Con il decreto PNRR uscito a febbraio in Gazzetta Ufficiale l’ISEE diventa automatico. Un piccolo passo per la PA, un grande passo per la cittadinanza digitale.
Da allegato che il cittadino deve caricare ogni volta, l’ISEE si trasforma in dato che le amministrazioni sono tenute ad acquisire d’ufficio dagli archivi Inps tramite la Piattaforma digitale nazionale dati (PDND). È un grande banco di prova del principio “once only” nella PA italiana: se un’informazione è già in una banca dati pubblica, non si chiede di nuovo alla famiglia che chiede un bonus o una borsa di studio, ma la si recupera là dove è nata.
Il dato viene controllato in tempo reale e acquisito nel back office dell’ente. Sembra nulla, ma è una grande novità. Già in vigore, anche se bisognerà aspettare che tutte le PA si adeguino perché diventi realtà ovunque e per tutti.
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ISEE automatico: come funziona e perché è importante
La portata del cambiamento si capisce guardando i numeri. Nel 2025 le Dsu presentate per ottenere l’ISEE sono state 11.032.564, oltre 600 mila in più rispetto alle 10,37 milioni del 2024. L’indicatore medio si è attestato a 17.639,68 euro, con un massimo in Trentino-Alto Adige (23.176 euro) e un minimo in Calabria (13.141 euro). Sull’ISEE ordinario, il 3% delle attestazioni ha un valore nullo, il 37% è sotto i 10 mila euro (oltre 4 milioni di dichiarazioni), l’11% è sopra i 35 mila euro. La classe più affollata è quella tra 5 e 10 mila euro, con oltre 2 milioni di Dsu, pari al 19,3% del totale. Sono numeri che dicono una cosa semplice: digitalizzare davvero l’ISEE vuol dire toccare il cuore del welfare italiano, non un dettaglio amministrativo.
Dal precompilato all’acquisizione d’ufficio: cosa cambia davvero
Negli ultimi anni l’ISEE aveva già iniziato un percorso verso l’automazione con la Dsu precompilata. Il cittadino accede al portale Inps con Spid, Cie o Cns, trova gran parte dei dati reddituali e patrimoniali già inseriti grazie allo scambio con l’Agenzia delle Entrate e con gli stessi archivi Inps, li controlla e integra quanto manca. La novità del decreto PNRR non riguarda tanto questa fase di calcolo, quanto quella di utilizzo.
Dalla dichiarazione al riuso: come cambia la domanda di bonus e servizi
Per famiglie e studenti la sequenza, a regime, dovrebbe diventare molto più lineare. Una volta all’anno, o quando cambia in modo rilevante la situazione, viene presentata la Dsu, anche via app o tramite Caf. L’Inps calcola l’ISEE e lo conserva nei propri sistemi come dato “vivo”. Quando la famiglia chiede una mensa agevolata, un posto al nido, una borsa di studio, un contributo affitto o una riduzione tariffaria, non dovrà più caricare l’attestazione: sarà la scuola, il comune, l’università a interrogare l’Inps via PDND, usando il codice fiscale, e a farsi restituire il valore ISEE e le informazioni strettamente necessarie alla prestazione.
ISEE automatico: i vantaggi
Se si sovrappongono i numeri dell’Osservatorio Inps al nuovo quadro normativo, i benefici diventano molto tangibili. Nel 2025 oltre 11 milioni di Dsu hanno prodotto altrettante attestazioni. Quasi quattro milioni di famiglie hanno un ISEE sotto i 10 mila euro; due milioni si concentrano tra 5 e 10 mila euro. Parliamo dei nuclei che più spesso hanno diritto a tariffe agevolate e bonus, e che oggi devono inseguire bandi, modulistica e portali diversi per far valere lo stesso indicatore in contesti differenti.
L’acquisizione d’ufficio riduce anzitutto un adempimento ripetitivo: non c’è più bisogno di allegare la stessa attestazione a ogni domanda, con il rischio di sbagliare file, usare un ISEE scaduto o riferito a un altro componente del nucleo. Standardizza il dato che arriva agli uffici, perché la fonte è unica e il formato è quello definito dall’Inps.
Il cittadino non deve nemmeno più comunicare variazioni di ISEE, perché si suppone vengano acquisite dall’ente.
La PA risparmia sul lavoro manuale.
L’Isee automatico in più è antifrode. Accorcia i tempi di istruttoria e limita gli spazi per frodi basate sulla manipolazione dei documenti.
In prospettiva apre anche a un uso più intelligente del patrimonio informativo. Sapere, in modo sicuro e aggiornato, quanti nuclei stanno sotto certe soglie ISEE, in quali territori, con quali caratteristiche, consente a comuni, regioni e Stato di disegnare meglio le misure: per esempio tarare le soglie di accesso o la progressività delle tariffe sapendo che quasi un quinto delle Dsu si colloca nella fascia 5–10 mila euro, o che esistono divari territoriali netti tra regioni come Trentino-Alto Adige e Calabria.
Per gli uffici questo significa però ripensare i procedimenti. Non basta “attaccarsi alla PDND”: bisogna aderire formalmente alla piattaforma, integrare le Api ISEE nei gestionali, eliminare dai moduli online i campi che chiedono l’upload dell’attestazione e sostituirli con una logica di acquisizione automatica. È un passaggio tecnico, ma anche culturale: si smette di trattare il cittadino come fattorino di documenti e si riconosce che la fonte ufficiale del dato è una sola, l’Inps.
Il tassello Isee nel percorso “once only”
L’ISEE automatico si inserisce in un percorso più ampio, che vede la PDND e l’Anagrafe nazionale della popolazione residente come infrastrutture per il principio “once only”. L’idea di fondo è che ogni dato anagrafico, economico o certificativo abbia una fonte certa, e che le altre amministrazioni, invece di chiederlo di nuovo, ci si colleghino tramite Api.
Interoperabilità: PDND, Anpr e servizi proattivi
Con l’ISEE succede esattamente questo: la Dsu resta l’atto “dichiarativo” del cittadino, ma da quel momento in poi l’indicatore deve circolare tra amministrazioni senza passare più dalle mani dell’utente. È un cambio di paradigma che può essere esteso ad altri ambiti: certificati di iscrizione scolastica, attestazioni universitarie, situazione contributiva, dati catastali.
C’è anche un legame forte con la possibilità di servizi proattivi. Se un ente conosce, tramite PDND, che una famiglia ha un ISEE entro una certa soglia, può segnalare automaticamente bandi e agevolazioni coerenti, o applicare d’ufficio alcune riduzioni (per esempio sulle tariffe locali) senza attendere che il cittadino presenti l’ennesima domanda. L’Inps e il Dipartimento per la trasformazione digitale, quando parlano di “welfare as a service”, guardano esattamente a scenari di questo tipo.
Cosa manca ancora a una vera ISEE “once only”
Il quadro, però, non è completo. Il primo elemento che manca è proprio l’automazione della Dsu. Oggi l’ISEE non può esistere senza una dichiarazione sostitutiva aggiornata: molti dati sono già precompilati, ma una quota di informazioni resta a carico del cittadino. Finché questo passaggio non sarà ridotto al minimo possibile, o sostituito da flussi che ricostruiscono la situazione economica quasi interamente da banche dati pubbliche e flussi certificati, avremo comunque un “primo miglio” analogico: qualcuno dovrà ricordarsi di accendere l’ISEE ogni anno.
Il secondo nodo è l’eterogeneità delle amministrazioni. Ci sono grandi comuni, regioni e atenei che hanno già integrato PDND e servizi Inps, e che possono rendere operativo l’ISEE automatico in pochi mesi. Ma esiste anche una galassia di piccoli comuni, scuole, aziende speciali che dipendono dai fornitori di software, hanno poche risorse interne e rischiano di restare indietro. Se non si accompagna questo pezzo del sistema con linee guida tecniche, kit preconfigurati e magari incentivi economici, l’effetto sarà un paese a macchia di leopardo, dove in alcuni territori il principio “once only” è realtà e in altri il cittadino continua a caricare file come prima.
Insomma, forse solo nel corso del 2026 (se va bene) l’Isee automatico da diritto di legge diventerà realtà in Italia.
Il terzo elemento riguarda la qualità dei dati e la gestione degli errori. Più si automatizza lo scambio, più diventa essenziale avere anagrafi allineate, regole ISEE stabili, procedure semplici per correggere una Dsu sbagliata o una composizione del nucleo non aggiornata. Un errore in un punto della filiera, se non intercettato, rischia di propagarsi rapidamente a tutti i procedimenti che usano quel dato.
Infine c’è un tema di trasparenza verso le famiglie. Se l’ISEE diventa un’informazione che viaggia dietro le quinte tra Inps, comuni, scuole, aziende di servizi, deve diventare altrettanto semplice per il cittadino vedere chi ha consultato il suo indicatore, quando e per quale scopo. Il percorso avviato sul fronte di identità digitali, attestati e domicili, con la possibilità di consultare da un’unica interfaccia i propri “asset digitali” e ricevere notifiche in caso di usi anomali, andrebbe esteso esplicitamente anche ai dati ISEE.
L’ISEE automatico, in questo senso, è un’anticipazione di come potrebbe funzionare la PA italiana quando il principio “once only” sarà davvero a regime. Meno duplicazioni, meno carte, meno oneri ripetuti per chi ha più bisogno di aiuto, ma anche più responsabilità per amministrazioni e fornitori sul fronte di interoperabilità, qualità dei dati e tutela dei diritti informativi. I numeri dell’Osservatorio Inps dicono che la platea coinvolta è enorme; le scelte che faremo ora sul modo di gestire l’ISEE automatico saranno il modello, in meglio o in peggio, per tutto il resto.


















