PIANO BUONA SCUOLA

Un terremoto digitale scuote la Scuola Italiana: che cosa ci aspetta?

Possiamo affermare di essere di fronte al primo intervento organico, meditato e approfondito su questo tema dal 1998. Il Piano Nazionale Scuola digitale è una grande occasione per traghettare la scuola italiana nel mondo della didattica digitalmente aumentata. Ecco perché

30 Ott 2015
Paolo Ferri

Professore Ordinario di Tecnologie della formazione, Università degli Studi Milano-Bicocca

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Che La buona scuola, con tutti suoi limiti e le sue mediazioni, fosse un passo avanti di grande rilevanza per adeguare e innovare il nostro sistema formativo, lo avevamo intuito, e spiegato in un articolo su Agenda digitale a luglio, nel corso del tormentato iter parlamentare del provvedimento. Ora, gli effetti de La buona scuola si vanno dispiegando e precisando, e con il Piano Nazionale Scuola digitale, reso pubblico il 27 ottobre, possiamo affermare di essere di fronte al primo intervento organico, meditato e approfondito su questo tema dal 1998. Cioè dal Piano di Sviluppo delle Tecnologie Didattiche (PSTD) dell’allora Ministro dell’Istruzione Luigi Berlinguer. Si tratta, infatti, da allora, del primo documento ufficiale (138 pagine, ben scritte e strutturate) del MIUR che prova dare unitarietà e un nuovo indirizzo politico alle azioni che in questi ultimi 20 anni sono state intraprese, in maniera spesso poco coordinata, da MIUR, INDIRE, USR e istanze scolastiche territoriali locali.

L’idea forte del Piano: la tecnologia al servizio degli apprendimenti

Il PNSD, infatti, non solo mette a disposizione risorse per oltre un miliardo di euro (in un quinquennio) per la Scuola digitale, ma lo fa con un indirizzo politico preciso: l’idea che il digitale a scuola sia necessarissimo ma, non sia, in sé, il “digitale” a migliorare la scuola. La tecnologia può essere un potentissimo abilitatore dell’innovazione formativa e organizzativa, oltre che del miglioramento degli apprendimenti, se messa al servizio di pratiche didattiche innovative e metodologicamente fondate. Solo in questo modo docenti e studenti potranno godere a pieno del grande vantaggio competitivo che possono garantire aule e scuole “aumentate” da Internet e dai device tecnologici. Tutto questo nella convinzione, ampiamente condivisibile, che nessuna innovazione educativa “può prescindere da un’interazione intensiva docente/discente” sia in presenza sia abilitata dalle tecnologie. L’OCSE lo ha ricordato recentemente nel suo report Students, Computers and Learning. Making the Connection: solo un’organica trasformazione della didattica e della relazione educativa in un ambiente “aumentato dalla tecnologia” può davvero fare la differenza rispetto agli apprendimenti degli studenti.

L’articolazione del piano

Il Piano Nazionale scuola digitale, perciò, è un passo molto importante per rispondere all’esigenza di costruire una nuova visione della formazione istituzionale nell’era digitale, attraverso un processo che agganci anche la Scuola italiana alle sfide che tutta la società italiana affronta nell’interpretare la “rivoluzione digitale permanente” in atto. Il Piano consiste di 35 interventi, che vengono riassunti nella figura qui sotto, e che sono organizzati in 3 macro aree: a. Strumenti, b. Competenze e contenuti, c. Formazione e accompagnamento, che affrontano in maniera esaustiva e molto approfondita i “temi caldi” della transizione al digitale della Scuola: 1. Accesso, 2. Identità digitale, 3. Amministrazione digitale, 4. Competenze degli studenti, 5. Digitale imprenditorialità e lavoro, 6. Contenuti, 7. Formazione del personale, 8. Accompagnamento.

Figura 1. I 35 punti di intervento del Piano Nazionale Scuola digitale

L’Investimento sulla formazione delle persone

Il piano è immediatamente operativo e prevede uno stanziamento di 600 milioni sulle infrastrutture e 400 sulle nuove competenze, la formazione del personale, il monitoraggio e le misure di accompagnamento. Anche in questo sta la novità di questo intervento normativo. Gli stanziamenti dedicati alle persone: ai soggetti che operano nella scuola, studenti, insegnanti (ma anche dirigenti e personale ATA), ammontano al 40% del totale. Ciò si concretizza in misure che tendono a promuovere la diffusione massiccia di forme innovative di didattica “aumentata dalle tecnologie”: la didattica laboratoriale, le “metodologie attive” di impronta costruttivista, le competenze di new media education e il coding. Metodologie che possano favorire la comprensione critica delle tecnologie digitali e l’obiettivo strategico di rendere “creatori” e non solo “fruitori digitali” gli studenti e gli insegnanti.

l BYOD: porta il tuo device da casa

Inoltre e, anche questo è un’innovazione rilevante, l’investimento in infrastrutture hardware viene radicalmente ridimensionato attraverso la metodologia del Bring Your Own Device.

La dotazione tecnologica e infrastrutturale, prevista da Piano, è cioè leggera, e sono previsti grandi investimenti in infrastrutture solo per ciò che riguarda la banda larga e ultra-larga. Si predispongono, infatti, opportuni interventi normativi che permettano alla scuola di aprirsi, sempre di più, all’utilizzo di dispositivi elettronici personali degli studenti, integrabili all’interno dell’infrastruttura digitale del sistema scolastico.

Nuovi spazi per l’apprendimento

Le risorse risparmiate dall’acquisto di hardware sono dedicate, oltre che agli investimenti in formazione metodologica, agli spazi fisici della scuola. L’intento è di promuovere una transizione “sostenibile”, che progressivamente trasformi anche gli spazi fisici delle nostre scuole. Dalle aule tradizionali a nuovi spazi, formali e informali per l’apprendimento (Ferri, P. Scuola “aumentata”, tre eccellenze europee per una nuova didattica). Centoquaranta milioni di euro sono, infatti, dedicati a realizzare ambienti per la didattica digitale integrata: aule “aumentate”, spazi informali, laboratori mobili e biblioteche digitali. Così come sono stanziati ottanta milioni di euro per “atelier creativi e laboratori per le competenze chiave”.

I contenuti digitali e le piattaforme per la didattica

Una scuola di questo tipo, fondata su una digitalizzazione leggera, e un grande investimento sulla formazione così come sull’apprendimento attivo, non solo richiede spazi nuovi ma anche nuovi contenuti digitali che siano funzionali alle nuove modalità di apprendere. Anche su questo tema il PNSD è davvero innovativo e rappresenta un punto di non ritorno rispetto al passato. Per la prima volta, gli editori e i produttori di contenuti educational sono richiamati alla necessità cogente di rispettare “specifiche linee guida relative all’utilizzo” degli ambienti virtuali di apprendimento e delle piattaforme digitali per la didattica. In particolare saranno definiti “standard minimi relativi ai principi di interoperabilità, apertura, sicurezza, efficienza e affidabilità” dei contenuti digitali.

Conclusioni

Nello specchietto qua sotto troviamo un quadro completo delle risorse investite nel piano. Il totale, esclusi i fondi per l’alternanza scuola lavoro, ammonta come dicevamo a più di un miliardo di euro. Sono poste di bilancio reali e non promesse. Si tratta del maggiore investimento nella digitalizzazione della scuola italiana da vent’anni. Forse è davvero la “volta buona” per implementare e dar corpo ad una “via italiana” alla Scuola digitale.

A conclusione di questa rassegna degli interventi previsti nel PNSD, mi piace riprendere una citazione di Luigi Berliguer che commentava l’articolato de La Buona Scuola “La scuola italiana– affermava Berliguer – ha bisogno di terremoti, non di cesello”. Ci auguriamo davvero che il PNSD possa costituire per la Scuola italiana un salutare “terremoto di innovazione”. Un terremoto che liberi, sprigioni, e metta a sistema le tante “buone pratiche” che la professionalità e la competenze dei molti insegnati e dirigenti “innovatori” hanno espresso in questi anni con dedizione e sacrificio. Buone pratiche che per troppo tempo non hanno trovato adeguato riconoscimento e valorizzazione.

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