regoliamo questa tecnologia”, ma “come governiamo una nuova infrastruttura della conoscenza“. È una differenza che cambia tutto, perché sposta l’attenzione dal solo controllo del rischio alla responsabilità di orientare uno sviluppo che toccherà il modo in cui le persone imparano, decidono, collaborano e partecipano alla vita democratica.

Lo schema di decreto affronta con solidità la dimensione tecnologica e giuridica: principi antropocentrici, tutela dei diritti fondamentali, un impianto di sicurezza e trasparenza in linea con i valori europei. È un punto di forza da riconoscere senza riserve. Ma accanto a questa dimensione, credo sia necessario affiancarne altre tre, oggi ancora poco presidiate.

Le tre dimensioni della governance dell’IA

La prima è quella che chiamo governance cognitiva: comprendere davvero cosa accade ai processi di apprendimento, memoria e pensiero critico quando li affidiamo, anche solo in parte, a sistemi che elaborano e restituiscono conoscenza al posto nostro. Non è una domanda accademica. È la domanda che determinerà se le prossime generazioni useranno questi strumenti per ampliare le proprie capacità o per delegarle senza consapevolezza.

La seconda è la governance sociale: monitorare gli effetti dei sistemi di IA sull’inclusione, sull’accesso ai servizi, sulla riduzione — o sull’aggravamento — delle disuguaglianze esistenti. Qui vale un principio che ho sempre difeso: la tecnologia non è mai neutra, né nella progettazione né negli effetti su chi resta ai margini dei processi decisionali. Un empowerment dichiarato sulla carta non equivale a un empowerment concreto, verificabile nei fatti.

La terza è la governance istituzionale: sostenere la trasformazione della Pubblica Amministrazione non come mero investimento tecnologico, ma come processo culturale che richiede nuove competenze, nuove responsabilità, nuovi modelli organizzativi. Ho visto troppe trasformazioni digitali fallire perché trattate come progetti informatici anziché come cambiamenti di cultura organizzativa.

Intelligenza artificiale, capacità cognitive e formazione

Su questa base ho proposto alcune integrazioni allo schema di decreto. Sul piano dei principi generali, suggerisco di rafforzare l’impianto antropocentrico riconoscendo esplicitamente che i sistemi di intelligenza artificiale, se ben orientati, contribuiscono allo sviluppo delle capacità cognitive delle persone e non solo alla loro sostituzione in compiti ripetitivi.

Sul fronte della formazione, l’attenzione già dedicata a scuola, università e formazione continua è una scelta che condivido. Ma l’alfabetizzazione all’IA non può ridursi all’uso strumentale dei sistemi: deve includere pensiero critico, capacità di interpretare gli output, consapevolezza dei limiti intrinseci di questi sistemi, responsabilità nell’utilizzo e, soprattutto, la capacità di costruire una collaborazione autentica tra persone e sistemi intelligenti — fondata sulla sovranità cognitiva di chi decide, non sulla delega acritica.

Sandbox regolatorie e ricerca interdisciplinare

Le sandbox regolatorie previste dal decreto rischiano di restare sottoutilizzate se limitate alla sola verifica di conformità normativa. Propongo di trasformarle in laboratori di apprendimento istituzionale, dove documentare anche gli impatti organizzativi, cognitivi e sociali, perché le buone pratiche emerse diventino patrimonio replicabile per l’intero sistema Paese.

Sul fronte della ricerca, l’Italia possiede eccellenze scientifiche riconosciute a livello internazionale. Ciò che serve ora è la capacità di promuovere programmi realmente interdisciplinari, che facciano dialogare competenze tecnologiche, giuridiche, economiche e umanistiche — perché nessuna di queste discipline, da sola, può orientare correttamente uno sviluppo di questa portata.

Cinque proposte per la governance dell’intelligenza artificiale

Da queste osservazioni nascono cinque proposte operative che ho sottoposto alla Commissione:

  • riconoscere l’Intelligenza Artificiale come disciplina della conoscenza nelle politiche pubbliche;
  • integrare la valutazione dei rischi tecnologici con l’analisi degli effetti cognitivi e sociali;
  • rafforzare l’AI Literacy promuovendo pensiero critico e consapevolezza nell’uso dei sistemi;
  • utilizzare le sandbox come strumenti permanenti di apprendimento per il legislatore e per la Pubblica Amministrazione;
  • promuovere programmi di ricerca interdisciplinare che colleghino innovazione tecnologica, scienze cognitive, scienze sociali e politiche pubbliche.

Dalla regolazione dell’IA alla responsabilità pubblica

Lo schema di decreto rappresenta un passaggio fondamentale nell’attuazione del Regolamento europeo e pone basi solide per una governance coerente con i valori dell’Unione. Ma la rapidità con cui questi sistemi evolvono richiede una riflessione che vada oltre l’orizzonte della singola norma. L’Intelligenza Artificiale non modifica soltanto gli strumenti che utilizziamo: modifica il modo in cui costruiamo conoscenza, prendiamo decisioni, partecipiamo alla vita economica e democratica del Paese.

Per questo credo che la sua governance debba promuovere, insieme alla tutela dei diritti fondamentali, lo sviluppo delle capacità cognitive delle persone, l’accesso equo alla conoscenza e una cultura dell’innovazione fondata sulla responsabilità condivisa. La qualità delle politiche pubbliche dei prossimi anni non si misurerà soltanto dalla capacità di regolare l’Intelligenza Artificiale, ma dalla capacità di orientarne lo sviluppo al servizio della persona e della società nel suo complesso. È una responsabilità che riguarda il legislatore quanto riguarda chiunque, come me, lavori ogni giorno all’incrocio tra tecnologia, conoscenza e cultura.

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