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AI, come e quanto la usano i professionisti italiani



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I dati del X Rapporto sulle libere professioni in Italia 2025. L’AI è usata soprattutto per accelerare pezzi di lavoro che ruotano attorno a testi e ricerca, mentre l’integrazione nei processi, nei gestionali e nei servizi al cliente resta limitata. La partita si giocherà qui nel futuro

Pubblicato il 20 gen 2026

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu



intelligenza artificiale professionisti

L’intelligenza artificiale è già entrata nella quotidianità di molte libere professioni, ma in una forma limitato: più come strumento di supporto per scrivere, cercare e sintetizzare, che come motore di automazione profonda dei processi. È questo il quadro che emerge dal X Rapporto sulle libere professioni in Italia 2025, basato su un’indagine su 1.180 professionisti.

Dice molto di come l’Italia che lavora sta adottando l’AI ed è in effetti non molto diverso da quanto riportato da studi internazionali, su adozione da parte di piccole aziende e appunto professionisti.

Lo studio merita insomma perché è uno specchio un po’ di come stiamo approcciando all’AI nell’ambito più importante per l’economia del Paese, quello del lavoro.

AI, il rapporto libere professioni

E che dice il rapporto libere professioni: il 58,2% dichiara un uso frequente di strumenti di AI, il 25,4% li usa solo ogni tanto, mentre il 16,4% non li usa affatto. Sommando i primi due gruppi, significa che oltre otto professionisti su dieci hanno già avuto un contatto operativo con queste tecnologie, anche se con intensità diverse.

Un’adozione diseguale: contano settore, età e dimensione dello studio

Dietro la media, però, ci sono mondi diversi. Le professioni più vicine ai numeri, ai documenti e alla produzione di testi “standardizzabili” risultano le più rapide nell’adozione. Nel Rapporto spiccano le professioni economico-finanziarie, dove gli utilizzatori frequenti arrivano al 76,7%. Seguono le aree tecnico-specialistiche (64,3%) e alcune categorie ordinistiche molto esposte a pratiche, modulistica e redazione documentale: commercialisti ed esperti contabili (64,5%), consulenti del lavoro (62,4%), avvocati e notai (52,4%).

All’estremo opposto ci sono i settori dove pesano di più la dimensione relazionale, la responsabilità clinica o l’uso di dati sensibili. Nei sanitari l’uso frequente scende al 45,9% e la quota di non utilizzatori sale fino al 27,7%. Anche tra architetti e geometri l’adozione frequente si ferma al 45,9%.

La variabile generazionale conta, ma non spiega tutto. Tra gli under 45 circa due terzi usano l’ia frequentemente; la quota scende progressivamente e arriva al 49,4% tra gli over 65. Il dato suggerisce che familiarità digitale e abitudini di lavoro incidono, ma non determinano da sole la scelta: in molti casi è la natura del servizio offerto a rendere più o meno utile l’integrazione.

Un altro elemento chiave è l’organizzazione. Dove lo studio è più strutturato, l’adozione tende ad aumentare: tra i titolari, l’uso frequente cresce con il numero di addetti fino ad arrivare al 70,2% negli studi con dieci o più dipendenti e collaboratori (con un picco al 72,9% nella fascia 6–9). È un’indicazione coerente: quando aumentano volumi, complessità e ruoli, cresce l’incentivo a dotarsi di strumenti che fanno risparmiare tempo e standardizzano alcune attività.

L’AI “più usata” dai liberi professionisti è quella che lavora sui testi

La parte forse più interessante del Rapporto non è tanto “se” la usano, ma come. L’adozione oggi ruota soprattutto attorno a compiti di tipo linguistico e documentale. In cima ci sono generazione e revisione di testi (citata dal 57,8%) e ricerca normativa, giurisprudenziale o contrattuale (52,1%). Subito dietro compaiono attività altrettanto tipiche della scrivania professionale: traduzione (38,1%) e sintesi automatica di documenti (36,3%).

È un uso che ha una logica: questi strumenti diventano “moltiplicatori” di produttività in tutte le fasi preparatorie del lavoro — bozze, riassunti, prime versioni, schemi, raccolta di materiali — lasciando al professionista la responsabilità del controllo finale. Non a caso, nel Rapporto l’ia viene inquadrata soprattutto come supporto cognitivo più che come sostituto del processo.

Quando invece si entra nel territorio dell’automazione vera — integrazione nei gestionali, adempimenti, chatbot verso il cliente, programmazione — l’adozione si assottiglia. Le percentuali qui restano basse: il Rapporto registra quote sotto il 10% su diverse voci legate all’automazione di attività ripetitive e alla gestione amministrativa, e ancora più ridotte su chatbot e programmazione. Il segnale è chiaro: nella maggior parte degli studi l’ia non è ancora “infrastruttura”, ma resta uno strumento usato a valle, spesso fuori dai sistemi core.

Chatgpt domina, gli altri inseguono

Sul fronte degli strumenti, il Rapporto segnala una dinamica simile a quella vista in molti altri contesti: prevalgono le piattaforme di ia generativa generaliste. Chatgpt risulta citato dalla quasi totalità degli utilizzatori, mentre Gemini, Copilot e Perplexity compaiono come alternative ma con un peso più contenuto. Accanto a questi, emergono soluzioni integrate in piattaforme o prodotti già usati dagli studi, ma il baricentro resta sulle interfacce “conversazionali” facilmente accessibili.

Perché una minoranza dei professionisti resta fuori dall’AI: più competenze che costi

La quota di non utilizzatori non è marginale, e il Rapporto chiarisce che il freno principale non è economico. La motivazione più frequente è la mancanza di conoscenza applicativa: tra chi non usa l’ia, il 56% dice di non conoscerne bene le potenzialità nel proprio lavoro. Seguono motivazioni culturali e organizzative, come la preferenza per metodi tradizionali (38,9%). Più indietro — ma tutt’altro che irrilevanti — arrivano i timori su privacy e sicurezza dei dati (17,6%). I costi sono citati molto meno (4,7%). In altre parole, il problema oggi sembra essere soprattutto “come la integro e con quali regole”, non “quanto mi costa”.

Dentro gli studi: la frattura tra titolari e dipendenti

Un ultimo elemento racconta qualcosa dell’organizzazione interna: i dipendenti degli studi dichiarano un uso frequente dell’ia più basso rispetto ai liberi professionisti nel complesso. Nel Rapporto, tra i dipendenti l’uso frequente è al 39,8%, ma sale tra i quadri fino al 67,4%; il personale amministrativo e di segreteria resta più indietro (35,7%).

È un dato che può essere letto in due modi: da un lato segnala che l’adozione passa spesso dalle figure più qualificate; dall’altro suggerisce che in molti studi manca ancora una strategia di diffusione e formazione trasversale, che trasformi lo strumento in una competenza condivisa e non in un uso individuale.

AI e liberi professionisti: che cosa osservare adesso

Il quadro che emerge dal Rapporto è quello di una transizione già avviata ma ancora “leggera”: l’AI è usata soprattutto per accelerare pezzi di lavoro che ruotano attorno a testi e ricerca, mentre l’integrazione nei processi, nei gestionali e nei servizi al cliente resta limitata.

La domanda, da qui in avanti, non è più se l’adozione crescerà — i numeri dicono che la direzione è quella — ma in che misura gli studi riusciranno a trasformare un uso occasionale in procedure, regole e competenze, soprattutto dove entrano in gioco dati sensibili e responsabilità professionali.

Nei grandi studi comparativi su ia generativa e lavoro, il punto ricorrente è che i guadagni iniziali arrivano quando l’ia viene usata come “assistente” (testi, sintesi, ricerca), ma i benefici più stabili e scalabili emergono quando l’adozione diventa organizzativa: procedure, dati, controllo qualità, formazione, responsabilità.

Un rapporto Ocse del 2025, centrato sugli effetti della generative ai su produttività e innovazione, insiste proprio su questo passaggio: la tecnologia può aumentare l’efficienza nel breve periodo, ma per trasformare quell’aumento in produttività “vera” le imprese devono adattare organizzazione, processi e strategie. È, in sostanza, la definizione di integrazione.

Lo stesso tema ritorna, con un’altra angolatura, nel Future of Jobs Report 2025 del World Economic Forum. Nelle risposte dei grandi datori di lavoro globali, l’ia non è descritta come un singolo strumento da introdurre, ma come un driver che impone scelte su flussi di lavoro e competenze: chi investe in formazione e ridisegno dei processi tende a considerare l’adozione più sostenibile nel tempo rispetto a chi si limita a sperimentazioni individuali.

Sul lato “mercato”, i dati delle survey internazionali aiutano a capire perché l’integrazione sia lo spartiacque anche per le professioni.

McKinsey segnala che l’adozione della generative ai sta accelerando e che una parte delle organizzazioni dichiara già valore generato, ma mette anche l’accento sull’aumento delle pratiche di gestione del rischio (per esempio l’inaccuratezza) man mano che l’uso si sposta verso contesti operativi. Tradotto: quando l’AI entra nei processi, servono regole e controlli, non solo entusiasmo. .

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