Nel processo di trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione italiana, l’identità digitale non è più un semplice strumento di autenticazione, ma rappresenta il vero punto di accesso giuridico e operativo ai servizi pubblici, inclusi quelli fiscali. Questo passaggio si inserisce nel principio del “digital by default” e nella progressiva attuazione del CAD, che identifica nelle identità digitali il perno dell’interazione tra cittadino e PA.
Il riferimento principale, a livello nazionale, è il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), che all’art. 64 disciplina i sistemi di accesso ai servizi in rete della PA, prevedendo l’utilizzo di strumenti di identificazione digitale quali SPID, CIE e CNS. In questo quadro, l’identità digitale diventa una condizione necessaria per esercitare diritti e adempiere agli obblighi, in linea con il principio del “digital first” che permea l’intera azione amministrativa.
Indice degli argomenti
CIE per accesso ai servizi fiscali e identità digitale pubblica
È proprio in questo contesto che la Carta d’Identità Elettronica (CIE) assume un ruolo sempre più centrale. Introdotta e disciplinata, tra gli altri, dal Decreto del Ministero dell’Interno del 23 dicembre 2015, la CIE nasce come documento di identificazione personale, ma si evolve rapidamente in uno strumento di identità digitale a pieno titolo, grazie all’integrazione di un microchip contactless e alla possibilità di utilizzarla per accedere ai servizi online.
La rilevanza della CIE si rafforza ulteriormente se si considera il quadro europeo. Il Regolamento (UE) n. 910/2014 (eIDAS) è attualmente oggetto di revisione (eIDAS 2), con l’implementazione in corso tramite atti esecutivi e architetture tecniche non ancora pienamente operative. Il regolamento eIDAS ha introdotto un sistema armonizzato per l’identificazione elettronica e i servizi fiduciari, riconoscendo valore legale alle identità digitali notificate dagli Stati membri. Con la recente evoluzione verso eIDAS 2, l’Unione europea sta costruendo un ecosistema basato su wallet di identità digitale interoperabili, in cui le identità pubbliche certificate, come la CIE, svolgono un ruolo primario.
In questo scenario, la CIE è idonea a raggiungere livelli elevati di garanzia (fino al livello “high” eIDAS), in funzione dello schema notificato dallo Stato membro.
Il modello CIE rispetto allo SPID
Accanto allo SPID, la CIE introduce quindi un modello profondamente diverso.
Se lo SPID si basa su un sistema federato di identity provider privati accreditati, la CIE si colloca in una logica di identità pubblica, direttamente emessa dallo Stato, con un grado di dipendenza minore da soggetti terzi e una maggiore coerenza con le architetture europee emergenti.
Rispetto allo SPID, la CIE rappresenta un modello di identità pubblica.
Più precisamente, la CIE riduce la dipendenza dagli identity provider privati, pur restando inserita in un ecosistema tecnologico articolato.
L’accesso ai servizi tramite CIE avviene senza identity provider privati intermedi, bensì tramite infrastrutture pubbliche e applicazioni dedicate (es. CIE ID).
La tecnologia NFC rappresenta un canale di comunicazione sicuro e non un fattore di autenticazione autonomo, che resta basato sul possesso e sulla conoscenza.
Questa differenza non è solo tecnica, ma anche giuridica e strategica.
La CIE:
- rafforza il principio di sovranità dell’identità digitale
- riduce i rischi legati alla frammentazione degli operatori
- si integra più facilmente con i futuri sistemi europei di identità e attributi certificati
Dal punto di vista dei servizi fiscali, ciò si traduce in un effetto concreto: l’accesso ai servizi dell’Agenzia delle Entrate tramite CIE non è più semplicemente una modalità alternativa, ma rappresenta un tassello fondamentale di un sistema in cui identità, dato fiscale e processo amministrativo tendono a convergere.
In prospettiva, questo passaggio segna l’evoluzione da un modello basato su credenziali e autenticazioni isolate a un ecosistema in cui il cittadino è titolare di un’identità digitale forte, certificata e riutilizzabile, capace di abilitare non solo l’accesso ai servizi, ma anche la circolazione sicura dei dati tra le amministrazioni e, progressivamente, tra gli Stati membri.
La CIE come strumento di accesso: non solo documento, ma identità digitale
La Carta d’Identità Elettronica (CIE), rilasciata dal Ministero dell’Interno e disciplinata dal Decreto del Ministero dell’Interno 23 dicembre 2015, integra un microchip contactless conforme agli standard internazionali ICAO e alle specifiche europee in materia di documenti di identità. Questo elemento tecnologico non ha una funzione meramente accessoria, ma rappresenta il presupposto per l’utilizzo della CIE come strumento di autenticazione forte nei servizi digitali della Pubblica Amministrazione.
Il quadro normativo di riferimento si completa con il Codice dell’Amministrazione Digitale, che all’art. 64 riconosce la CIE come uno degli strumenti di identificazione per l’accesso ai servizi online, e con il eIDAS, che definisce i livelli di garanzia (levels of assurance) dei sistemi di identificazione elettronica. In tale contesto, la CIE si colloca a un elevato livello di affidabilità, proprio grazie alla combinazione di elementi fisici e logici.
A differenza dei sistemi basati esclusivamente su credenziali (username e password), la CIE introduce un fattore materiale, rappresentato dal possesso della carta, che rende il processo di autenticazione significativamente più robusto. Non si tratta soltanto di “sapere qualcosa” (come una password), ma anche di “possedere qualcosa” (il documento fisico) e di dimostrare tale possesso attraverso un’interazione diretta con il dispositivo.
Possesso, PIN e NFC nell’autenticazione con CIE
Dal punto di vista operativo, l’accesso ai servizi fiscali – ad esempio quelli dell’Agenzia delle Entrate – avviene attraverso una combinazione di tre elementi, che riflettono un modello di autenticazione multifattoriale:
- il primo elemento è il possesso del documento, ossia la disponibilità fisica della CIE. Questo requisito introduce una barriera naturale contro utilizzi fraudolenti, in quanto l’identità digitale non è dissociabile dal supporto materiale;
- il secondo elemento è la conoscenza del PIN, previsto dal sistema CIE e consegnato in due parti al momento dell’emissione. Il PIN rappresenta il fattore “conoscitivo” che abilita l’uso del documento e consente di attivare il processo di autenticazione;
- il terzo elemento è l’interazione fisica tramite tecnologia NFC, che consente la lettura del chip e la verifica dell’identità attraverso un canale sicuro. Questo passaggio introduce un ulteriore livello di controllo, rendendo l’autenticazione non solo logica, ma anche fisicamente verificabile.
Questo modello, nella sua combinazione, realizza una forma di autenticazione forte a più fattori (multi-factor authentication) che anticipa in modo coerente le evoluzioni normative europee. In particolare, il nuovo eIDAS 2 prevede la diffusione di wallet europei di identità digitale, basati su credenziali verificabili e su meccanismi di sicurezza avanzati, in cui il controllo diretto dell’utente sui propri dati e sulla propria identità rappresenta un elemento centrale.
In questa prospettiva, la CIE può essere considerata una prima concreta implementazione di tali principi, già operativa nel contesto nazionale. Non solo uno strumento di accesso, quindi, ma un tassello di un’architettura più ampia, in cui identità digitale, sicurezza e interoperabilità convergono verso un modello europeo unitario.
L’accesso ai servizi fiscali: cosa cambia concretamente per il cittadino
L’utilizzo della CIE consente l’accesso diretto all’area riservata dell’Agenzia delle Entrate, senza necessità di credenziali aggiuntive né di intermediari tecnologici esterni. Questo aspetto, apparentemente operativo, ha in realtà una forte rilevanza giuridica e sistemica.
Il quadro normativo di riferimento è, ancora una volta, il Codice dell’Amministrazione Digitale, che all’art. 64 prevede l’utilizzo di identità digitali certificate per l’accesso ai servizi in rete della PA, e si integra con l’art. 3-bis, che riconosce il diritto dei cittadini e delle imprese all’uso delle tecnologie nei rapporti con la Pubblica Amministrazione. In ambito fiscale, questo principio trova attuazione concreta nelle disposizioni del Decreto Legislativo 175/2014, che ha introdotto la dichiarazione precompilata, e nell’evoluzione delle piattaforme digitali dell’amministrazione finanziaria.
In questo contesto, emerge un primo elemento di riflessione: l’identità digitale non è più uno strumento opzionale, ma diventa il presupposto necessario per esercitare diritti (ad esempio accedere ai propri dati fiscali) e adempiere obblighi (ad esempio presentare dichiarazioni o monitorare la propria posizione tributaria). La progressiva digitalizzazione dei servizi fiscali, rafforzata anche dalle strategie europee in materia di digital reporting e interoperabilità dei dati, rende di fatto imprescindibile l’utilizzo di strumenti come la CIE.
Un esempio pratico: la dichiarazione precompilata
Si consideri il caso, ormai sempre più diffuso, della dichiarazione dei redditi precompilata. Un contribuente che intenda accedere al servizio può collegarsi al portale dell’Agenzia delle Entrate e selezionare l’autenticazione tramite CIE. Il processo richiede l’uso dell’app dedicata e l’inserimento del PIN, con la conseguente lettura del chip tramite NFC.
Una volta autenticato, il contribuente si trova in un ambiente digitale che non è più soltanto consultivo, ma anche operativo e decisionale. Può infatti:
- verificare i dati reddituali già acquisiti dall’amministrazione
- controllare le informazioni relative a spese sanitarie, interessi passivi, oneri detraibili
- integrare o modificare i dati
- procedere all’invio della dichiarazione
Il punto centrale è che l’intero processo si svolge senza intermediazione, con un elevato livello di sicurezza e un pieno controllo da parte del contribuente. In termini sistemici, ciò rappresenta un passaggio da un modello basato sull’intermediazione professionale a un modello in cui il cittadino può operare direttamente, pur mantenendo la possibilità di delega.
Un secondo esempio: la consultazione del cassetto fiscale
Un’analoga trasformazione si osserva nella consultazione del cassetto fiscale. Tramite l’accesso con CIE, un cittadino o un piccolo imprenditore può accedere alla propria area riservata e disporre di una visione aggiornata e integrata della propria posizione fiscale.
In concreto, ciò consente di:
- monitorare i versamenti effettuati tramite modello F24
- verificare eventuali comunicazioni o avvisi dell’amministrazione
- controllare la propria posizione IVA, incluse dichiarazioni e liquidazioni
In questo caso, la CIE non è soltanto uno strumento di accesso, ma diventa un abilitatore del governo dei dati fiscali. Il contribuente non si limita più a reagire a richieste o notifiche, ma può adottare un approccio proattivo, basato sulla conoscenza e sul controllo delle informazioni.
Questa evoluzione è coerente anche con le direttrici europee, in particolare con eIDAS 2, che promuove modelli in cui l’utente è titolare e gestore dei propri dati, e con le iniziative in ambito fiscale che puntano alla precompilazione avanzata e all’automazione degli adempimenti.
In definitiva, l’accesso ai servizi fiscali tramite CIE segna il passaggio da una logica di autenticazione a una più ampia di interazione digitale consapevole, in cui identità, dati e processi amministrativi convergono in un unico ecosistema.
Requisiti e attivazione: un passaggio spesso sottovalutato
L’adozione della CIE richiede un passaggio iniziale che, nella pratica, rappresenta uno dei principali punti di frizione: l’attivazione.
Per utilizzare la CIE è necessario disporre del PIN completo (8 cifre) e installare l’app CIE ID su uno smartphone dotato di tecnologia NFC.
Il processo, in sé, è lineare ma non sempre intuitivo per tutti gli utenti. Richiede:
- una prima registrazione della carta
- l’associazione al dispositivo
- la capacità di utilizzare correttamente la lettura NFC
Un caso reale ricorrente
Molti utenti riscontrano difficoltà a leggere la carta. Non si tratta di un problema tecnico complesso, ma spesso di un aspetto pratico:
- il chip della CIE non è sempre posizionato al centro, e la lettura richiede qualche tentativo.
Questo elemento, apparentemente banale, ha un impatto diretto sull’esperienza utente e rappresenta uno dei punti su cui si gioca concretamente la diffusione della CIE.
CIE e SPID: due modelli a confronto
Nel dibattito attuale, la CIE è spesso confrontata con lo SPID. In realtà, più che alternativi, i due strumenti riflettono due modelli diversi di identità digitale.
Lo SPID si basa su un ecosistema di provider privati accreditati, mentre la CIE è una soluzione pubblica, emessa direttamente dallo Stato.
Implicazioni operative
Per il cittadino medio:
- lo SPID è generalmente più semplice da usare nel quotidiano
- la CIE è percepita come più sicura, ma meno immediata
Tuttavia, nel medio periodo, la direzione europea sembra chiara: rafforzare le identità pubbliche certificate, riducendo la frammentazione.
In questo senso, la CIE potrebbe assumere un ruolo sempre più centrale.
Profili di utilizzo: quando la CIE diventa davvero strategica
L’utilizzo della CIE non è uniforme tra tutti i cittadini. Vi sono contesti in cui il suo valore emerge più chiaramente.
Si pensi, ad esempio:
- a chi gestisce dati fiscali sensibili
- a professionisti che accedono frequentemente ai portali della PA
- a utenti che operano in contesti cross-border
- In questi casi, la CIE offre:
- maggiore controllo sull’identità
- minore dipendenza da soggetti terzi
- coerenza con i futuri sistemi europei
Uno sguardo in avanti: verso il wallet europeo
L’evoluzione normativa in corso a livello europeo, in particolare con l’eIDAS 2, segna un passaggio strutturale nel modo in cui l’identità digitale viene concepita, gestita e utilizzata. La revisione del quadro introdotto dall’eIDAS non si limita ad aggiornare gli strumenti esistenti, ma introduce un vero e proprio ecosistema europeo di identità digitale, fondato sul cosiddetto European Digital Identity Wallet (EUDI Wallet).
L’European Digital Identity Wallet (EUDI Wallet) sarà introdotto progressivamente dagli Stati membri e consentirà la gestione di identità e attributi certificati in un ambiente interoperabile europeo-
Questo portafoglio digitale, che gli Stati membri saranno chiamati a rendere disponibile ai cittadini e alle imprese, consentirà di:
- conservare credenziali di identità e attributi qualificati (es. dati anagrafici, titoli di studio, certificazioni);
- utilizzarli per autenticarsi presso servizi pubblici e privati;
- condividerli in modo selettivo e tracciabile, sotto il controllo diretto dell’utente.
Il ruolo della CIE nel wallet europeo
In tale contesto, la Carta d’Identità Elettronica (CIE) si candida a svolgere un ruolo fondamentale. In quanto identità digitale pubblica, emessa dallo Stato e già conforme a elevati livelli di garanzia, la CIE rappresenta una delle principali fonti di identità che potranno alimentare il wallet europeo.
Le implicazioni operative di questo scenario sono rilevanti, soprattutto in ambito fiscale. La possibilità di associare all’identità digitale attributi certificati e aggiornati apre la strada a un modello in cui:
- i dati non devono più essere inseriti manualmente dal contribuente, ma possono essere richiamati automaticamente da fonti affidabili
- l’interazione con la Pubblica Amministrazione diventa più fluida, grazie a processi interoperabili e standardizzati
- l’accesso ai servizi fiscali, come quelli dell’Agenzia delle Entrate, può evolvere verso forme di automazione avanzata, in linea con le direttrici europee sul digital reporting (si pensi, ad esempio, all’iniziativa ViDA, VAT in the Digital Age)
Principi giuridici e controllo dei dati
Sul piano giuridico, questo modello si fonda su alcuni principi chiave introdotti o rafforzati da eIDAS 2:
- controllo dell’utente sui propri dati (user-centric identity)
- minimizzazione e selettività della condivisione (disclosure limitata allo stretto necessario)
- interoperabilità transfrontaliera tra sistemi nazionali
- riconoscimento reciproco delle identità digitali tra Stati membri
Per il cittadino, ciò comporta una trasformazione profonda, che va ben oltre l’aspetto tecnologico. Si passa infatti da un modello tradizionale, in cui l’utente è chiamato a inserire ripetutamente dati e informazioni nei diversi sistemi, a un paradigma in cui egli diventa il titolare consapevole di credenziali digitali certificate, che può utilizzare e condividere in modo mirato.
In altri termini, il cittadino non è più un semplice “compilatore di moduli”, ma un soggetto che:
- autorizza la circolazione dei propri dati
- decide quali informazioni condividere e con chi
- opera all’interno di un ecosistema digitale basato su fiducia, sicurezza e standard comuni
In questo quadro, la CIE assume un valore che va oltre il contesto nazionale: da documento di identità e strumento di accesso ai servizi fiscali italiani, si trasforma in elemento chiave di un’infrastruttura europea dell’identità digitale, destinata a ridefinire in profondità il rapporto tra cittadini, amministrazioni e mercato.
Identità digitale come infrastruttura del fisco
L’introduzione della CIE nei servizi fiscali non rappresenta soltanto un’evoluzione tecnologica, ma un vero e proprio cambio di paradigma culturale e giuridico nel rapporto tra cittadino e Pubblica Amministrazione. Il quadro normativo nazionale, a partire dal Codice dell’Amministrazione Digitale, ha progressivamente trasformato l’identità digitale da strumento accessorio a condizione abilitante per l’esercizio dei diritti digitali, in coerenza con il principio del “digital first” e con il diritto all’uso delle tecnologie nei rapporti con la PA (art. 3-bis).
In ambito fiscale, questa trasformazione si innesta su un processo già avviato con la digitalizzazione degli adempimenti, si pensi al Decreto Legislativo 175/2014 e all’evoluzione dei servizi dell’Agenzia delle Entrate, e si proietta verso modelli sempre più automatizzati e interoperabili, anche alla luce delle iniziative europee come l’eIDAS 2 e il percorso di digitalizzazione IVA noto come ViDA (VAT in the Digital Age), adottato dal Consiglio UE nel marzo 2025, prevede una progressiva implementazione fino al 2035, con impatti rilevanti sui sistemi di reporting fiscale digitale.
Non si tratta più, quindi, di “entrare” in un portale, ma di operare all’interno di un ecosistema in cui il cittadino è chiamato a:
- gestire la propria identità digitale in modo consapevole
- controllare e verificare i propri dati fiscali
- interagire direttamente con l’amministrazione in modalità sicura e tracciabile
In questa prospettiva, la CIE rappresenta uno degli strumenti chiave del nuovo fisco digitale italiano: non tanto per la sua funzione tecnica, quanto per il ruolo che svolge nella costruzione di un sistema basato su identità, dati e fiducia.
Opportunità: verso un fisco data-driven e user-centric
L’adozione diffusa della CIE apre scenari di significativo valore, sia per i cittadini sia per il sistema fiscale nel suo complesso.
In primo luogo, consente una semplificazione reale degli adempimenti, grazie alla progressiva integrazione dei dati e alla riduzione delle attività manuali. Il contribuente può accedere a informazioni già disponibili, verificarle e, in molti casi, limitarsi a confermarle.
In secondo luogo, abilita un modello di fisco data-driven, in cui la qualità e la coerenza dei dati diventano centrali. L’identità digitale forte consente di collegare in modo affidabile dati, soggetti e operazioni, migliorando sia l’efficacia dei controlli sia la trasparenza complessiva del sistema.
Un ulteriore elemento di opportunità è l’interoperabilità europea. Con l’evoluzione del quadro eIDAS, la CIE potrà integrarsi nel wallet digitale europeo, consentendo al cittadino di utilizzare la propria identità anche in contesti transfrontalieri, con effetti rilevanti sulla mobilità, sul lavoro e sulle attività economiche.
Infine, si rafforza il principio di centralità dell’utente, che passa da soggetto passivo ad attore consapevole nella gestione dei propri dati e delle proprie relazioni con la PA.
Rischi: sicurezza, esclusione digitale e governance del dato
Accanto alle opportunità, emergono tuttavia alcuni profili di rischio che non possono essere trascurati sono i rischi emergenti e si segnalano il lock-in tecnologico delle infrastrutture nazionali e le nuove forme di identity fraud basate sull’AI (deepfake, social engineering avanzato).
Un altro aspetto riguarda la sicurezza e la protezione dei dati personali, tema centrale anche alla luce del GDPR. L’aumento della quantità e della qualità dei dati accessibili tramite identità digitale rende necessario un rafforzamento continuo delle misure di sicurezza, non solo tecnologiche ma anche organizzative.
Vi è poi il tema dell’esclusione digitale. Non tutti i cittadini dispongono delle competenze o degli strumenti necessari per utilizzare la CIE in modo efficace. In assenza di adeguate politiche di accompagnamento, il rischio è di creare nuove disuguaglianze nell’accesso ai servizi pubblici.
Vi è poi un tema di governance dei dati, particolarmente rilevante in ambito fiscale. La crescente automazione e integrazione dei sistemi richiede regole chiare su:
- qualità e aggiornamento dei dati;
- responsabilità in caso di errori;
- modalità di correzione e rettifica.
Infine, non va sottovalutato il rischio di un’eccessiva dipendenza dai sistemi digitali, che impone di garantire la resilienza, la continuità operativa e soluzioni alternative in caso di malfunzionamenti.
Insomma, la CIE si colloca al centro di una trasformazione che va ben oltre la digitalizzazione dei servizi: rappresenta un passaggio verso un modello in cui identità digitale, dati e processi amministrativi convergono in un unico ecosistema.
L’evoluzione verso un ecosistema integrato identità-dati-servizi richiederà un bilanciamento tra innovazione, sicurezza, inclusione digitale e governance dei dati.
La sfida, per il legislatore e per gli operatori, sarà quella di governare questa transizione mantenendo un equilibrio tra:
- innovazione e tutela dei diritti
- efficienza e inclusione
- automazione e controllo umano
In questo equilibrio si giocherà la reale efficacia del nuovo fisco digitale.














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