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Direttore responsabile Alessandro Longo

EY

I 5 rischi del piano Industry del Governo

di Enrico Terenzoni, EY Med Manifacuring Leader e Andrea Paliani, EY Managing Partner Advisory Services, Mediterranean Region

26 Set 2016

26 settembre 2016

Secondo EY, ci sono sfide (e opportunità) da cogliere in un modello tutto italiano di trasformazione industriale. Molte le incognite, in questo tsunami digitale che bisogna governare, in un Paese molto (troppo) articolato

La tecnologia digitale, dopo aver rivoluzionato negli ultimi 9.000 giorni – ovvero dalla nascita della Rete – la modalità con la quale si comunica tra persone e si scambiano idee, informazioni e servizi, entra finalmente nella profondità del tessuto industriale.

La fabbrica si connette direttamente ai clienti, ai fornitori e ai partner di servizi e collega tra loro i propri processi interni e i propri macchinari, rendendoli più efficienti, ma soprattutto in grado di interagire direttamente con l’esterno.

Internet diventa IIoT (Industrial Internet of Things) e permette alle macchine di interagire tra loro  senza che l’uomo debba intervenire. Questo processo, inoltre, genera “apprendimento” negli algoritmi che governano le macchine e  migliora costantemente le performance.

Come ogni rivoluzione che si rispetti, “non è un pranzo di gala”, come diceva Mao Zedong, bensì un momento di drammatica discontinuità. Una discontinuità nella quale verranno polarizzate le componenti del sistema economico: le aziende che coglieranno per prime le opportunità e sapranno ripensare il proprio modello di business genereranno un vantaggio competitivo tale da mettere fuori gioco quelle che rimarranno legate ai vecchi paradigmi.

Questo fenomeno, però, avrà un impatto differente nelle diverse economie mondiali a seconda del modello economico, industriale, sociale e culturale che le caratterizzano

Paesi come la Germania, con una consolidata leadership industriale in settori cardine (automotive, macchinari industriali, elettronica e software) divengono naturalmente le capofila di questa rivoluzione, definendo gli standard, i linguaggi e i livelli di performance di intere filiere. Lo spirito di coesione che da sempre unisce istituzioni, università, centri di ricerca, industria e scuole tecniche ha accelerato ulteriormente questa leadership.

Nell’Italia caratterizzata dai 1000 campanili e dell’assenza di grandi gruppi industriali in grado di far crescere attorno ad essi filiere innovative, l’approccio a Industry 4.0 dovrà necessariamente essere articolato e diffuso.

Le iniziative presentate dal Governo il 21 settembre, a nostro avviso, vanno nella corretta direzione, differente da quella dei Paesi che hanno già affrontato questo tema. La quantità di risorse messe a disposizione dimostrano, inoltre, la rilevanza e l’urgenza della manovra. Evidentemente, i finanziamenti non bastano: serve soprattutto una progettualità convinta e strutturata dei nostri imprenditori.

Il digitale, prima ancora di entrare in fabbrica, ha già fatto nella sua breve storia un’infinità di vittime tra le aziende industriali, soprattutto quelle che producevano prodotti ormai i sostituiti dalla nuova tecnologia, così come quelle  che non hanno saputo tenere il passo con la velocità che il digitale ha imposto.

Inevitabilmente la dura legge digitale continuerà la sua opera di “distruzione creatrice” anche in Italia, in un tessuto industriale che ha già perso circa un milione di dipendenti dei cinque milioni che aveva nel 2000.

Cinque sono, secondo noi, i rischi e le opportunità più rilevanti:

1.       Indirizzare correttamente gli investimenti – cultura digitale

L’Italia è uno dei Paesi europei con il più vecchio parco impianti. Gli imprenditori, nei difficili anni passati, hanno ridotto drammaticamente gli investimenti produttivi e hanno rimandato gli investimenti in macchinari e automazione. Oggi è il momento di giocare la nostra partita a livello mondiale e pensare finalmente a medio-lungo termine. Il rischio è che senza una visione strategica e una conoscenza delle reali opportunità tecnologiche si disperdano le risorse per l’innovazione, specie nelle medie aziende familiari con bassi livelli di cultura digitale.

2.       Innovare costantemente il modello di business

L’Industry 4.0 e l’Industrial Internet of Things consentono non solo di recuperare efficienza e flessibilità, ma anche di apprendere più rapidamente le logiche competitive e di sviluppare prodotti e servizi che valorizzano il proprio modello di business. Non basta applicare sensori alle proprie linee di produzione, ma occorre ripensare costantemente in logica “zero based thinking” i propri processi e il proprio modello business. Oggi è questo il miglior approccio per valorizzare le opportunità offerte dal digitale.

3.       Realizzare la “personalizzazione di massa”

Probabilmente la principale causa del declino dell’industria occidentale è derivata dalla “commoditizzazione” dei propri prodotti. La globalizzazione spostando la produzione in Paesi a basso costo del lavoro ha generato un’offerta di prodotti caratterizzati unicamente dalla propria funzione d’uso e dunque dal prezzo. Industry 4.0 e l’Industrial Internet of Things consentono di recuperare la possibilità di creare a livello industriale prodotti personalizzati, che dunque acquisiscono un valore maggiore per il consumatore. Questo è nel contempo un rischio per il sistema Italia, le cui aziende da sempre sono state caratterizzate da una forte flessibilità e da una capacità di personalizzare rapidamente i propri prodotti. La possibilità di “fare in digitale” in qualunque altro Paese quello che la creatività italiana ha sempre permesso di realizzare a livello analogico è un rischio che le nostre aziende devono intercettare, adottando per prime le tecnologie digitali.

4.       Trasformare Distretti e Filiere in meta-aziende

Il sistema industriale italiano è basato su distretti e filiere formati da piccole e medie aziende, spesso contraddistinti da diffidenze e rivalità locali. La tecnologia digitale sarebbe in grado di connettere queste aziende, permettendo di gestire i processi in maniera da ottimizzare asset e competenze presenti e di generare servizi condivisi tali da rendere più competitivo il distretto stesso. Ad oggi non esistono reali interlocutori con i quali sviluppare un simile progetto, ma la rilevanza e l’impatto che simili iniziative potrebbero generare, valgono uno sforzo di creatività.

5.       Immaginare un nuovo rapporto persona – azienda

Pensare alla trasformazione che abbiamo prima descritto e ai vincoli “novecenteschi” degli attuali contratti di lavoro è davvero un esercizio che ci porta inevitabilmente a dover ripensare al rapporto Persona-Azienda. Investire in una fabbrica “4.0”, flessibile e interconnessa, mantenendo immutato un contratto di lavoro basato su declaratorie e strutture rigide è qualcosa di difficile da proporre.

La tecnologia (e soprattutto la cultura delle nuove generazioni) è già predisposta ad un mondo che non concepisce i confini e le classificazioni del secolo scorso. E’ altrettanto evidente che le attività e i processi a basso valore aggiunto saranno i primi ad essere messi in discussione nel nuovo modello.

La vera sfida che dobbiamo porci sarà, piuttosto, quella di intercettare le professionalità emergenti in un mondo 4.0 per aiutare le nuove generazioni ad avere un ruolo propulsivo in questa rivoluzione.

 

Industry 4.0 rappresenta,probabilmente, l’ultima chiamata per riformulare il ruolo che l’industria occidentale può giocare nella competizione globale. Purtroppo lo “tsunami digitale” ha tempi e logiche che difficilmente riusciamo a governare. Siamo in una “terra incognita” tutta da esplorare e, soprattutto, colonizzare.

 

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