strategia

AI gratis per tutti: così la Corea costruisce la sua sovranità tecnologica


Indirizzo copiato

La Corea del Sud usa l’accesso gratuito all’AI per creare domanda interna, rafforzare i modelli nazionali e ridurre la dipendenza dalle piattaforme straniere. Una strategia industriale che interroga l’Europa sul rapporto tra infrastrutture, mercato e sovranità tecnologica nell’uso quotidiano dell’AI

Pubblicato il 8 set 2026

Luigi Gambardella

esperto di politiche del digitale



AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti
sovranità AI Corea del Sud




La Corea del Sud ha deciso di offrire gratuitamente servizi di intelligenza artificiale a tutti i cittadini, ma sarebbe riduttivo leggere questa scelta come una nuova forma di welfare digitale, perché ChatGPT, Gemini e altri servizi offrono già versioni gratuite.

La vera novità sta nel fatto che Seoul vuole utilizzare la domanda di milioni di cittadini per costruire un mercato nazionale dell’intelligenza artificiale, rafforzare i propri modelli e ridurre la dipendenza dalle piattaforme straniere.

È questo l’aspetto più interessante del progetto AI for All, lanciato dal governo sudcoreano e destinato a entrare pienamente in funzione entro la fine del 2026. I tre consorzi selezionati sono guidati da SK Telecom, KT e Kakao e dovranno utilizzare modelli coreani per almeno il 50 per cento dei loro sistemi. Il consorzio Kakao, per esempio, utilizzerà Kanana insieme a Exaone di LG AI Research, mentre gli altri operatori stanno sviluppando servizi che vanno dal chatbot generalista agli agenti capaci di ricercare informazioni, svolgere procedure amministrative e accompagnare l’utente fino all’esecuzione di determinate operazioni.

AI for All e la strategia della Corea del Sud

Questo requisito cambia la natura dell’iniziativa, perché il governo non sta semplicemente finanziando l’accesso a un chatbot, ma sta creando deliberatamente una grande base di utenti per l’industria nazionale dell’intelligenza artificiale. La nuova scarsità non riguarda più il semplice accesso a un servizio conversazionale, ma la qualità dei modelli, la capacità di calcolo, le funzioni avanzate e soprattutto gli agenti capaci non soltanto di rispondere, ma di agire per conto dell’utente.

È su questo terreno che si giocherà una parte importante della competizione tecnologica dei prossimi anni, e la Corea ha scelto di intervenire contemporaneamente sull’offerta, sostenendo infrastrutture e imprese nazionali, e sulla domanda, portando milioni di cittadini a utilizzare quei servizi.

Nel 2026 il governo mette inizialmente a disposizione dei tre consorzi 512 GPU Nvidia B200, mentre dal 2027 il progetto dovrebbe crescere sensibilmente, con un piano di spesa che prevede 250 miliardi di won all’anno fino al 2030, in larga parte destinati alla capacità di calcolo. L’obiettivo iniziale per la fine del 2026 è di circa 5 milioni di utenti attivi mensili.

La sovranità AI come politica industriale

Il costo pubblico è parte integrante della strategia, perché dimostra che Seoul considera la costruzione di una base nazionale di utilizzatori dell’intelligenza artificiale un investimento industriale. Secondo il Ministero della Scienza e dell’ICT, circa 23 milioni di persone, pari al 44,5 per cento della popolazione, utilizzano già servizi di AI generativa in Corea, ma una parte rilevante di questa domanda si concentra su piattaforme straniere. È precisamente questa dipendenza che il programma vuole ridurre.

La sovranità tecnologica, infatti, non si costruisce soltanto finanziando chi produce tecnologia, perché l’offerta da sola non basta se manca la domanda. Servono abbastanza utenti, utilizzo e mercato perché i modelli possano essere migliorati, trasformati in applicazioni e sostenuti da nuovi servizi. Milioni di persone che utilizzano quotidianamente piattaforme nazionali possono generare feedback, competenze, nuovi modelli di ricavo e opportunità per sviluppatori e imprese, trasformando una politica di sostegno all’AI in una politica industriale applicata alla domanda.

È proprio su questo punto che il confronto con l’Europa diventa più interessante.

Il confronto con l’Europa e le AI Factories

L’Europa non parte da zero, perché sta costruendo 19 AI Factories e ha lanciato il programma delle AI Gigafactories, con l’obiettivo di creare grandi infrastrutture per lo sviluppo e l’utilizzo di modelli avanzati. Sarebbe quindi troppo semplice sostenere che l’Unione si limita a regolamentare mentre gli altri investono.

Il problema è piuttosto che continua a mancare il collegamento tra queste infrastrutture e centinaia di milioni di cittadini europei. A questo si aggiunge un’altra asimmetria: la Corea dispone già di gruppi come Samsung, SK, LG, Kakao, Naver e KT, oltre a numerose imprese specializzate, e può quindi indirizzare la domanda pubblicamente sostenuta verso un’industria nazionale già articolata.

L’Europa ha alcuni attori importanti, a partire da Mistral, oltre a startup e centri di ricerca di eccellenza, ma non dispone ancora di una filiera comparabile per scala e presenza sul mercato consumer. Aspettare che emergano campioni europei sufficientemente grandi prima di creare il mercato rischia però di produrre l’effetto opposto, perché nel frattempo la domanda europea continuerà ad alimentare soprattutto piattaforme americane e asiatiche.

Perché non basta garantire un chatbot a ogni cittadino

Anche l’analogia con il vecchio servizio universale delle telecomunicazioni deve quindi essere utilizzata con cautela. In quel caso il problema era portare una connessione dove non esisteva; nell’intelligenza artificiale, invece, il punto non è garantire un chatbot a ogni cittadino, ma assicurare che l’Europa disponga di una propria capacità tecnologica accessibile su larga scala e sufficientemente competitiva da entrare nell’uso quotidiano di cittadini, imprese e pubbliche amministrazioni.

Su questo terreno Bruxelles potrebbe fare una scelta concreta. Entro la fine del 2026 gli Stati membri dovranno rendere disponibile ai cittadini il European Digital Identity Wallet, mentre l’Unione sta finanziando AI Factories e Gigafactories. Collegare queste infrastrutture consentirebbe di offrire attraverso il wallet europeo un livello di accesso a modelli e agenti sviluppati e ospitati in Europa, lasciando agli utenti la possibilità di scegliere tra diversi fornitori.

Non servirebbe costruire un “ChatGPT di Bruxelles”, né affidare alla Commissione il compito di scegliere un campione europeo. Si potrebbe invece utilizzare capacità di calcolo pubblicamente finanziata per sostenere diversi modelli e operatori, facendo della domanda dei cittadini uno strumento per far crescere l’offerta privata europea.

La lezione di Seoul per il prossimo decennio

Questa è forse la lezione più importante di Seoul, perché la competizione sull’intelligenza artificiale non sarà decisa soltanto nei laboratori che addestrano i modelli più potenti o nei data center che possiedono il maggior numero di GPU, ma anche dalla capacità di trasformare quei modelli in uno strumento quotidiano per decine di milioni di persone.

Nel prossimo decennio la vera dipendenza digitale potrebbe quindi non essere tra chi ha accesso all’intelligenza artificiale e chi non ce l’ha, perché quasi tutti potranno accedervi, ma tra chi utilizza ogni giorno un’intelligenza artificiale costruita all’interno del proprio sistema economico e chi, per lavorare, studiare, produrre e decidere, dipende interamente dagli ecosistemi degli altri.

La Corea ha già iniziato a prepararsi a quel mondo; l’Europa deve decidere se vuole continuare a costruire regole e infrastrutture separate oppure trasformarle finalmente in un sistema che cittadini e imprese possano usare ogni giorno.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x