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Tecnofeudalesimo: perché il futuro rischia di diventare una distopIA



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L’ascesa dell’AI rafforza il potere delle Big Tech, con effetti su lavoro, risorse, geopolitica, regolazione e informazione. Dal DSA all’AI Act, fino ai rischi di fake news e dipendenza tecnologica, il tecnofeudalesimo digitale appare sempre meno una distopia letteraria

Pubblicato il 25 giu 2026



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L’intelligenza artificiale e il potere crescente delle Big Tech stanno trasformando la distopia tecnologica da scenario narrativo a rischio concreto. Tra dipendenza dalle piattaforme, controllo delle infrastrutture digitali e nuove forme di disuguaglianza, il tecnofeudalesimo non è più solo una suggestione fantascientifica, ma una chiave per leggere il presente.

Dal futuro distopico al presente digitale

Sostanzialmente, nel tempo scrittori come William Gibson (autore della Trilogia dello Sprawl), l’autore della saga di giochi da tavolo e videoludica Cyberpunk, Mike Pondsmith, Neal Stephenson (Snowcrash) e lo sceneggiatore Charles Cecil (Beneath/Beyond a Steel Sky) hanno costruito la distopia partendo dai due concetti fortemente avvinti della commistione tra Big Tech, Stato ed Economia e tecnofeudalesimo: una logica affine alla struttura Hegeliana del servo-padrone in cui le Big Tech sono arrivate ad un livello così pervasivo da essere il “vero potere dietro il potere”, magnificando e ingigantendo la figura del Capitano di Industria novecentesco che col controllo dei mezzi di produzione controllava il potere dietro le quinte.

La parola usata spesso nell’intervento a Digeat Festival 2025 e che tornerà come un cattivo da cinecomic quali quelli citati nell’edizione 2026 è tecnofeudalesimo, l’era dell’IperCapitalismo spinto al limite in cui le Big Tech sono il feudo dal quale ogni gleba in cui lavoriamo promana, e nella quale anche il white collar un tempo intonso e lontano dalle sventure del blue collar e del contado è costretto a lavorare quale ospite in servizi a prestito che non controlla e rischia di non padroneggiare.

Con una serie di conseguenze di capitale importanza geopolitica

Conseguenza uno: l’impatto delle AI nel mondo fisico e produttivo

La conseguenza socioeconomica più evidente è che l’ascesa delle AI ha contemporaneamente sovvertito e avverato la Legge di Moore, una delle “leggi non leggi” dell’Informatica più antiche di sempre, quella per cui “La complessità di un microcircuito, misurata ad esempio tramite il numero di transistor per chip, raddoppia ogni 18 mesi (e quadruplica quindi ogni 3 anni)” portando quindi l’informatica di consumo ad un costante sviluppo.

In 54 anni dal 1952 al 1954, come registrato da Bufale.net/Filogico si sono succedute ben nove generazioni di console da videogame e il PC Multimediale e da gaming si è evoluto. Tale progresso si è fermato per alcuni, ma non per tutti: nella Large Scale Era la fame di progresso rende i Server dedicati per le AI sempre più famelici di risorse lasciandone sempre meno per l’utente comune. La decima generazione di console di gioco è ufficialmente rimandata perché, semplicemente, non ci sono abbastanza risorse per tutti. Nella teoria dei giochi si potrebbe dire che non vi è abbastanza per salvare la capra e il cavolo sapendo che vi è il lupo in mezzo, passando dalla distopia al fantasy, si potrebbe osare dire col barbaro cimmero Conan, partorito dalla fantasia di R.E. Howard, che civiltà è anche “morire di fame dinanzi a magazzini pieni di cibo”, ovvero un’imperfetta condivisione di risorse e tecnologia data dalla fame bulimica delle Big Tech che poi produrranno prodotti che il consumatore non può permettersi (ma su questo si tornerà).

Sia pur in modo salace e ironico, alcuni influencer e riparatori indipendenti cominciano ad evidenziare come la scarsità di RAM e componentistica sul mercato rende impossibile avere nuove “build” (banalmente, assemblare nuovi computer) se non con parti già desuete (usando le RAM di tipo DDR4 in luogo delle DDR5 se non adattatori per i moduli SODIMM da laptop nei computer desktop), impossibili acquistare nuove console di gioco (esaurite al lancio per scarsità) e apre alla possibilità di passare dal modello SaaS (Software as a Service) al modello HaaS, ovvero arrivare a noleggiare laptop per l’uso quotidiano perché, come per il settore automotive, ci si avvicina al momento in cui si arriverà al leasing semipermanente in luogo della proprietà o alla rivalutazione dell’usato.

Tornando alla premessa del testo, nel genere distopico il Digital Divide diventato disparità sociale è parte del gioco e della premessa: per una Night City dove i Corpos (i “Corporativi”, coloro così fortunati da avere un lavoro nei settori influenti della società come le Big Tech) possono permettersi il miglior cromo, ovvero il miglior hardware, la migliore scienza medica e protesica e la migliore tecnologia per loro vite, esiste una Chiba, un sobborgo per i nuovi sottoproletari informatici che abbisognano di tecnologia per vivere e sopravvivere ma non potendosi permettere il modello che oggi chiameremmo HaaS devono contentarsi del Cyberdeck, ovvero del mercato (presente anche nel mondo attuale) fatto di ricondizionati, tecnologia desueta scartata dalle Big Tech e ripulita per uso civile e, come nel mondo attuale, di allungare la vita del loro hardware il più possibile acquistando strumenti di lavoro già desueti perché il meglio spetta a chi poi dovrà cercare di rivenderlo loro.

Di distopia in distopia, il Project Panama si è rivelato essere un distopico fantasma di opere come Farenhneit 451: se nel web 1.0 e 2.0 l’opera di Marion Stokes e dell’Internet Archive avevano realizzato il sogno di preservare in una capsula del tempo virtuale opere del mondo materiale come libri e videoregistrazioni, il progetto Panama prevede l’acquisizione massiccia di testi da sottoporre a “scansione distruttiva” (in breve, tagliarne la rilegatura in pezzi, scansionare le singole pagine e mandare al macero la materia rimasta) in modo da migliorare le capacità linguistiche dei modelli, violando così l’ultimo taboo del bibliofilo. La Rete del “Mondo delle AI” non è più un guardiano di conoscenza, ma qualcosa che di essa si nutre anche aggressivamente.

Questo per non parlare dell’incarnazione ultima (almeno in senso temporale, nulla è ancora detto per il futuro) di questa distopia: interi nuclei abitativi e turistici sul lago Tahoe che, nei giorni in cui questo testo viene redatto, denunciano di ritrovarsi dall’oggi al domani in preda ad una forte crisi energetica perché gli usuali fornitori hanno deciso di dare priorità ai Data Center rispetto al settore turistico ed abitativo, rinforzando il concetto di una piramide sociale dove le Big Tech occupano i gradini più alti.

Il che ci porta rapidamente alla seconda conseguenza

Conseguenza due: la geopolitica dell’AI e delle Big Tech

Sam Altman, CEO di OpenAI ha recentemente ricordato al mondo come la sua creazione possa diventare un vero e proprio “anello del potere” in grado di ridisegnare gli equilibri della geopolitica.

E si è visto come il resto del mondo consideri la geopolitica delle Big Tech più che una opportunità una minaccia con cui scendere a patti. Sulle pagine di Agenda Digitale lo scrivente due anni va vi ricordava i tentativi di nazioni come Francia e persino l’Italia di munirsi di alternative a sistemi di messaggeria come WhatsApp, ormai pervicaci a tutti i livelli del settore.

Tra la diffusione delle AI e dei SaaS, ci si avvicina al rischio che, in caso di conflitto ibrido (non militare, ma geopolitico), un cambio delle alleanze possa portare le nazioni che detengono determinati servizi (come le AI, ma non solo le AI) a ordinare di chiudere i rubinetti infliggendo un grave danno a nazioni rivali.

Il timore di un “blocco digitale” verso soggetti considerati sgraditi, come è avvenuto con le sanzioni statunitensi nei confronti del procuratore Karim Khan che hanno portato alla limitazione nell’uso dello stesso, nel suo ruolo istituzionale nelle ICC dei servizi Microsoft ha riaperto la possibilità che la tecnologia che pervade le vite e le esistenze del pubblico possa celare un autentico kill switch, un bottone della morte che possa privare determinati soggetti di alcune facoltà 2.0. E non si tratta di facoltà di poco conto: ad oggi alla Relatrice Speciale ONU per i Territori Palestinesi, Francesca Albanese ha avuto per mesi l’uso di servizi bancari inibito in quanto iscritta nella Sdn List dell’Ofac, e la situazione si è temporaneamente sbloccata in suo favore proprio durante la stesura di questo testo, quasi un anno dopo e previo un intervento giurisprudenziale, cui è seguito il recente ripristino dopo intervento dell’Amministrazione Trump, a conferma delle magmatiche intersezioni e conseguenze del caso.

Il mondo ha avuto, a cagione di un errore tecnico, un’anteprima di cosa significa il mondo senza un pezzo di Big Tech: un bug in Crowdstrike, principale programma di sicurezza usato nelle installazioni Cloud dei servizi Microsoft, ha messo in ginocchio interi settori dell’economia, dei trasporti, della sanità e della vita pubblica mondiali in un folle luglio del 2024. Abbastanza perché, col tempo che passa e la tecnologia che si innesta sempre più profondamente nelle nostre vite, ci possa legittimamente chiedere, e con un certo orrore e guardando nell’Abisso sperando che non renda lo sguardo, cosa potrebbe accadere se tale blocco non accadesse per errore, ma per la scelta deliberata di spingere un sassolino su un piano inclinato e assistere al disastro che provocherà.

E se si è visto come uno dei capisaldi della distopia, la Chiba-ghetto tecnologico per il consumatore finale si è già avverata, anche lo scontro tra centri di interesse e influenza politica diventato battaglia di brevetti e tecnologie si è avverato con la cinese Alibaba che lancia il guanto di sfida ad nVidia lanciando la GPU per AI Zhenwu M890, sancendo una nuova corsa alle armi tecnologica col prestigio e il potere economico, politico e sociale come obiettivo finale.

Le avvisaglie di una fortissima saldatura tra AI, Big Tech e geopolitica si sono del resto già viste, e questo sarà oggetto di discussione al prossimo Digeat Festival, portandoci al terzo punto di questa esposizione.

Riguardo la seconda conseguenza: la battaglia tra DSA e “The Foreign Censorship Threat”

Da un lato vi è il Digital Service Act, ovvero il DSA, che coinvolge le c.d. VLOPS (“Piattaforme online molto grandi”) e i VLOSE (“Grandi Motori di Ricerca”, per comprendere si parla di social, motori di ricerca e piattaforme di eCommerce) imponendo loro una lunga serie di obblighi di trasparenza e l’AI Act, regolamento (UE) 2024/1689 che punta invece a regolamentare l’uso delle AI, forse ottimisticamente ma recependo, oggettivamente, l’esistenza di un problema sistemico.

Dall’altro c’è “The Foreign Censorship Threat”, testo di duecento pagine della Casa Bianca che entra nel dibattito seguendo le sanzioni irrogate ad X in base al DSA stesso a cagione della grafica ingannevole del suo “segno di spunta blu”, la mancanza di trasparenza del suo archivio pubblicitario e il mancato accesso ai dati pubblici per i ricercatori, il tutto in una situazione dove il matrimonio sacrilego di X e Grok, il sistema in-house di Intelligenza artificiale integrato con Flux per la generazione di video e immagini, consente la proliferazione di video deepfake (problema riconosciuto anche dal Garante Privacy Italiano) e il loro riscontrato uso nella proliferazione delle fake news, altro tema caro ad Agenda Digitale come a Digeat ed al Digeat Festival, dove, sostanzialmente, l’atto stesso di regolare VLOSE e VLOPS viene descritto come un tentativo di censura straniera.

Testo che cita eventi nei quali l’accresciuta viralità di contenuti in grado di manipolare il pensiero e spostare l’opinione, come i moti di Southport e le aggressive campagne omotransfobiche durante le elezioni in Slovacchia del 2023 diventano Fake News.

Se fino ad oggi si poteva vivere nell’illusione che AI, VLOPS e VLOSE fossero strumenti commerciali, e come tali regolati dall’invisibile mano del mercato, in questo momento storico bisogna scendere a patti col fatto che le Big Tech generano non solo sufficiente ricchezza, ma sufficiente utilità perché i loro prodotti diventino oggetto di scontro aperto e politico, prendendo un’altra pagina dalla sci-fi distopica: otto mesi di Elon Musk, magnate della Big Tech, chiamato ad “efficentare” l’amministrazione USA avrebbero già dovuto essere un segnale del fatto che di fatto il mogul delle Big Tech ha sostituito non solo nell’immaginario collettivo, ma nell’effettività pratica la figura del Capitano di Industria e il potere fornito da un oligopolio di fatto in cui pochi attori producono servizi immateriali che diventano il nuovo oggetto del desiderio ed i cui effetti possono influenzare campagne elettorali, dirottare menti e interferire col processo politico stesso conferisce loro un potere immenso.

Le AI sono entrate nella politica con una forza pervasiva tale da avere una intera pagina Wikipedia dedicata al loro uso in campagna elettorale e post-elettorale, perlopiù dalla stessa amministrazione che ha generato il FCT in risposta a DSA ed AI Act, col conflitto Iran-USA che ormai ha aggiunto alla dimensione fisica la dimensione di guerra del meme AI Powered.

Il che ci consente ora di passare alla conseguenza tre

Conseguenza tre: non c’è fuga dal falso ricordo

I Bad Actors sono sempre esistiti, e la storia delle fake news corre parallela alla storia delle notizie stesse: sono ormai passati secoli, anzi quasi 2500 anni da quando l’emerodromo Fidippide fu mandato da Atene a Sparta perché era l’unico modo possibile e sensato di avere informazioni accurate e trasmettere richieste di aiuto relative alla Battaglia di Maratona, ma l’uso non regolato delle AI, che AI Act si propone di affrontare agendo sull’uso degli strumenti di Intelligenza Artificiale stessa qualificandoli e classificandoli in base al rischio e il DSA si propone di affrontare colpendo VLOSE e VLOPS che vedono tali strumenti associarsi ad algoritmi e Dark Patterns per creare quello che in un testo di prossima stesura propedeutico al Digeat Festival sarà definito nella sua forte portata ingannatoria pone un nuovo problema.

Col progresso tecnologico delle AI, che si ricorda dal punto uno di questa esposizione può continuare ed essere esponenziale, con novità ormai semestrali se non ad intervalli inferiori mentre lo sviluppo per l’utente finale subisce una battuta di arresto dettata da ragioni tecniche, diventa sempre più difficile distinguere la fake news dalla notizia reale, con enti di Fact Checking costretti a rilevare l’esistenza di Fake News “secondarie”. Esempio della tipologia è la storia di Salim Asfour, vittima del conflitto di Gaza che secondo Gemini AI diventa l’indiano Angur Dolui, o personaggi come Jessica Foster, affascinante quanto inesistente soldatessa il cui scopo è attirare click, sottoscrizioni ad OnlyFans e guadagni sfruttando il sentimento politico misto ad operazioni poco pie.

Problema da non prendersi sottogamba: in un ouroboros di menzogne è ormai acclarato come gli aggregatori di notizie e i motori di ricerca sono ormai costretti di fatto a lavorare con dataset fortemente contaminati e per quanto Google si sia attivata con strumenti come SynthID per imprimere ai contenuti video una filigrana invisibile, diverse applicazioni rendono impossibile l’uso degli strumenti AI per identificare falsificazioni a mezzo AI.

Una ulteriore conseguenza della contaminazione dei dataset porta ad una forte commistione tra i “media di Stato” e le Big Tech: un recente studio pubblicato su Nature il 13 Maggio dimostra che come le Big Tech hanno ormai influenza sull’ambiente sociale e geopolitico mondiale, una presenza forte dello Stato nei media porta a notizie prive di imparzialità che compaiono frequentemente nei dataset dei LLM (Large Language Models) diventando dato e informazione, di talché “Una volta che i contenuti prodotti dai media di Stato sono presenti nei dati di addestramento, il modello può ripulirli in modo che appaiano e suonino come informazioni neutre e oggettive” (Brandon Steward, Professore associato di Sociologia all’Università di Princeton) in una metanarrazione in cui AI e informazione si influenzano a vicenda, col prodotto delle AI che rigurgita “nobilitando” contenuti di parte sicché essi sembrino imparziali e al di sopra delle parti e del sospetto e l’informazione come la controinformazione che si nutrono di contenuti sovente adulterati a mezzo AI.

La mente umana fatica a tenere il passo con l’evoluzione magmatica dello strumento, la mente digitale manca il bersaglio arrivando ad identificare come indubitabilmente AI prodotti dell’ingegno umano come la Bibbia e la Costituzione della Repubblica Italiana, statisticamente regolari nella composizione, algidamente ieratici e fonte primaria di infinite citazioni secondarie, portando la locuzione “Grok, dimmi se è vera la notizia contenuta in questo post” ad essere il prologo di un moderno horror distopico dove l’utente finale ambula in una nebbia di sensi alterati e dove i LLM diventano “schermo” che occulta agli occhi del lettore le fonti nobilitando il parziale con una falsa effigie di imparzialità robotica.

Conseguenza quattro: dal controllo del controllore al controllo del tutto

Abbiamo quindi nuove possibilità per i Bad Actor di controllare la percezione stessa del mondo, ed abbiamo possibilità per i “Good Actor” di avere un grande potere che, citando una frase che secondo lo Spider-Man fumettistico è stata impartita all’eroe dalle esperienze passate con l’amato zio Ben “diventa una grande responsabilità”.

Ma citando un altro villain poi diventato eroe di una nota serie streaming, l’invasore diventato eroe e padre di eroi Omni-Man nella serie Invincible “Il potere non corrompe: semmai sostiene”.

L’uso massiccio delle AI è stato un gamechanger che consente ad interi settori di lavorare meno con costi inferiori: ma se la Luna di miele finisce, e chi controlla il nuovo strumento di lavoro ne controlla anche i prezzi, arriviamo al risultato finale.

Quando i prodotti basati su AI salgono di prezzo, e lo stanno facendo, lo fa l’intero indotto. Lo scenario di cui al punto uno si completa e si arriva al mezzo di produzione come servizio. Qualcosa di antico e moderno assieme, da cui la parola Tecnofeudalesimo che in sé unisce l’antico e il moderno, la modernità della tecnologia stessa e l’antichità di una gleba in cui anche il white collar si ritrova intrappolato dalla compagnia ad usare strumenti che non possiede veramente, con uno sviluppo tecnologico che tracima in costi e dipendenza.

Una probabile soluzione?

Forse la soluzione deriva da un altro tipo di fantascienza distopica, la distopia che Alejandro Jodorowski, drammaturgo e regista francese-cileno, disegnò ricreando il tecnofobico universo di Dune in modo più umano e “psicomagico”, ovvero usando la forza della ritualità per spezzare l’ovvietà. L’aleatoria magia, la fredda scienza e l’asettico diritto non dovrebbero mai incontrarsi, ma lo potrebbero fare in una frase contenuta in Le Armi del Metabarone in cui “Senza Nome”, cosmico Cavaliere di Ventura, ricorda ai suoi servitori robot come “Unire l’anima alla meccanica sia sempre una cosa giusta”, giustificando un mondo in cui la scienza più evoluta e lo spiritualismo più profondo convivono assieme e se la sua mente è armata di fede e disciplina il suo braccio impugna i più potenti ritrovati della scienza.

AI Act e DSA vanno nella direzione giusta, ponendo argini umani agli strumenti in prima battuta, all’uso in seconda che essi vivono nelle Big Tech. Conoscere diventa il mezzo per dominare la tecnologia, senza esserne dominati, e le storture dianzi evidenziate non siano uno sterile cahier de doleances ma uno strumento perché la fusione di anima e meccanica si avveri col collante della razionalità.

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