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Smartphone a scuola e social, il limite dei divieti per i minori



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Il dibattito su media e minori si concentra spesso sui divieti, ma la trasformazione digitale richiede una risposta più ampia. Dalla televisione ai social, il nodo resta l’educazione ai media, la qualità degli ambienti digitali e la responsabilità di piattaforme, scuola e famiglie

Pubblicato il 29 mag 2026

Mirta Michilli

direttrice generale della Fondazione Mondo Digitale



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Negli ultimi mesi il dibattito su media e minori è stato spesso al centro della scena pubblica italiana. Proposte di legge, divieti sull’uso degli smartphone a scuola, richiami alla responsabilità delle famiglie e nuove preoccupazioni per l’impatto dei social sulla salute mentale dei più giovani sembrano convergere verso una risposta sempre più restrittiva.

A questa reazione comprensibile, però, si sta affiancando anche una nuova consapevolezza, con più voci e ruoli diversi che ribadiscono la centralità dell’educazione ai media per tutti, non solo per i minori. E nascono i primi dubbi: stiamo davvero intervenendo sulle cause del problema o continuiamo a inseguirne gli effetti? Ha ancora senso ragionare in termini di accesso a singoli strumenti, quando l’esperienza mediale dei più giovani è ormai un ambiente continuo, ibrido, pervasivo?

Dalla “cattiva maestra televisione” ai social

Non è la prima volta che una tecnologia solleva interrogativi educativi profondi. Negli anni in cui la televisione entrava stabilmente nelle case italiane, il dibattito pubblico la descriveva come una possibile “cattiva maestra”, capace di influenzare linguaggi, comportamenti e immaginario collettivo. Andrebbe riletta con attenzione la denuncia del filosofo Karl Popper, per ritrovare in A Bad Teacher, che risale a oltre 30 anni fa, illuminanti analogie con i tempi che stiamo vivendo. Basti pensare al tema della “patente per fare tv”, al potere dei media come strumento di controllo, all’educazione alla violenza…

Rileggiamolo. Intanto vorrei riprendere un’analogia che secondo me funziona bene ancora oggi, quella con il settore della salute: “In tutti i paesi civili c’è un’organizzazione attraverso la quale i medici controllano se stessi e c’è anche, naturalmente, una legge dello Stato che definisce le funzioni di questa organizzazione”. Popper propone che i contenuti dei media, in particolare, della televisione, vengano regolati allo stesso modo: “chiunque sia collegato alla produzione televisiva deve avere una patente, una licenza, un brevetto, che gli possa essere ritirato a vita quando agisca in contrasto con certi principi”. E la patente, ovviamente, deve essere concessa dopo un adeguato e documentato periodo di formazione. Anche il sistema di istruzione funziona in modo analogo nei Paesi democratici. Ma allora come abbiamo fatto a lasciare interi settori, strettamente legati al nostro benessere e alla crescita dei più giovani, senza nessuna regolamentazione?

Anche se la proposta di Popper non ha trovato consenso, nessuno ha pensato di mettere al bando l’apparecchio televisivo. Si è scelto, piuttosto, di intervenire sui contenuti, sulle responsabilità editoriali, sugli orari di programmazione, costruendo nel tempo anche strumenti di educazione ai media. Il risultato non è perfetto, lo sappiamo, tanto che spesso parliamo di tv spazzatura… Eppure quella stagione ci consegna una distinzione ancora attuale: non è lo strumento in sé a determinare gli effetti, ma l’ecosistema che lo governa. L’elettrodomestico più diffuso nelle case degli italiani ha dato un enorme contributo alla storia culturale del nostro Paese, come ci ricorda il critico Aldo Grasso, nel suo ultimo lavoro “Cara televisione” (Raffaello Cortina Editore, 2026). Un libro interessante da leggere anche per capire il tema della convergenza tra i media, ad esempio la social tv, e perché la “televisione non è più la televisione”. “La storia dei media ci insegna da sempre che i diversi mezzi non si sostituiscono, ma si ibridano tra di loro a generare nuovi equilibri: streamcasting è il neologismo che indica l’attuale stato di meticciato fra il broadcasting televisivo tradizionale e lo streaming online”.

Ecco perché oggi, di fronte ai social media e alle piattaforme digitali, non possiamo dimenticare la lezione di Popper. Altrimenti rischiamo di concentrare l’attenzione sull’accesso, chi può usare cosa e quando, senza intervenire con la stessa determinazione sui modelli di progettazione, sulle logiche algoritmiche e sulla qualità dei contenuti che i minori incontrano ogni giorno.

L’ibridazione dei media: perché il dispositivo non basta più

L’analogia con la televisione ci aiuta a capire come la distinzione stessa tra strumenti stia progressivamente dissolvendosi. La televisione è ormai un dispositivo connesso, un’interfaccia che integra piattaforme di streaming, contenuti on demand e, sempre più spesso, elementi social. Allo stesso tempo, gli stessi contenuti vengono fruiti da smartphone, tablet, console e computer, in un flusso continuo che attraversa schermi diversi. In questo scenario, parlare di “vietare lo smartphone” rischia di essere una semplificazione. I media non sono più oggetti separati, ma un ambiente integrato, in cui contenuti, piattaforme e pratiche d’uso si sovrappongono. Le politiche che intervengono sul dispositivo rispondono a un bisogno reale, ma arrivano in ritardo rispetto alla trasformazione in corso. Se gli stessi contenuti circolano su più canali, il problema non è più dove avviene l’accesso, ma come quell’esperienza viene progettata, distribuita e vissuta. È questa la contraddizione di fondo del dibattito attuale: si regolano gli strumenti, mentre l’esperienza mediale dei più giovani è ormai trasversale, continua, ubiqua.

I dati del Ministero: il divieto non esaurisce la risposta

Un elemento interessante arriva dal monitoraggio del Ministero dell’Istruzione e del Merito sull’introduzione del divieto di smartphone a scuola.

Il dato formale è chiaro: la grande maggioranza delle scuole ha recepito la misura. Il 72,9% degli istituti dichiara di aver introdotto il divieto sia nei regolamenti sia nel patto educativo, mentre il 17% lo ha inserito almeno nel regolamento e una quota residuale è ancora in fase di aggiornamento. Intanto, accanto alla norma, le scuole stanno già costruendo una risposta educativa:

  • il 68,4% attiva moduli di educazione civica legati al digitale
  • il 65,5% organizza seminari con esperti
  • il 51,7% promuove progetti specifici su smartphone e social.

Nel curricolo emergono temi che vanno ben oltre il divieto:

  • uso sicuro dei dispositivi
  • fake news e disinformazione
  • benessere psicofisico e tempo di connessione
  • uso responsabile dell’intelligenza artificiale

Il quadro restituisce un dato importante: la scuola, nei fatti, non si limita a vietare, ma educa.

Il quadro europeo: regolare sì, ma dentro una strategia più ampia

Anche a livello europeo il dibattito si muove su un terreno più articolato di quanto spesso emerga nel confronto nazionale. Il rapporto Eneset della Commissione europea evidenzia che i divieti possono essere uno strumento utile, ma risultano insufficienti se non inseriti in una strategia più ampia. Servono investimenti in alfabetizzazione digitale, coinvolgimento delle famiglie, formazione dei docenti e interventi sui modelli di funzionamento delle piattaforme. In Europa prevale una logica di restrizione condizionata, con eccezioni per usi didattici, bisogni educativi speciali o situazioni specifiche. L’Italia si distingue per un approccio più rigido, che tende a escludere anche l’uso didattico dello smartphone.

Come punto centrale del rapporto emerge la qualità dell’attuazione che conta più della rigidità della norma. Senza un’azione sistemica, i divieti rischiano di agire sui sintomi, senza incidere sulle cause profonde.

Non a caso, anche nel dibattito più recente emerge con sempre maggiore chiarezza come contrapporre regole e innovazione sia un falso problema: la questione è costruire condizioni in cui l’innovazione tecnologica sia compatibile con i diritti e lo sviluppo delle persone, a partire dai più giovani.

Il confronto internazionale mostra anche i limiti delle risposte esclusivamente normative. Il caso australiano, con l’introduzione del divieto di accesso ai social per gli under 16, rappresenta un test significativo su scala globale. L’obiettivo dichiarato è proteggere i più giovani dai rischi delle piattaforme, ma le prime evidenze indicano difficoltà nell’applicazione, aggiramenti diffusi e una tensione crescente tra regolazione e pratiche reali.

Allo stesso tempo, il dibattito scientifico invita alla cautela rispetto a letture semplificate del rapporto tra social media e salute mentale. Le ricerche longitudinali mostrano effetti differenziati: per una parte degli adolescenti, soprattutto quelli più vulnerabili, i social possono amplificare disagio e ansia; per altri rappresentano anche spazi di relazione, espressione e supporto. Questo elemento introduce un ulteriore livello di complessità: interventi generalizzati rischiano di non cogliere la varietà delle esperienze e dei bisogni, spostando l’attenzione dalla qualità degli ambienti digitali alle sole condizioni di accesso.

La questione si sposta allora su un altro livello: quello degli ambienti digitali in cui crescono i più giovani e delle logiche che li organizzano.

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