Sostenibilità e impatto: il PNRR occasione irripetibile per il futuro digitale - Agenda Digitale

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Sostenibilità e impatto: il PNRR occasione irripetibile per il futuro digitale

Il PNRR ci dà l’irripetibile opportunità di compiere un’evoluzione nel modo di concepire i processi di investimento, costruire relazioni pubblico-privato, concretizzare trasferimenti di tecnologie e valorizzare la ricerca. Occorre però perseguire un nuovo patto sociale fra innovazione digitale e sociale

11 Gen 2022
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR

Photo by Riccardo Annandale on Unsplash

Nella nuova società digitale, impatto e sostenibilità sono i termini a cui più insistentemente dobbiamo ricorrere nel tentare di tratteggiare i lineamenti di una economia possibile e che più frequentemente dobbiamo evocare per rimarcare l’esigenza di una transizione che, prima di essere digitale e ambientale, deve essere culturale.

Il PNRR è un’occasione irripetibile per una svolta che l’Italia non può fallire.

Il cannocchiale della scienza ci sta dicendo dove guardare. Bisogna farsi trovare pronti. Abbandonare la palude della paura e della nostalgia è d’obbligo se vogliamo essere pronti allo tzunami dell’innovazione che ci travolgerà nei prossimi anni.

Automazione fa sempre rima con disoccupazione? Lo scenario italiano

Ma provo a spiegarmi meglio.

Gli italiani e la fiducia nelle prospettive del Paese

Se avessimo a disposizione un cannocchiale con cui guardare il mondo dei prossimi 10/15 anni, potremmo prevedere le ricadute delle decisioni da prendere: cosa studiare (e cosa far studiare ai figli)? Che lavoro scegliere? Come investire i risparmi?

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Oggi, più che un cannocchiale a disposizione c’è solo una sfera di cristallo, con la quale possiamo immaginare come sarà il futuro. Certamente un mondo diverso da quello in cui viviamo. Un mondo governato da logiche al momento ipotizzabili. Un mondo che arriverà, comunque, che lo si accetti o no.

Negli ultimi mesi è emersa – da quanto risulta dai sondaggi – una generale soddisfazione degli italiani per la situazione economica e le prospettive future del nostro Paese. Il Presidente del Consiglio, durante la conferenza stampa di fine anno, ha indicato il PNRR tra i risultati chiave del suo Governo. L’aver raggiunto i 51 obiettivi del Piano, concordati con la Commissione Europea con scadenza il 31 dicembre 2021, induce a un generale ottimismo, accompagnato dalla prospettiva di un ingente flusso di denaro nei prossimi anni.

Citando i dati positivi sulla crescita economica, Draghi ha affermato che l’attuale congiuntura “può essere un moltiplicatore psicologico dell’azione di Governo e dell’azione stessa del PNRR”. Secondo il premier, “occorre dimostrare che la fiducia degli altri Paesi europei, mostrata dando all’Italia questi fondi, è stata ben riposta.” Per non deludere le aspettative, dovremo riuscire a rendere strutturale quel tasso di crescita, che al momento i più considerano un semplice “rimbalzo”, dopo la rovinosa caduta di inizio pandemia. Questa è la vera sfida. In questo caso è d’obbligo un cauto ottimismo, perché bisogna ipotizzare una quantità di istituzioni che cambiano il loro modo di agire.

Tutti i settori economici sono alle prese con uno stress test, con interi comparti alle prese con stravolgimenti organizzativi, che stanno determinando effetti diversi in base al contesto. Interi settori sono posti di fronte alla transizione digitale, da un lato inevitabile, ma allo stesso tempo molto complessa, con implicazioni sociali, politiche e culturali che presentano una serie di sfide per nulla banali. Lo stesso vale per la transizione energetica, che si sta affermando come cambiamento che spaventa, ma che crea anche nuove opportunità.

La fine dei lavori e la disoccupazione di massa sono spauracchi, spesso sventolati per nascondere errori strategici di un intero Paese. Oggi serve una svolta e servono competenze adeguate a gestire l’innovazione tecnologica. È indubbio che potrebbero esserci dei momenti di trasformazione, così come rilevato da diverse ricerche. Un momento di transizione che vale anche per l’Italia.

Automazione e occupazione: lo scenario per l’Italia

Per la prima volta tre studiosi si sono presi la briga di fornire una prima stima per l’Italia della probabilità di automazione di 800 professioni. La conclusione a cui arriva lo studio dal titolo “Rischi di automazione delle occupazioni: una stima per l’Italia”, pubblicato sul numero di dicembre 2021 della rivista Stato e Mercato, è che in Italia il 33,2% dei lavoratori, cioè ben 7 milioni di addetti, rischierebbe di perdere il posto a causa di automazione, robotica, intelligenza artificiale e machine learning. A questo dato i ricercatori arrivano applicando i dettami dell’approccio occupation-based, che muove dall’idea che sono le professioni ad essere automatizzabili. Il dato si ridurrebbe a “soli” 3,8 milioni di addetti (pari al 18,1% della forza lavoro) utilizzando il task-based approach che considera automatizzabili, invece, le attività lavorative, le mansioni – i task, appunto – il cui mix va poi a comporre le professioni.

Gli autori dello studio, quindi, applicando entrambi i modelli ai dati specifici relativi alla struttura occupazionale italiana, ne ricavano una forbice piuttosto ampia, compresa tra circa 4 e circa 7 milioni di posti di lavoro a rischio. Numeri, comunque, che per fortuna sono solo teorici. Sono gli stessi ricercatori a sottolineare come teoria e pratica possono essere – fortunatamente in questo caso – profondamente distanti. Le stime, peraltro, non considerano i nuovi lavori che digitale e automazione creano, per cui è impossibile calcolare l’effetto di compensazione.

È l’uomo che deve guidare l’innovazione per il benessere sociale e la tutela dell’ambiente

Sollevare criticità riguardo la transizione digitale è diventato uno sport per molti. La paura verso la nuova “stregoneria” chiamata tecnologia travolge chi non comprende il suo enorme potenziale o guarda ad essa come un elemento fuori dal controllo dell’uomo. Ma è l’uomo che crea tecnologia, non nella sua banale declinazione di device di ultima generazione, ma come fattore di cambiamento economico, sociale e politico. È l’uomo che decide da che parte deve andare l’innovazione.

È in questo contesto, ancora in divenire, che dobbiamo guardare alla ricerca e all’innovazione tecnologica, identificate come fattori abilitanti non solo per il progresso in sé, ma soprattutto per il benessere sociale, la tutela ambientale.

Si pensi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale che, con il suo bagaglio di algoritmi, applicazioni predittive e machine learning, è solo all’inizio. E promette di rivoluzionare il mondo dei servizi e dell’industria. “Quello che noi vediamo sono soltanto i primi passi e siamo ben lontani da qualsiasi forma di maturità”. Queste le parole di Mario Rasetti, fisico di fama internazionale alla guida di Isi Foundation, che ha svelato il sogno di riuscire a connettere i 6 miliardi di persone che oggi hanno un cellulare, con l’obiettivo di concepire una rete collettiva, disegnando un futuro in cui mettere al centro questa intelligenza collettiva capace di salvare l’intero pianeta. Fare leva su tutta la conoscenza disponibile vuol dire soprattutto costruire un ambiente di apprendimento in cui i dati raccolti da altre valutazioni favoriscono e accelerano un processo di cross-learning. In altri termini, i dati imparano dai dati e l’intelligenza umana si integra con quella artificiale per ottimizzare ogni conoscenza, ovunque nel mondo sia stata prodotta.

La strategia nazionale sull’intelligenza artificiale

L’Italia, dopo anni di lavoro, alla fine si è dotata di una strategia nazionale sull’intelligenza artificiale. Il mondo della ricerca è finalmente pronto a compattare risorse umane e capitali finanziari intorno a dei campioni nazionali su tecnologie chiave abilitanti. Il MUR ha pubblicato sul proprio sito i primi bandi previsti per le misure di ricerca in filiera del PNRR. Si tratta degli avvisi pubblici per “la presentazione di proposte progettuali per il rafforzamento e la creazione di infrastrutture di ricerca” e per “la concessione di finanziamenti destinati alla realizzazione o ammodernamento di infrastrutture tecnologiche di innovazione”. Un investimento totale di 1,58 miliardi di euro, di cui 1,08 miliardi per le prime proposte e 500 milioni per le seconde, con cui si intende finanziare almeno 30 infrastrutture.

Con 1,08 miliardi di euro si punta a finanziare almeno 20 infrastrutture di ricerca, ovvero impianti, risorse e relativi servizi usati dalla comunità scientifica per compiere ricerche in più discipline. I 500 milioni, invece, saranno destinati a realizzare o ammodernare altre 10 infrastrutture tecnologiche di innovazione, con l’obiettivo di favorire una stretta integrazione tra imprese e mondo della ricerca e dell’innovazione per sostenere, accelerare e qualificare la crescita economica del Paese.

Le basi per il cambiamento

Sono state poste le basi per sostenere quei settori che porteranno i prossimi vent’anni al cambiamento della nostra economia e società, intorno ai quali costruire le industrie chiave del futuro: i nuovi materiali, la chimica verde, la robotica, le bioscienze avanzate, la genetica, i Big Data e la cyber sicurezza. Settori industriali a cui andrebbero aggiunti quelli sulle energie emergenti, la coltivazione delle aree finora trascurate del pianeta, l’esplorazione delle profondità marine e di quelle spaziali e in generale dei grandi risultati raggiunti dalle ricerche finora compiute nei più vari campi delle scienze.

Settori non solo importanti in sé, che certamente non esauriscono l’insieme delle imprese del futuro, ma che diventano emblematici di più ampie tendenze globali e simbiotici tra loro, che dischiudono orizzonti nuovi e che mettono in discussione il concetto stesso di valore per come lo conosciamo.

È lo stesso MUR, infatti, che ha previsto l’attivazione di forme di monitoraggio periodiche per valutare l’impatto e le ricadute generate dagli interventi finanziati, anche sul piano sociale ed economico, stabilendo, inoltre, che dati e risultati conseguiti per ogni progetto confluiscano in apposite banche dati per assicurarne l’accessibilità e il riutilizzo da parte della comunità scientifica nazionale e internazionale.

Gli impatti sociali e ambientali delle nuove tecnologie

Come può essere immaginato il futuro senza approfondire questi fattori?

Oggi c’è una comunità sempre più numerosa interessata a misurare gli impatti sociali e ambientali delle nuove tecnologie, fornendo ai decisori nuovi lenti per vedere il futuro e compiere scelte sempre più consapevoli verso la transizione a un nuovo mondo, che va immaginato come luogo in cui il valore investe una dimensione più ampia e profondo di quella del solo profitto.

Anche nel settore delle pubbliche amministrazioni iniziano a svilupparsi progetti che intendono misurare, attraverso modelli di Public Value Governance, il valore pubblico creato dalle amministrazioni incaricate di gestire le risorse del PNRR. La creazione di Valore Pubblico, «ovvero il miglioramento del livello di benessere economico-sociale-ambientale dei destinatari delle politiche e dei servizi pubblici rispetto alle condizioni di partenza», da intendersi come scopo ultimo dell’attuazione delle politiche pubbliche, diviene un imperativo istituzionale in uno scenario globale caratterizzato da problemi complessi.

Conclusioni

Con il PNRR abbiamo l’irripetibile opportunità di compiere un’evoluzione nel modo in cui concepire i processi di investimento, costruire relazioni pubblico-privato, concretizzare trasferimenti di tecnologie e valorizzare la ricerca. La formazione, il trasferimento delle conoscenze e la diffusione delle innovazioni, vincono la sfida tecnologica. Ben venga allora tutto quello che contribuisce a dare un nuovo significato a ciò che la società considera valore, superando l’unica declinazione, quella del profitto finanziario, inseguita dall’utilità individuale dell’uomo economico del secolo scorso.

Occorre insistere nel perseguire una nuova alleanza fra innovazione digitale e sociale: un nuovo patto sociale per la società digitale, che garantisca la sovranità sui dati, standard etici per l’intelligenza artificiale, diritti digitali dei cittadini e delle imprese, diritti dei lavoratori, la parità di genere e gli standard ambientali. Per questo nel PNRR, così come nei fondi legati alla programmazione EU 21-27, devono farsi strada progetti capaci di esprimere sostenibilità e al tempo stesso in grado di esplicitare le intenzioni di impatto atteso. Progetti in grado di orientarsi verso il pensiero strategico di un futuro desiderabile: un ecosistema socio-economico inclusivo, equo e compatibile con quello naturale. Oggi, tale prospettiva, attraverso l’alleanza fra innovazione digitale e sociale, è perseguibile.

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