La transizione digitale del comparto delle costruzioni e la gestione olistica del patrimonio costruito si configurano, nell’odierna temperie storica, come lo snodo cruciale in cui convergono imperativi normativi, istanze dell’ingegneria e supreme tutele conservative. In questo scenario, l’adozione del Building Information Modeling (BIM) e, nello specifico, dell’Heritage BIM (HBIM) applicato all’architettura storica, si eleva a paradigma imprescindibile, sussunto in Italia in un quadro legislativo di ammirevole rigore.
L’integrazione strutturale di tali metodologie con i Sistemi Informativi Geografici (GIS) espande ulteriormente questo orizzonte cognitivo: saldando la singola componente architettonica al suo contesto paesaggistico e urbano, si genera un ecosistema interoperabile, GIS-BIM per l’appunto, essenziale per la pianificazione e la tutela su vasta scala. L’innesto dell’Intelligenza Artificiale (AI) all’interno di tali processi non si palesa quale mera e ancillare evoluzione tecnica, bensì come un salto ontologico capace di ottimizzare flussi di lavoro e di trasmutare eterogenee moli di dati in sofisticati sistemi cognitivi-informativi.
Approfondiamo l’intricato e affascinante sinallagma tra il nuovo Codice dei Contratti Pubblici, la standardizzazione tecnica delle figure professionali, la prassi del reverse engineering, l’approccio multiscala GIS-BIM e lo stato dell’arte delle applicazioni dell’AI.
Indice degli argomenti
Scenario normativo e BIM: verso nuovi flussi informativi
L’entrata in vigore del D.Lgs. 36/2023 e del relativo impianto correttivo (D.Lgs. 209/2024) ha cristallizzato l’obbligatorietà della digitalizzazione nei lavori pubblici, ergendo un solido baluardo normativo volto a garantire trasparenza, efficienza e verificabilità dell’azione amministrativa. L’articolo 43 e l’Allegato I.9 del Codice definiscono in modo perentorio le modalità di adozione dei metodi e strumenti elettronici per la Gestione Informativa Digitale (GID) delle costruzioni, portando a compimento il percorso di progressiva maturazione tecnologica inaugurato dal Decreto Ministeriale 560/2017 (cd. Decreto BIM).
L’assunto teleologico del legislatore fissa soglie temporali ed economiche precise per l’applicazione di tale metodologia: a decorrere dal primo gennaio 2025, l’adozione del BIM diviene cogente per la progettazione e la realizzazione di nuove opere, nonché per gli interventi sul costruito esistente di importo superiore a 2 milioni di euro. Nondimeno, per il comparto dei beni culturali, tale obbligo si attiva al superamento delle soglie di rilevanza comunitaria, introducendo una specificità che riconosce la complessità ontologica degli interventi sul patrimonio storico tutelato.
Tuttavia, prima di poter esigere l’adozione dei processi BIM in sede di gara, le stazioni appaltanti sono chiamate a un adempimento prodromico e ineludibile: la redazione e l’adozione dell’Atto di Organizzazione. Tale documento costituisce l’esplicazione formale e analitica delle procedure interne, definendo i ruoli (come il Gestore dell’Ambiente di Condivisione Dati, il BIM Manager e il BIM Coordinator, di cui si dirà più avanti), le responsabilità, i flussi informativi e gli standard di interoperabilità. Attraverso questo Atto, l’amministrazione si vincola a istituire un piano di formazione specialistica per il personale e un piano strategico per l’acquisizione delle infrastrutture hardware e software necessarie. In questo modo, si garantisce che la macchina pubblica non subisca passivamente la transizione, ma possegga la piena e adeguata capacità per governare il complesso ciclo di vita dell’opera.

Tale assetto, d’altronde, trova piena e rigorosa rispondenza nei postulati dell’Innovation Management. L’introduzione di tecnologie intrinsecamente disruptive, quale ad esempio l’integrazione sistemica tra BIM e AI, esige un’azione sinergica e tridimensionale imperniata su persone (attraverso l’accrescimento delle competenze), processi (mediante una radicale reingegnerizzazione, o Business Process Reengineering) e strumenti (dotazioni hardware e software). L’errore prospettico più insidioso risiede nel ridurre la transizione digitale alla mera acquisizione dell’artefatto tecnologico; al contrario, quest’ultimo costituisce unicamente l’abilitatore di una metamorfosi sistemica che, per radicarsi con successo, postula l’evoluzione armonica e contestuale del fattore umano e dell’infrastruttura procedurale.
L’architettura documentale della commessa pubblica digitale
La genesi e lo sviluppo della commessa pubblica digitale si sostanziano attraverso un rigoroso flusso documentale, che funge da lex contractus per lo scambio informativo tra la stazione appaltante e gli operatori economici. Tale processo avviene interamente all’interno dell’Ambiente di Condivisione dei Dati (cd. ACDat o CDE – Common Data Environment). Come statuito dal Codice e dalle direttrici tracciate dagli standard globali (in primis la serie UNI EN ISO 19650), tale ambiente operativo impiega (o dovrebbe impiegare) piattaforme interoperabili basate su formati aperti e non proprietari (quali IFC e IFD). Tale scelta strategica è volta non solo a scongiurare derive monopolistiche (vendor lock-in), ma a garantire la coerenza semantica, l’interoperabilità e l’assoluta tracciabilità giuridica delle revisioni lungo l’intero ciclo di vita dell’opera, finanche nel complesso alveo dei beni culturali.
Questo nuovo ecosistema di project management, che si innesta nel più ampio disegno di digitalizzazione degli appalti pubblici, si articola in tre documenti cardine:
• Capitolato Informativo (CI): Redatto dalla stazione appaltante e allegato alla documentazione di gara, è il documento genetico della commessa. A norma dell’Allegato I.9 del Codice, esso declina i requisiti informativi strategici del committente, le esigenze specifiche, le regole di interoperabilità e i livelli di sviluppo/fabbisogno informativo (cd. LOD e LOIN) attesi per la modellazione digitale.
• Offerta di Gestione Informativa (oGI o oGI-BIM): Costituisce la risposta metodologica e tecnico-organizzativa dell’operatore economico in sede di gara. In essa, il concorrente illustra, temporalmente e sistemicamente, le modalità, gli strumenti e le architetture con cui intende ottemperare alle prescrizioni del CI. L’oGI costituisce parte integrante dell’offerta tecnica ed è oggetto di valutazione secondo criteri qualitativi da parte della commissione giudicatrice.
• Piano di Gestione Informativa (pGI o BIM Execution Plan – BEP): Redatto dall’aggiudicatario sulla scorta della propria offerta e subordinato all’approvazione formale della stazione appaltante prima dell’esecuzione del contratto. Il pGI traduce l’impegno pre-contrattuale in un piano operativo e dinamicamente aggiornabile in corso d’opera. Esso codifica nel dettaglio i flussi informativi, le consegne (deliverables), i controlli algoritmici preventivi (clash detection e code checking) e le procedure tracciabili per la risoluzione delle non conformità.
Profili professionali e integrazione istituzionale
L’impalcatura metodologica del BIM non tollera improvvisazioni e richiede una rigorosa qualificazione del capitale umano, configurando un mutamento profondo nei fabbisogni formativi del settore. La norma nazionale UNI 11337-7:2018, in perfetta osmosi con lo standard internazionale ISO 19650, codifica le abilità, le conoscenze e le competenze di quattro profili professionali inediti e infungibili, destinati a operare in un modello human-in-the-loop dove l’algoritmo supporta, ma non sostituisce, l’interpretazione critica del professionista:
• BIM Manager (Gestore dei processi digitalizzati): È il coordinatore strategico che opera a livello di organizzazione. Redige i documenti chiave (CI, oGI e pGI), definisce le linee guida aziendali e gestisce l’infrastruttura tecnologica e il portafoglio delle commesse.
• BIM Coordinator (Coordinatore dei flussi informativi): Figura di raccordo interdisciplinare a livello di singola commessa. Traduce le strategie in prassi operative, verifica la coerenza dei modelli federati e presiede alle attività di clash detection e coordinamento tecnico.
• BIM Specialist (Operatore avanzato della modellazione): Il modellatore esperto nelle tecnologie di authoring. Ha il compito di arricchire gli oggetti parametrici con contenuti disciplinari e dati specialistici, garantendo la qualità del dato alla fonte.
• CDE Manager (Gestore dell’Ambiente di Condivisione Dati): Responsabile della piattaforma ACDat/CDE. Presidia l’interoperabilità, la sicurezza e la tracciabilità dei flussi, attuando le soluzioni di cyber security in ottemperanza alla ISO 19650-5.
Nel delicato ecosistema degli appalti pubblici, queste figure si innestano inevitabilmente sull’ossatura amministrativa della stazione appaltante. Il D.Lgs. 36/2023 incardina in capo al Responsabile Unico di Progetto (RUP) la supervisione della corretta applicazione del BIM, elevandolo a vero e proprio digital project manager garante della coerenza informativa dell’intero ciclo di vita dell’opera.

Questa configurazione di responsabilità mira a eliminare la frammentazione informativa e a ridurre i rischi d’errore nelle fasi critiche dell’appalto. Tuttavia, l’efficacia di tale architettura è strettamente subordinata all’adempimento di un obbligo vincolante posto dall’Allegato I.9 del Codice: le stazioni appaltanti hanno il dovere di pianificare, finanziare ed erogare percorsi di formazione specifica per il proprio personale. Non si tratta di un mero auspicio di crescita professionale, ma di un requisito organizzativo ineludibile; senza una reale e certificata capacitazione dei dipendenti pubblici coinvolti, la transizione digitale rischierebbe di rimanere un vuoto adempimento formale, privo della necessaria competenza tecnica per governare i nuovi flussi della commessa pubblica.
HBIM: definizione e benefici per la conservazione programmata
Nel mondo degli appalti pubblici, l’uso del BIM per opere esistenti e beni culturali non è più facoltativo: esso rappresenta ormai un nuovo paradigma di gestione digitale del patrimonio costruito. Con l’espressione HBIM si indica l’applicazione del BIM al patrimonio esistente e in particolare agli edifici storici e ai beni culturali, al fine di gestirne dati e informazioni in un ambiente integrato e interoperabile. Se il BIM in origine veniva associato soprattutto alla progettazione ex novo, oggi la sua estensione all’ambito della conoscenza e gestione del costruito risponde all’esigenza di seguire l’intero ciclo di vita dei beni, prevedendo interventi manutentivi programmati e assicurando la conservazione del patrimonio storico-artistico nel lungo periodo.
L’integrazione dell’HBIM nel ciclo di vita dei beni culturali non si esaurisce nella mera rappresentazione geometrica, ma trova la sua massima espressione operativa nella gestione della conservazione programmata, trasformandosi nel fulcro di un ecosistema informativo dinamico e permanente. Il modello digitale 3D – fedele e “as built” – viene arricchito da vaste banche di dati multidisciplinari: informazioni geometriche, storiche, tecniche, materiali, strutturali, diagnosi del degrado, fasi costruttive e trasformative, dati energetici e microclimatici. Il risultato è la gestione unitaria di una complessità informativa tipica dei beni storici, con un sistema integrato che disinnesca la tradizionale frammentazione dei dati e li rende fruibili per molteplici scopi (restauro, sicurezza, monitoraggio e valorizzazione).
Uno dei principali punti di forza dell’HBIM è proprio la capacità di supportare la conservazione preventiva e programmata: avendo a disposizione un modello digitale costantemente aggiornabile e interrogabile, l’amministrazione può pianificare interventi di manutenzione basati su informazioni puntuali e aggiornate sullo stato di conservazione del bene, con evidenti vantaggi in termini di efficacia e ottimizzazione delle risorse. Si pensi, ad esempio, alla possibilità di associare al modello HBIM di un immobile storico i risultati di monitoraggi periodici, il tracciamento di “mappe del degrado”, le evidenze diagnostiche e persino le attività di manutenzione svolte. Tali metadati archiviati nel CDE confluiscono nel consuntivo tecnico-scientifico del bene in continua evoluzione. In altri termini, il modello HBIM diviene la “memoria digitale” del bene culturale, assicurando tracciabilità e conservazione della conoscenza (anche per le future generazioni) e consentendo decisioni informate in ambito conservativo.
L’Allegato II.18 al Codice e il supporto dell’HBIM nella gestione dell’appalto
In ottica di committenza pubblica, il quadro normativo delineato dal D.Lgs. 36/2023 assume una rilevanza determinante, in particolare attraverso le disposizioni contenute nell’Allegato II.18 (Qualificazione dei soggetti, progettazione e collaudo nel settore dei beni culturali), che costituisce lex specialis per gli interventi sul patrimonio tutelato.
L’Allegato II.18 definisce le peculiarità della progettazione, dell’esecuzione e del collaudo dei lavori, imponendo un rigore metodologico che può trovare nell’HBIM un’infrastruttura contrattuale d’elezione. Sotto il profilo procedurale e degli appalti, il passaggio fondamentale è la trasformazione del consuntivo scientifico (prescritto dall’Art. 24 dell’Allegato II.18) da mero adempimento burocratico di fine lavori a deliverable informativo dinamico. L’obiettivo dell’Amministrazione, al momento del collaudo, deve tendere a non acquisire più unicamente l’opera fisica restaurata, bensì il suo gemello digitale aggiornato alla fase di consegna.
Questo asset informativo documenta in modo inequivocabile e tracciabile ogni variante, scelta metodologica e riscontro di cantiere, ponendo le basi per la successiva gestione strategica dell’immobile (facility management). Per la stazione appaltante, ciò si traduce in un governo dell’appalto scandito da fasi procedurali precise, ottimizzate dal modello BIM:
• Fase di Gara e affidamento: l’affidamento lavori riguardanti i beni culturali avviene ordinariamente sulla base del progetto esecutivo. In questo stadio, il modello HBIM costituisce lo “stato di fatto” e rappresenta l’aggregatore dei dati diagnostici e storici; esso permette agli operatori economici di formulare offerte tecnico-economiche più congrue, riducendo drasticamente il rischio di imprevisti e varianti in corso d’opera, tipici dell’incertezza intrinseca del restauro.
• Gestione dell’esecuzione: il BIM supporta la Direzione Lavori e l’esecutore nell’ottimizzazione del Cronoprogramma (BIM 4D) e nel controllo costante della spesa mediante il Computo Metrico Estimativo digitale (BIM 5D). Questo consente di governare in tempo reale le vulnerabilità del bene o le scoperte archeologiche e stratigrafiche che emergono in corso d’opera, ricalibrando istantaneamente tempi e costi dell’intervento nel modello federato.
• Collaudo e handover: il Codice disciplina il collaudo come verifica della conformità dell’opera rispetto al progetto e alle varianti autorizzate. Alla chiusura dell’appalto, il consuntivo scientifico in formato HBIM certifica la regolarità dell’eseguito. L’affidatario consegna i modelli informativi aggiornati durante la realizzazione dell’opera e corrispondenti a quanto realizzato e la relazione specialistica sulla modellazione informativa che attesti il rispetto e l’adempimento di quanto prescritto nel capitolato informativo. Il modello as-built integra digitalmente i protocolli di collaudo, le certificazioni e le garanzie dei materiali impiegati, divenendo un repository informativo contrattuale e tracciabile della qualità dell’intervento.
• Esercizio e manutenzione (O&M): nel ciclo di vita post-appalto, il modello può evolvere in un Digital Twin. L’integrazione tra HBIM e sensoristica IoT (Internet of Things) permette la raccolta di flussi dati in tempo reale; questi dati vengono processati da algoritmi di machine learning per l’identificazione precoce di pattern di degrado. Il RUP e la stazione appaltante dispongono così di uno strumento predittivo per programmare i futuri affidamenti manutentivi, intervenendo solo dove e quando necessario, massimizzando l’efficacia della spesa pubblica.
In definitiva, l’applicazione dell’Allegato II.18 attraverso la metodologia HBIM eleva il bene culturale – spesso soggetto a interventi di restauro emergenziale – ad asset pubblico gestito in modo proattivo. Sotto il profilo amministrativo, il modello diviene un sistema di supporto alle decisioni (DSS) che garantisce il value for money della spesa pubblica, orienta strategicamente le future procedure di affidamento e tutela il patrimonio attraverso processi massimamente trasparenti e verificabili.
Dal rilievo alla modellazione: Scan-to-BIM, IA e reverse engineering del costruito storico
L’implementazione di un HBIM accurato per un edificio storico implica un processo di rilievo digitale dettagliato e la successiva riconversione delle scansioni in modelli parametrici. La prassi consolidata prevede inizialmente il rilievo “reality-based” – tipicamente mediante laser scanning 3D e fotogrammetria digitale – che produce nuvole di punti ad alta densità, oggi ritenute le tecniche più idonee per documentare con fedeltà gli edifici storici.
La nuvola di punti rappresenta la geometria esterna dell’edificio come insieme di milioni di punti misurati, ottenuti in tempo reale sul campo, arricchiti di informazioni radiometriche e con coordinate spaziali georiferite. Trattandosi di dati non strutturati – e dunque privi di oggetti semantici – la loro conversione in un modello informativo richiede alcune fasi di reverse engineering: segmentazione e classificazione dei punti in base agli elementi architettonici, estrazione di profili di sezione, generazione di superfici NURBS (non-uniform rational b-splines) per approssimare le geometrie caratteristiche e, infine, la costruzione di oggetti parametrici all’interno degli ambienti di authoring BIM.
Nondimeno, l’intrinseca atipicità del patrimonio storico – caratterizzato da superfici curve complesse, difformità, deformazioni, assenza di componenti prefabbricati e standardizzati – trasforma questa fase in un onere procedurale gravoso. Il rischio sotteso è duplice: da un lato, un eccessivo dispendio temporale; dall’altro, una forzatura parametrica che introduce un’inaccettabile semplificazione morfologica, compromettendo la fedeltà ontologica del manufatto. Ne deriva l’esigenza di accurati controlli di qualità: occorre verificare sia la qualità metrica del rilievo 3D (accuratezza, precisione e completezza delle misure) sia la rispondenza del modello BIM alla geometria reale, confrontando eventuali deviazioni tra il modello e la nuvola originaria per assicurare scostamenti che siano contenuti entro le tolleranze.
La letteratura tecnica e le esperienze recenti evidenziano come l’automazione del flusso Scan-to-BIM costituisca una grande sfida attuale. L’IA offre approcci promettenti in tal senso: tecniche di machine learning e deep learning sono in corso di sviluppo per eseguire classificazione e segmentazione automatica delle nuvole di punti, con l’obiettivo di riconoscere, ad esempio, elementi costruttivi ripetitivi (colonne, archi, infissi) ed estrarne matrici geometriche 3D, riducendo i tempi e l’intervento manuale.
Il ruolo del visual programming language
Parallelamente, l’innesto di logiche di visual programming language negli ambienti BIM consente di ingegnerizzare la complessità: partendo dai profili estratti, script generativi automatizzano le operazioni matematiche (traslazione, rivoluzione e lofting) necessarie per ricostruire dinamicamente elementi complessi, quali apparati voltati o colonne composite. Ciononostante, è doveroso un vaglio critico: sebbene i sistemi AI-based velocizzino le routine base, l’eccezionalità del monumento storico sfugge ancora alla completa autonomia algoritmica, ribadendo la centralità del professionista nella validazione del dato.
Proprio in virtù dei limiti fisiologici della modellazione parametrica, la più recente e innovativa letteratura tecnica sta tracciando una traiettoria alternativa: il superamento della riconversione geometrica a favore della nuvola di punti semantica. Molteplici sperimentazioni stanno dimostrando la fattibilità di un ecosistema cognitivo innestato direttamente sul dato reality-based.
In questo paradigma, le nuvole di punti vengono classificate e arricchite nativamente di metadati e attributi relazionali (materiali, stato di degrado, datazioni storiche), emancipandosi dal ruolo di mero “calco” per assurgere a contenitori informativi intelligenti. Questa soluzione può eludere le derive standardizzate della modellazione tradizionale e abbattere i costi computazionali, offrendo a progettisti e decisori un digital twin che coniuga la fedeltà del rilievo con l’interoperabilità dei database strutturati, capace di supportare applicazioni di monitoraggio e gestione.
Il circolo virtuoso: dall’HBIM al cognitive digital twin e la realtà estesa
Lo sviluppo dell’HBIM e delle tecnologie abilitanti dischiude scenari operativi inediti, culminando nell’avvento dei cognitive digital twin (gemelli digitali cognitivi). Nel dominio del patrimonio culturale, un digital twin trascende la mera replica tridimensionale statica, configurandosi come un’entità digitale dinamica interfacciata in tempo reale con il proprio asset fisico tramite sensoristica IoT, offrendo una gestione avanzata del bene e simulazioni predittive sullo stato del bene e sugli interventi necessari. Tali architetture costituiscono la nuova frontiera della transizione digitale: alimentate da flussi di dati continui e arricchite dalle tecnologie di eXtended Reality (XR), quali la realtà aumentata (AR) e virtuale (VR), esse abilitano un duplice vantaggio. Da un lato, forniscono un supporto decisionale rigoroso e data-driven on-site per i professionisti della conservazione; dall’altro, democratizzano l’accessibilità dei contenuti, declinandoli in esperienze immersive ad alto potenziale per il turismo culturale e la fruizione multi-dispositivo.
In questo scenario, un riscontro applicativo paradigmatico è offerto dal progetto D-TECH, la cui piattaforma innovativa copre l’intera catena del valore del manufatto storico: dalla conoscenza alla diagnostica, fino alla conservazione, al restauro e alla successiva valorizzazione. Sviluppata e processata integralmente all’interno dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni (HPC) CRESCO dell’ENEA, tale infrastruttura consente l’integrazione e la pubblicazione online di modelli 3D, HBIM, nuvole di punti e dati GIS. Questa soluzione offre strumenti algoritmici avanzati per il monitoraggio e la pianificazione strategica, dimostrando le imponenti potenzialità dei digital twin nell’ecosistema culturale, pur delineando con chiarezza le sfide computazionali e gestionali del prossimo futuro.
I casi pilota evidenziano come il gemello digitale permetta il monitoraggio continuo e interattivo di parametri strutturali e termoigrometrici, generando automaticamente allarmi e mappe di vulnerabilità per i fenomeni di degrado. Tale architettura agevola la gestione partecipativa delle informazioni: tramite dispositivi mobili e visori AR e VR, il Direttore dei Lavori o il restauratore possono consultare e aggiornare le schede di catalogo o i dati di cantiere direttamente in situ. Si innesca così un perfetto circolo virtuoso tra materia e bit: dal bene fisico al rilievo, dal modello informativo all’asset management, per poi riportare l’informazione sul manufatto attraverso olografia e interfacce immersive. In prospettiva, l’IA eleverà ulteriormente questo ciclo vitale: addestrando algoritmi predittivi di machine learning, sarà possibile stimare scientificamente l’evoluzione del degrado e programmare con largo anticipo gli interventi più opportuni, disinnescando l’emergenza e ottimizzando le risorse della stazione appaltante.
La convergenza multiscala: l’ecosistema GeoBIM e l’IA spaziale
Se l’HBIM governa la complessità informativa alla scala del singolo manufatto architettonico, la tutela e la valorizzazione del patrimonio richiedono ontologicamente una visione di area vasta. Il bene culturale, infatti, è profondamente radicato nel proprio contesto paesaggistico, urbanistico e idrogeologico, che ne influenza lo stato di conservazione e la fruizione. In questa prospettiva, l’imperativo tecnologico attuale risiede nell’integrazione strutturale tra due sistemi che operano su scale complementari: l’HBIM e il GIS.
Come già detto, alla scala architettonica, l’HBIM consente di generare un modello virtuale tridimensionale di un manufatto reale, replicando non solo le caratteristiche geometriche, ma la semantica stessa di ogni componente. Attraverso lo standard interoperabile IFC, ogni elemento architettonico viene codificato in una logica condivisa, strutturando dati informativi che ne definiscono l’identità materica e strutturale. Alla scala urbana e territoriale, invece, il contesto viene governato attraverso i sistemi GIS, che permettono di rappresentare i dati spaziali in modo georiferito, offrendo una visione d’insieme dei fenomeni ambientali e antropici. L’integrazione tra queste due dimensioni dà origine al paradigma del GeoBIM, una sfida necessaria per eliminare le separazioni informative e permettere letture trasversali tra il dettaglio dell’edificio e la vastità del territorio.
L’utilizzo dei GIS come “contenitore” per i dati geospaziali dei beni culturali, integrato alle procedure di Scan-to-HBIM, si rivela uno strumento fondamentale per la conservazione preventiva. I modelli 3D derivati dai rilievi, segmentati nelle loro parti strutturali e decorative e trasformati in componenti HBIM carichi di dati alfanumerici (come materiali, stima dei costi e analisi strutturali), diventano la base per il progetto di tutela. Il sistema informativo diviene, dunque, un ambiente dinamico capace di garantire l’estrazione e la condivisione di tutte le informazioni necessarie alla regolare manutenzione.
In tale convergenza multiscala, l’IA agisce come il definitivo ponte semantico e computazionale. L’IA spaziale (Spatial AI) è in grado di processare simultaneamente i flussi di dati (ad esempio sismici, idrogeologici o climatici) provenienti dal GIS – spesso alimentati dal telerilevamento satellitare (come nel caso del programma Copernicus) – e incrociarli con le vulnerabilità materiche modellate nell’HBIM del singolo edificio.
Questa osmosi informativa dischiude prospettive di governance formidabili per la Pubblica Amministrazione. In presenza di eventi climatici estremi o calamità naturali, una piattaforma GeoBIM potenziata dall’algoritmica permette alle stazioni appaltanti di simulare scenari di risk mapping predittivo. L’integrazione GIS-BIM-IA trasforma così la mappa territoriale e il modello del singolo palazzo in un unico continuum informativo, dove l’analisi automatizzata e i sensori intelligenti confluiscono in una piattaforma collaborativa capace di elevare la programmazione degli appalti e la tutela del territorio a livelli di precisione ed efficacia sinora inesplorati.
Il rischio dell’uniformità, i formati aperti e le sfide da affrontare
Come anticipato, la sublimazione della nuvola di punti in un modello HBIM strutturato si attua attraverso il processo Scan-to-BIM. Tale transizione non è una mera conversione di formato, ma un iter procedurale faticoso ed euristico che si snoda attraverso la segmentazione dei dati grezzi, l’estrazione di geometrie generatrici e la creazione di superfici NURBS. Queste entità matematiche complesse costituiscono l’unico ponte capace di approssimare con rigore le deformazioni, i fuori piombo e le fessurazioni morfologiche peculiari del costruito antico. Infine, esse vengono traslate in oggetti parametrici.
Tuttavia, in questa complessa alchimia digitale si annida un rischio epistemologico: l’omologazione del parametro. Le regole parametriche dei software di authoring, nati per l’edilizia contemporanea, tendono ontologicamente all’uniformità e alla standardizzazione. L’eccessivo ricorso a librerie di oggetti predefiniti minaccia di epurare il modello dall’anomalia, annullando l’unicità materica e costruttiva che connota il bene culturale. Questo “appiattimento semantico” trasforma il monumento in un assemblaggio di componenti ideali, sancendo la perdita della sua identità fenomenologica e tradendo l’attività conoscitiva posta dal Codice di Beni Culturali a fondamento della tutela.
A questo rischio si affianca quello della perdita di interoperabilità. La gestione del patrimonio attraverso formati proprietari genera derive di vendor lock-in che frammentano il dato e ne compromettono la sopravvivenza nel tempo. Nel contesto degli appalti pubblici regolati dal D.Lgs. 36/2023, l’interoperabilità è un requisito giuridico e funzionale. La mancanza di standard semantici condivisi (come l’IFD Library – International Framework for Dictionaries) e di schemi di interscambio aperti (come l’IFC – Industry Foundation Classes) può innescare una “deriva informativa”: il dato, migrando tra software diversi, perde la sua profondità qualitativa e le sue relazioni ontologiche.
L’approccio OpenBIM
Per preservare l’unicità del bene e garantirne la tracciabilità perenne, si impone l’adozione di un approccio OpenBIM basato su ontologie complesse. Solo attraverso l’uso di dizionari semantici aperti è possibile classificare lo stato di conservazione, le stratigrafie e le anomalie senza svilirne la realtà storica. La sfida per progettisti e stazioni appaltanti risiede dunque nel governare questa complessità, garantendo che il gemello digitale rimanga un bene comune accessibile, durevole e immune alla standardizzazione forzata, preservando nel modello digitale la stessa densità informativa della materia.
A fronte di queste sfide metodologiche ancora aperte — standardizzazione dei dati, interoperabilità spinta, cybersecurity e conservazione a lungo termine degli archivi digitali — le prospettive dell’integrazione tra HBIM e IA delineano orizzonti estremamente promettenti. Si profila un nuovo paradigma di governance del patrimonio architettonico-culturale, in cui modelli digitali semantici, sensori IoT e analisi automatizzate confluiscono in piattaforme collaborative centralizzate, in grado di affiancare e supportare l’azione umana.
L’IA, pur trovandosi in una fase di progressiva integrazione sistemica, si erge già ad alleato imprescindibile per ottimizzare il monitoraggio e la progettazione del restauro, grazie alle sue ineguagliabili capacità di pattern recognition e automazione. In sintesi, la piena maturazione di questo ecosistema dipenderà, in primis, dalla capacità delle istituzioni di risolvere i nodi legati alla sicurezza informatica e alla sovranità del dato pubblico (data ownership). Garantire che i dati del patrimonio restino protetti, interoperabili e di proprietà statale costituirà la chiave di volta per far sì che la tecnologia non si sostituisca all’uomo, ma ne potenzi l’azione critica (human-in-the-loop) nella nobile missione della conservazione e valorizzazione per le future generazioni.
La sinergia tra diritto, algoritmi e istituzioni
L’articolato intreccio fra aspetti giuridici e paradigmi tecnologici delineato nel presente articolo evidenzia come l’HBIM stia trasmutando in profondità le prassi operative afferenti alla gestione del patrimonio architettonico. Le recenti evoluzioni normative, incardinate nel D.Lgs. 36/2023 e allineate agli standard internazionali, hanno predisposto un quadro organico e vincolante in cui la digitalizzazione non rappresenta un mero avanzamento strumentale, bensì un dispositivo organizzativo e contrattuale capace di incidere sull’intero ciclo di vita dell’intervento.
La rigorosa definizione dei requisiti documentali (CI, oGI, pGI) e la codifica di infungibili ruoli professionali (BIM Manager, Coordinator, Specialist e CDE Manager), sancite dall’Allegato I.9, tracciano un alveo procedurale inequivocabile per la committenza pubblica. In questo scenario, l’efficacia degli strumenti di analisi automatizzata e dei rilievi reality-based dipende strettamente dalla loro istituzionalizzazione: senza una rigorosa governance del dato all’interno dell’ACDat, il potenziale degli algoritmi rimarrebbe episodico e inidoneo a tradursi in cogenza operativa.
Nel settore dei beni culturali, tale architettura trova una naturale convergenza con la lex specialis dell’Allegato II.18. Qui, il Consuntivo Scientifico prescritto a fine lavori viene elevato a componente strutturata del corredo informativo dell’opera, rafforzando la continuità conoscitiva tra il cantiere e la gestione successiva. Tuttavia, l’arditezza di tali prospettive informatiche rimarrebbe confinata nell’alveo della speculazione accademica se non vi fosse un demiurgo istituzionale capace di tradurla in prassi amministrativa: il Ministero della Cultura (MiC).
Attraverso l’azione lungimirante della Digital Library e l’attuazione del Piano Nazionale di Digitalizzazione (PND), il Dicastero ha promosso la riprogettazione sistemica dei processi, sradicando ridondanze e promuovendo la sovranità del dato. Ancor più ragguardevole è l’impegno profuso nella capacitazione del capitale umano attraverso il progetto Dicolab – Cultura al Digitale, che proietta i funzionari tecnici verso una governance del patrimonio senza eguali in Europa.
In definitiva, la traiettoria delineata conferma che l’adozione dell’HBIM produce effettivo valore pubblico solo quando diritto e tecnica convergono. Oggi, la sacralità del monumento si compenetra con l’intelligenza algoritmica, garantendo che la storia decisionale e materiale dell’intervento rimanga a beneficio della tutela e dell’accountability della spesa pubblica. Il connubio tra intelligenza umana e artificiale, governato dal rigore del diritto e dall’eccellenza dell’ingegneria, si appresta così a svelare una nuova e luminosa era per l’immortale patrimonio culturale italiano.
Bibliografia
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Decreto Legislativo 31 marzo 2023, n. 36, Codice dei contratti pubblici in attuazione dell’articolo 1 della legge 21 giugno 2022, n. 78, recante delega al Governo in materia di contratti pubblici.
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