dipendenza da social

Processo Meta e YouTube, verso il verdetto che può cambiare i social



Indirizzo copiato

Il processo contro Meta e YouTube per i presunti danni arrecati a una minorenne è arrivato alle battute finali. Intanto si apre un nuovo fronte contro i chatbot di IA, accusate da alcuni genitori di aggravare il disagio degli adolescenti fino a esiti estremi

Pubblicato il 16 mar 2026

Antonino Mallamaci

avvocato, Co.re.com. Calabria



dipendenza da social
AI Questions Icon
Chiedi allʼAI Nextwork360
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti

Manca poco al verdetto nel processo che vede imputate Meta e YouTube, accusate dalla madre di una ragazza di aver contribuito ai danni subiti dalla figlia. Davanti alla Corte superiore della contea di Los Angeles sono iniziate le arringhe finali, mentre la decisione della giuria è prevista entro circa una settimana.

Una decisione che, nonostante l’apparente scarso appeal mediatico del processo, coinvolge, direttamente o indirettamente, un numero davvero indeterminato di persone in tutto il mondo.

Instagram and YouTube owners built 'addiction machines', trial hears | BBC News

Social media e minori davanti alla giuria di Los Angeles

Se il giudice deve ancora pronunciarsi, la società ha emesso da tempo un verdetto sui social media, oggetto da anni di critiche così pesanti che il dibattito è onnipresente e accesissimo. Tre miliardi di utenti usano Facebook almeno una volta al mese, altrettante Instagram. Entrambi sono controllati da un’unica azienda (Meta) e da un solo uomo (Mark Zuckerberg). Insieme a YouTube, TikTok e qualche altra piattaforma, sono divenuti strumenti indissolubilmente legati alla vita di ciascuno, e questo in pochissimo tempo.

È legittimo pensare, specialmente da qualche anno in qua, che i social media non siano tanto apprezzati, ma che non si riesca a farne a meno. KGM, indicata con le iniziali in quanto minorenne all’epoca dei fatti, è più o meno coeva di YouTube. A 6 anni utilizzava già la piattaforma.

Una vicenda personale al centro del contenzioso

Come è emerso nel processo, la sua non è stata una vita facile, avendo subito abusi in famiglia, e questo l’ha spinta forse a rifugiarsi nei social. Se ciò l’abbia ulteriormente danneggiata o aiutata è al centro del processo. Se il verdetto la vedrà vincente, molto probabilmente il percorso verso una sentenza definitiva si allungherà per i ricorsi che le big tech proporranno.

La scarsa copertura mediatica del processo di Los Angeles è stata anche determinata da una serie di restrizioni giudiziarie. Sebbene si tratti del primo procedimento, di migliaia scaturiti da denunce legali contro i social media, non si presta alla diffusione presso l’opinione pubblica. L’identità dell’attrice è stata tenuta nascosta dal tribunale a causa della sua giovane età. Ha testimoniato, attirando un pubblico piuttosto numeroso, ma non è stato possibile girare video dai quali trarre frame per post potenzialmente virali, e persino la trascrizione non era facilmente reperibile.

Social media e minori, lo scontro tra due visioni opposte

Ma, durante le deposizioni, i contorni dello scontro tra due concezioni della società americana è stato evidente. Una assume che la vita e le azioni di ognuno sono messe a repentaglio da una sorta di cospirazione: il governo, i malintenzionati o, in questo caso, la Silicon Valley. “Questo caso riguarda due delle più ricche aziende della storia, che hanno indotto la dipendenza nel cervello dei bambini”, ha detto alla corte Mark Lanier, avvocato dell’attrice.

L’altra idea si può riassumere in una frase abbastanza cinica: i tuoi problemi sono un tuo problema, e buona fortuna. La tesi principale degli imputati è che KGM e chiunque altro è responsabile di se stesso e del proprio benessere. Meta ha affermato di aver costantemente operato su Instagram per renderlo non solo migliore, ma anche più sicuro. YouTube ha affermato di non essere nemmeno un’azienda di social media.

Il nodo della dipendenza digitale

Cos’è la dipendenza quando si applica all’uso digitale? Solo un’etichetta, senza un contenuto valido e plausibile. Altri hanno adottato una posizione più severa. Nicklas Brendborg, ricercatore biotecnologico danese – autore di “Super Stimulated”, che sostiene che la biologia umana viene manipolata dalle aziende tecnologiche e alimentari – ha affermato in un’intervista che i social media “inducono comportamenti compulsivi nelle persone incapaci di controllarsi e traggono profitto dalla realizzazione di prodotti che creano dipendenza e che, chiaramente, possono avere effetti negativi sulla salute di chi li utilizza”.

Il tempo che i giovani tra i 18 e i 29 anni trascorrono con gli amici era già in calo durante il Covid. Ora è meno della metà che nel 2010, più o meno quando gli smartphone si sono diffusi. “Il tempo trascorso davanti allo schermo sta esplodendo in Brasile, Sudafrica e Filippine. Queste aziende sono le entità più potenti al mondo”.

Design delle piattaforme e responsabilità delle big tech

La parte attrice ha paragonato le big tech alle aziende produttrici di tabacco. Il fumo in America iniziò a diminuire quando il governo dichiarò che era dannoso per la salute, e a questa svolta seguirono cause legali contro i produttori di sigarette.

Per i social media, tuttavia, la strategia adottata per il fumo si scontra con la famosa (o famigerata) Sezione 230 del Communications Decency Act che protegge le piattaforme online dalla responsabilità per le affermazioni dei loro utenti.

Nei processi in corso contro i social media, a Los Angeles, in altre contee della California e in altri stati americani, l’accusa cerca di aggirare questo problema concentrandosi non sui contenuti delle piattaforme, ma sul loro design, sulla loro progettazione. Lo scorrimento infinito, ad esempio, è una scelta progettuale che impedisce agli utenti di raggiungere la fine del loro feed digitale. I critici affermano che ciò incoraggia la dipendenza. Se ciò sarà sufficiente a determinare la soccombenza, almeno in prima istanza, di Meta e YouTube, lo sapremo presto.

Nuove accuse sulle chatbot di intelligenza artificiale

Quando il processo contro i social media è prossimo alla conclusione, altri genitori vanno in battaglia perché ritengono che le chatbot stiano danneggiando i loro figli, portandoli in alcuni casi alla morte. Una madre, di nome Megan Garcia, ha raccontato la storia penosa e agghiacciante di suo figlio Sewell. Il ragazzo, quattordicenne, usava compulsivamente una chatbot di intelligenza artificiale creata da Character.AI. Dopo che le aveva confidato pensieri suicidi, essa lo ha incoraggiato a togliersi la vita.

D’altra parte, anche nel nostro Paese sono ormai migliaia gli adolescenti che trattano le chatbot come “migliori amici”, affermando che in loro e da loro trovano conforto e ricevono consigli come nessuno in carne e ossa riesce a fare.

Social media e minori, ora il fronte si allarga all’IA

Se prima il nemico dei propri figli era il social media, con l’avanzare della tecnologia una nuova generazione di genitori è in difficoltà, e alcuni, come abbiamo visto, raccontano di aver perso i propri figli suicidatisi su istigazione delle chatbot basate sull’IA. I due gruppi di genitori stanno unendo le forze nel tentativo di imporre un cambiamento.

Si sono rivolti al Congresso USA e alle assemblee legislative di molti stati chiedendo leggi che pongano maggiori barriere di protezione attorno a entrambe le tecnologie. La presidente dell’associazione Parents Rise, Julianna Arnold, è allarmata perché “con l’intelligenza artificiale tutto sta accadendo molto più velocemente, e vediamo che le aziende stanno agendo più rapidamente per cercare di anticipare la legislazione”.

La debolezza della risposta politica

Ma la battaglia è anche più dura di quella per la regolamentazione dei social media. Decine di proposte di legge federali per regolamentare i social media si sono arenate per le pressioni del settore tecnologico e per le preoccupazioni relative alla limitazione della libertà di parola.

Il sostegno del Congresso alla regolamentazione dell’IA è ancora più debole. Trump ha in sostanza dato carta bianca alle aziende per vincere la gara tecnologica con la Cina, e, con la sua usuale condotta, ha minacciato gli stati che approvano leggi sull’argomento.

Le aziende di IA hanno investito centinaia di milioni di dollari in super PAC (political action committee, comitati che raccolgono fondi per donazioni per sostenere o ostacolare candidati, referendum o iniziative legislative) con l’obiettivo di eleggere candidati favorevoli all’IA alle elezioni di midterm del novembre prossimo.

Il senatore Josh Hawley, repubblicano come Trump, ma evidentemente non addomesticabile, ha presentato proposte di legge per regolamentare le chatbot basate sull’IA. Ma non deve essere molto fiducioso, e si esprime in maniera netta e cruda: “Il Senato dovrebbe avere un cartello con la scritta “Di proprietà delle Big Tech”, perché la verità è che nulla a cui le Big Tech si oppongono passerà al Senato, e questo è estremamente dannoso per i bambini e per i genitori”.

Le promesse delle aziende e il fallimento delle riforme

Sia le aziende di social media che quelle di intelligenza artificiale affermano di aver aggiunto funzionalità di sicurezza e maggiori controlli parentali ai loro prodotti. Character.AI ha introdotto restrizioni di età. Google e Character.AI hanno patteggiato con alcuni genitori per la morte dei loro figli, ma le condizioni non sono state rese note.

Un portavoce di Google ha dichiarato che “Offrire ai giovani un’esperienza sicura e sana è sempre stato al centro del nostro lavoro. Stiamo applicando lo stesso approccio responsabile nello sviluppo di prodotti di intelligenza artificiale”. Un portavoce di Meta gli fa eco: “Continueremo ad ascoltare i genitori, a collaborare con esperti e forze dell’ordine e a condurre ricerche approfondite per comprendere i problemi più urgenti”.

Tre anni fa, quando Julianna Arnold ha iniziato la sua battaglia per la sicurezza dei bambini, Instagram, Snapchat e TikTok erano le piattaforme più gettonate tra gli adolescenti. ChatGPT era sul mercato da meno di un anno.

La signora Arnold si è unita a un gruppo di genitori che si sono presentati frequentemente a Washington, spingendo per l’adozione definitiva del Kids Online Safety Act (KOSA), che avrebbe costretto le aziende di social media a progettare le loro piattaforme in modo che fossero meno assuefacenti e dannose. Hanno partecipato a udienze sulla sicurezza dei minori e sono apparsi in conferenze stampa insieme ai senatori per raccontare le loro storie.

Durante l’audizione di Mark Zuckerberg al Senato nel 2024, la Arnold era tra una dozzina di genitori presenti in aula con le foto dei loro figli defunti. Il fondatore di Meta si alzò per scusarsi con loro, tanto che lei ebbe “la sensazione che le cose potessero davvero cambiare”. Solo un’illusione. Il KOSA fu approvato a larga maggioranza al Senato, ma respinto alla Camera.

Nel frattempo, un sondaggio rivelò che il 64% degli adolescenti intervistati per un sondaggio del Pew Research Center aveva dichiarato di utilizzare chatbot. Storie come quella di Sewell hanno contribuito a spostare sull’intelligenza artificiale il dibattito sulla sicurezza online dei bambini.

Una sottocommissione del Senato ha tenuto mesi fa un’udienza sui danni delle chatbot basate sull’IA. Poi, a dicembre, l’associazione diretta dalla Arnold è venuta a conoscenza del tentativo dei legislatori nazionali di annullare il centinaio di leggi sull’IA, incentrate soprattutto sulla sicurezza per bambini e adolescenti, approvate nel 2025 da 38 Stati. Hanno quindi avuto incontri, in alcuni casi rifiutati, con tanti legislatori nazionali e statali, ma i risultati non sono arrivati.

Evidentemente, anche in questa vicenda la volontà di Trump prevale su tutto il resto, anche se si tratta della salute e della vita dei ragazzi americani.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x