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Come restare rilevanti nell’era dell’AI: la sfida per i leader



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L’autonomia di team e AI Agents ridefinisce il ruolo dei leader. Dall’esempio di Supercell agli studi legali che adottano intelligenza artificiale, emerge la necessità di progettare consapevolmente spazi di rilevanza umana per non diventare superflui

Pubblicato il 12 nov 2025

Tomas Barazza

founder della tech company Wethod



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L’autonomia nel lavoro, introdotta dall’intelligenza artificiale, ridisegna ruoli e competenze: la sfida per leader e organizzazioni è, quindi, quella di restare rilevanti. Non basta delegare o automatizzare: serve progettare consapevolmente spazi di responsabilità, fiducia e apprendimento condiviso.

La paura dell’irrilevanza: quando l’autonomia ci rende superflui

L’autonomia seduce, ma al tempo stesso spaventa. E quello che causa maggiore timore sembra essere proprio il momento in cui ci accorgiamo che ciò che prima era dipendente da noi, e con grande sforzo abbiamo reso indipendente, funziona anche senza di noi – si tratti dei nostri figli, i colleghi del nostro team o gli AI Agents che sempre più stanno prendendo piede nel mondo del lavoro. In quel momento di presa di coscienza, il senso di utilità può vacillare, e con esso la percezione del nostro ruolo.

Si tratta di una riflessione che attraversa sia la vita personale che quella professionale, e che oggi – nell’era dell’intelligenza artificiale sempre più autonoma, che cambia le dinamiche del lavoro e il ruolo dell’essere umano – assume una rilevanza nuova. Per questo si può affermare che l’autonomia è un progetto di design, perché se non definiamo consapevolmente dove sta e deve rimanere la nostra utilità, rischiamo che la libertà altrui ci renda irrilevanti.

Le contraddizioni della leadership autonoma

Promuovere l’autonomia nelle organizzazioni è un obiettivo condiviso da molti team leader, negli ambiti di lavoro più disparati. L’obiettivo è lasciare gradualmente sempre più libertà decisionale a ciascuna risorsa, intervenendo solo all’occorrenza: non per disimpegno, ma per favorire la crescita.

È una scelta che porta soddisfazione, ma anche qualche contraddizione: da un lato la fatica diminuisce, ma al tempo stesso può ridursi il senso di soddisfazione personale. Sappiamo che concedere maggiori libertà e responsabilità è la strada giusta da intraprendere, ma una parte di noi avrebbe desiderato prendere parte a un particolare progetto, e di conseguenza viviamo una sorta di “sindrome dell’impostore” nel sapere che il nostro contributo non è stato fondamentale per i successi che ha ottenuto il team (che si è dimostrato abbastanza autonomo da saper gestire tutto da solo, al meglio).

Quali sono quindi le leve su cui puntare per generare un’autonomia che funzioni e porti valore all’ambiente lavorativo? In primis, selezionare attentamente le persone che entrano a far parte dell’ecosistema-azienda, allineare tutte le risorse a cultura e obiettivi dell’organizzazione, gestire alcune dinamiche chiave con lungimiranza. Grazie a tali accorgimenti c’è una maggiore probabilità che il clima in azienda favorisca una buona riuscita del processo di “autonomizzazione” dei team. Non solo: quando le condizioni lo permettono, un bravo team leader dovrebbe sapere quando fare un passo indietro! È un po’ come essere un autista in modalità autopilota: il meccanismo funziona da solo, ne siamo consapevoli e osserviamo il tutto procedere per il meglio, controllando talvolta l’andamento e intervenendo per correggere la rotta quando serve.

Il modello Supercell: autonomia progettata per l’eccellenza

Volendo guardare un esempio concreto, possiamo considerare il modello di Supercell (famosissima azienda finlandese produttrice di videogiochi per dispositivi mobili), il cui CEO Ilkka Paananen ha dichiarato di voler diventare il “CEO meno potente al mondo” [1] – affermazione giunta come conseguenza della totale autonomia delle cellule interne dell’azienda. Infatti, all’interno dell’azienda i piccoli team agiscono come startup indipendenti: prendono decisioni, abbandonano progetti che (secondo il loro giudizio) non funzionano e operano secondo standard elevatissimi, con ambizione e bilanciando rischi e opportunità. Questo livello di libertà ha prodotto risultati straordinari, portando l’azienda a valere oltre 10 miliardi di dollari nel 2016 [2], ma ciò è stato possibile solo in virtù di una costruzione culturale interna estremamente attenta, selezionando persone con le qualità umane adatte, puntando su fiducia e trasparenza, e garantendo che gli obiettivi fossero allineati. L’autonomia senza preparazione diventa rischio, ma quando è ben progettata, diventa produttività e innovazione.

Oltre l’automazione: quando gli AI Agents pensano

Il discorso si complica quando parliamo di agenti intelligenti, o AI Agents. Questi “lavoratori digitali instancabili” non si limitano a eseguire compiti ripetitivi (in questo caso, l’adozione delle nuove tecnologie è sempre apparsa come auspicabile): dal momento in cui ricevono una missione, sono in grado di muovere autonomamente i passi per raggiungere l’obiettivo prefissato, definendo fasi di lavoro, ragionamento ed esecuzione – possono condurre ricerche, unire informazioni, produrre analisi complesse e, in alcuni casi, sostituire attività che un tempo richiedevano esperienza umana. Il confine tra supporto e sostituzione diventa quindi sottile.

Dal momento in cui gli agenti iniziano a muoversi nei campi della conoscenza e della creatività, affiancando o sostituendo i cosiddetti “knowledge workers”, lo scenario si modifica in modo profondo. È proprio nel passaggio da un ruolo puramente operativo a uno capace di incidere sulle funzioni a più alto contenuto intellettuale – e quindi nella concessione di una maggiore autonomia agli AI Agents – che si gioca la vera sfida del lavoro di domani.

Apprendimento e formazione nell’era degli agenti intelligenti

È una rivoluzione silenziosa che è già entrata nella vita lavorativa di team umani in molte aziende, facendo passi avanti significativi in ottica di produttività: un programmatore oggi può limitarsi a dirigere una flotta di agenti che scrivono codice al suo posto, un giornalista a utilizzare agenti come base di ragionamento, un avvocato a delegare compiti precedentemente formativi.

A tal proposito, fa riflettere il caso dello studio legale Allen & Overy (uno dei cinque studi legali più prestigiosi del Regno Unito) che ha adottato Harvey AI, sistema di intelligenza artificiale pensato proprio per l’utilizzo in ambito legale, in supporto di oltre 3500 avvocati della law firm [3]. Possiamo chiederci se operazioni similari non comportino automaticamente un cambio radicale per il lavoro dei junior: l’apprendimento tradizionale rischia di saltare in quanto sostituito dalla velocità ed efficienza delle nuove tecnologie, e con esso la costruzione delle competenze che dovrebbero formare i senior di domani.

Come comportarsi nell’eventualità che si verifichi lo scenario per cui non si assumono più figure junior, delegando il loro lavoro agli agenti di IA? Come potranno fare esperienza i giovani che entrano nel mondo del lavoro? Resta fondamentale il concetto di apprendimento intenzionale. L’efficienza offerta dagli agenti intelligenti è straordinaria, ma non sostituisce l’esperienza che deriva dall’errore umano e dalla pratica quotidiana. L’entry level deve dunque evolversi, facendo iniziare l’apprendimento prima, a scuola o in ambienti formativi più avanzati, per preparare i giovani a manipolare strumenti digitali potenti senza perdere il contatto con la comprensione profonda del lavoro.

La nuova leadership: architetti di sistemi autonomi

In questo contesto, è chiaro che anche la leadership cambia: non si tratta più di controllare ogni dettaglio, ma di progettare sistemi in cui autonomia e responsabilità coesistono. Significa stabilire standard che liberano anziché imbrigliare, concedere il diritto di fermarsi per proteggere la qualità del lavoro, definire “API” tra team, promuovere apprendistati intenzionali anche nell’era AI e prevenire lock-in cognitivi o organizzativi. È un equilibrio delicato, che possiamo paragonare a quello che si trova nel guidare i propri figli o team umani: si lascia autonomia, ma si mantiene un meccanismo di garanzia che protegge l’integrità del sistema.

Progettare l’autonomia per restare rilevanti

In sintesi, l’autonomia non è una sfida da affrontare una tantum: è un progetto continuo di design, applicabile tanto a persone quanto ad agenti digitali. E il leader si posiziona come “meccanismo di garanzia” che il sistema continui a funzionare, progettando una cultura aziendale in cui l’autonomia possa prosperare attraverso protocolli allineati e regole comuni a tutte e tutti. Rimanere rilevanti in questo scenario significa capire quali spazi restano di nostra responsabilità, quali abilità dobbiamo preservare e quali strumenti dobbiamo mettere a disposizione di chi lavora con noi, umano o digitale che sia. Per chi opera in agenzia (ma non solo) il messaggio è chiaro: progettare l’autonomia è progettare la nostra stessa rilevanza, oggi e domani.

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