AI e dati personali

Digital Omnibus, come preparare l’azienda alle nuove regole su AI e dati



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Il Digital Omnibus ridisegna l’incrocio tra AI Act e GDPR, modificando tempi, tutele e uso dei dati personali. Le imprese possono anticipare l’adeguamento mappando i sistemi AI, verificando i fornitori, tracciando i dati e aggiornando registri e valutazioni d’impatto integrate

Pubblicato il 14 set 2026

Giulia Villani

Consulente Privacy Alavie



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La velocità con cui l’intelligenza artificiale è entrata nei processi aziendali ha colto di sorpresa molti, legislatori europei compresi. Il risultato? Elefantiasi normativa.

Chi oggi sviluppa, integra o semplicemente utilizza sistemi di IA si trova a navigare su un terreno normativo in fortissima e continua evoluzione. L’Unione Europea sta ridisegnando le regole del gioco attraverso un mosaico complesso, cercando il difficile equilibrio tra la spinta all’innovazione tecnologica e la tutela ferrea dei diritti fondamentali degli individui.

Il Digital Omnibus e le nuove tempistiche dell’AI Act

Il pacchetto del Digital Omnibus sta introducendo cambiamenti significativi sulle modalità con cui l’intelligenza artificiale può trattare i dati personali, intersecandosi in modo inestricabile con le disposizioni dell’AI Act.

Su tal fronte, il recente accordo provvisorio raggiunto tra Consiglio e Parlamento Europeo ha introdotto novità cruciali, ridefinendo le agende dei team legali e IT:

  • Rinvio strategico delle scadenze: tra gli adeguamenti richiesti, alcuni sono stati posticipati perlopiù entro un arco compreso tra i 12 ed i 16 mesi rispetto a quanto previsto originariamente dall’AI Act. Questo cuscinetto temporale concede alle organizzazioni un margine di respiro più ampio per implementare i gravosi requisiti tecnici e organizzativi richiesti, evitando di tradursi in immobilismo.
  • Tutela rafforzata dei dati particolari (ex sensibili): sono state introdotte nuove tutele stringenti per l’utilizzo di categorie particolari di dati, ponendo un freno normativo ai potenziali abusi, alle profilazioni occulte e alle discriminazioni algoritmiche. A tal proposito l’utilizzo di questi dati sarà permesso per le attività di bias detection e mitigation. Significa che i provider potranno far elaborare all’IA dati particolari per “insegnare” al modello a non essere discriminatorio, estendendo persino la deroga oltre i soli sistemi ad alto rischio, purché i dati vengano cancellati o neutralizzati al termine.

Il nodo del GDPR: il perenne conflitto tra “fame di dati” e minimizzazione

Se sull’AI Act la strada sembra tracciata verso un approccio basato sul rischio, come in tutta la regolamentazione in tema di compliance, sul fronte della protezione dei dati la situazione è decisamente più incerta. Attualmente è in fase di stallo una proposta di modifica al GDPR che tenta di sanare il conflitto intrinseco tra la “fame di dati” necessaria per addestrare i modelli di IA e il principio di minimizzazione alla base della privacy europea.

I punti chiave della proposta, altamente controversi pensando alla ratio e alle tutele di nuova generazione offerte dal GDPR, includono:

  1. Il “legittimo interesse” come base giuridica: la spinta per riconoscere formalmente il legittimo interesse del titolare come base legale sufficiente per fare web scraping e addestrare i sistemi di IA, bypassando lo scoglio del consenso esplicito dell’interessato.
  2. Restrizione della definizione di “dato personale”: una potenziale e discussa ridefinizione in senso restrittivo di cosa costituisca un dato personale, per escludere alcune tipologie di informazioni anche solo pseudo-anonimizzate dal raggio d’azione del Regolamento. Queste direzioni hanno sollevato fortissime riserve da parte dei Garanti europei. Il loro timore è chiaro: tali modifiche rischiano di abbassare drasticamente il livello di tutela dei cittadini europei, creando scappatoie legali per l’estrazione massiva e incontrollata di dati, rendendo di fatto impossibile per gli utenti esercitare il diritto di opposizione (opt-out) o di cancellazione.

L’impatto operativo: cosa cambia oggi per professionisti ed aziende

Queste evoluzioni normative non sono dibattiti teorici. Le ricadute sulle operazioni aziendali saranno certamente profonde:

  • Revisione del fondamento legale: se il legittimo interesse verrà confermato (o osteggiato) per il training dei modelli, le aziende dovranno rimappare le basi giuridiche dei propri database. Utilizzare dati raccolti per finalità di esecuzione del contratto oppure marketing per addestrare un algoritmo di predizione, ad esempio, richiede un’attenta valutazione di compatibilità.
  • Informative privacy “algoritmiche”: il principio di trasparenza sarà da applicarsi in modalità molto più dettagliata. Gli utenti interessati dovranno capire non solo quali dati vengono raccolti anche per queste nuove finalità (sempre da dichiararsi), ma la logica del loro funzionamento: come l’IA li elabora e quali conseguenze produce (es. logiche di decisione automatizzata, modalità di “ragionamento” dell’IA allenata).
  • Valutazioni d’impatto integrate: sarà necessario fondere le tradizionali DPIA previste dal GDPR con le valutazioni sui diritti fondamentali richieste dall’AI Act. Il focus si allarga dalla sola privacy ai rischi legati a bias cognitivi, sicurezza informatica del modello e necessità di supervisione umana (human-in-the-loop).

La check-list per muoversi d’anticipo

Attendere passivamente la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei testi normativi definitivi rappresenta un rischio di non conformità che può bloccare lo sviluppo del business.

Ecco 4 azioni pratiche da implementare fin da ora per trasformare l’adeguamento da mero costo a vantaggio competitivo:

  1. Creare un “inventario” dei sistemi di IA (AI Mapping): mappare esattamente dove, come e perché l’azienda utilizza o sta sviluppando algoritmi di machine learning e IA generativa, classificandoli in base al livello di rischio (inaccettabile, alto, limitato, minimo) secondo i canoni previsti dall’AI Act.
  1. Due diligence “robusta” sui fornitori: condurre una due diligence importante sui propri fornitori di servizi di intelligenza artificiale significa superare la semplice accettazione dei termini di servizio standard per analizzare i Data Processing Agreement (DPA) e le clausole contrattuali, coinvolgendo direttamente i dipartimenti legali e di sicurezza IT. L’obiettivo primario di questo assessment è scongiurare il rischio di esposizione delle informazioni o violazione della proprietà intellettuale, verificando in modo inequivocabile che il provider (come OpenAI, Microsoft o Google) non sia autorizzato a utilizzare i prompt, i documenti interni o i dati particolari immessi dagli utenti per il riaddestramento o il fine-tuning dei propri modelli linguistici globali. Spesso, questo livello di isolamento dei dati – fondamentale per garantire la conformità al GDPR e tutelare il segreto industriale – non è garantito nelle versioni gratuite e pubbliche dei servizi, ma richiede la negoziazione di accordi specifici o la sottoscrizione di licenze di livello Enterprise; queste ultime offrono tipicamente opzioni di opt-out esplicite, ambienti cloud dedicati o policy di “zero data retention“, elementi imprescindibili per permettere all’azienda di sfruttare i vantaggi dell’IA generativa mantenendo il totale e sicuro controllo sul proprio patrimonio informativo.
  1. Prassi di Data lineage e data cleansing: presidiare i processi di data lineage e data cleansing è un passaggio obbligato per garantire che i modelli di intelligenza artificiale aziendali vengano addestrati su basi informative sicure e di alta qualità. La data lineage permette di mappare l’intero ciclo di vita dell’informazione, tracciandone l’origine esatta, le trasformazioni subite e i flussi interni, assicurando in questo modo la totale trasparenza e l’affidabilità degli input forniti agli algoritmi. Parallelamente, il data cleansing dei dataset storici risulta essenziale per mitigare i rischi di conformità normativa, in primis il GDPR: questa fase richiede l’eliminazione sistematica e chirurgica di dati personali ridondanti o non più necessari alla specifica finalità, abbinata all’implementazione di tecniche di anonimizzazione o pseudonimizzazione. Solamente depurando gli archivi aziendali da informazioni non pertinenti, si prevengono le violazioni della privacy e si riduce il rischio di generare distorsioni nei risultati dell’IA. Non sottovalutiamo inoltre i benefit che queste prassi virtuose possono avere agli occhi di un professionista: in sede di due diligence per operazioni straordinarie (M&A) o per l’accesso a linee di credito, un database certificato, “pulito” e conforme alle normative accresce sensibilmente il valore patrimoniale intangibile dell’azienda.
  1. Aggiornamento dei Registri (Art. 30 GDPR): l’aggiornamento tempestivo del Registro delle attività di trattamento, come previsto dall’Art. 30 del GDPR, rappresenta un adempimento cruciale e non rimandabile nel momento in cui un’azienda introduce sistemi di intelligenza artificiale nei propri processi. Questa integrazione non deve limitarsi a una menzione generica, ma richiede una mappatura di dettaglio delle nuove finalità per cui i dati personali vengono raccolti, elaborati o generati dall’algoritmo. È necessario documentare con precisione le categorie di dati che alimentano i modelli, la base giuridica specifica che legittima il nuovo trattamento (come il consenso esplicito o il legittimo interesse, staremo a vedere!), i flussi di trasferimento dei dati verso eventuali fornitori terzi, i tempi di conservazione degli input e degli output, e l’eventuale presenza di processi decisionali interamente automatizzati. Mantenere questo registro costantemente aggiornato non costituisce soltanto una difesa formale per evitare pesanti sanzioni in caso di ispezioni da parte del Garante della Privacy, ma incarna l’essenza stessa del principio di accountability, obbligando l’organizzazione a rendicontare proattivamente l’impatto dell’IA e a dimostrare la solidità delle misure di sicurezza adottate a tutela dei diritti degli interessati.

Arrivare pronti al traguardo del 2027 richiede tempo. Muoversi oggi con questi accorgimenti strategici significa mettersi al riparo da pesanti sanzioni future e, soprattutto, potersi presentare sul mercato come uno studio ed un’azienda etica, trasparente e affidabile nell’era dell’algoritmo.

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