l’analisi

Cloud, energia e AI: la sfida industriale e geopolitica dell’Europa



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Il cloud è divenuto infrastruttura strategica per dati e AI, dominata da pochi hyperscaler extra-UE. Data center energivori, lock-in e dipendenza tecnologica spingono le autorità globali a indagare il mercato e ripensare sovranità digitale, regole e politiche industriali pubbliche europee

Pubblicato il 18 feb 2026

Francesco Ricchi

OOPICC – Osservatorio di Proprietà Intellettuale, Concorrenza e comunicazioni



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Il cloud computing non è più soltanto una tecnologia abilitante, ma l’infrastruttura su cui si gioca una parte crescente della competizione economica e geopolitica globale.

Negli ultimi anni i servizi di cloud computing hanno assunto un ruolo sempre più centrale nell’economia digitale, trasformandosi da semplici strumenti di archiviazione e virtualizzazione dei processi aziendali a vere piattaforme essenziali per l’elaborazione avanzata di dati per lo sviluppo di sistemi di intelligenza artificiale generativa.

Cloud, AI e il nuovo ruolo del mercato cloud europeo

La rapidità con cui crescono i carichi di lavoro e l’intensità dell’innovazione tecnologica stanno esercitando una pressione senza precedenti sulle infrastrutture digitali, i data center[1], rendendo il cloud un fattore strategico che travalica la dimensione puramente tecnologica. In questo contesto, i data center non rispondono più soltanto a esigenze di capacità di calcolo, ma si collocano al centro di vincoli energetici, ambientali e territoriali sempre più stringenti.

Parallelamente, la forte concentrazione del mercato in capo a fornitori extra-UE ha portato il cloud al centro del dibattito sulla sovranità digitale europea. Le scelte di grandi gruppi industriali – come la decisione di Airbus di orientarsi verso soluzioni cloud europee – non riflettono solo valutazioni tecniche, ma indicano un mutamento più ampio di politica industriale: il controllo delle infrastrutture digitali è ormai percepito come un fattore di resilienza economica, sicurezza dei dati e autonomia strategica[2].

Non sorprende quindi che le autorità di concorrenza abbiano avviato numerose indagini sul funzionamento del mercato cloud, con particolare attenzione a concentrazione, pratiche contrattuali degli hyperscaler, mobilità dei clienti e interoperabilità dei servizi. Il cloud emerge così come uno spazio in cui tecnologia, concorrenza e governance pubblica si intrecciano in modo strutturale, ponendo interrogativi che nessuna giurisdizione può affrontare isolatamente.

Numeri, protagonisti e geografia del mercato cloud europeo

Il mercato servizi cloud continua a crescere a ritmi sostenuti, consolidandosi come infrastruttura portante per l’economia digitale. Nel terzo trimestre del 2025, la spesa mondiale per servizi infrastrutturali cloud (IaaS e PaaS) ha superato 106,9 miliardi di dollari, con una crescita su base annua dell’ordine del 25–30%[3]. Su base annua (c.d. “trailing twelve months”), gli investimenti globali nel cloud hanno superato i 390 miliardi di dollari, confermando la dimensione sistemica ormai raggiunta dal settore.

Quote di mercato e concentrazione degli hyperscaler

La struttura del mercato è fortemente concentrata. A livello globale, Amazon Web Services (con circa il 29–30% della quota di mercato) Microsoft Azure (20%) e Google Cloud (13%) detengono complessivamente circa il 63% del mercato, mentre altri provider come Alibaba Cloud, Oracle, IBM e Tencent mantengono quote complessivamente inferiori al 10%[4].

Dipendenza dell’Europa dai provider extra-UE

Anche in Europa la dinamica è analoga: nel 2025 la spesa per servizi cloud ha superato i 112 miliardi di dollari ma con quasi il 90% della capacità gestita da provider extra-UE[5]. Questo dato segnala una dipendenza strutturale che va oltre il semplice utilizzo di servizi esteri.

La centralità del cloud emerge anche dalla distribuzione dei carichi di lavoro (c.d. “workloads”). Secondo alcune stime, nel 2025 circa il 36% dei workload aziendali viene eseguito tramite piattaforme cloud esterne, una quota ormai comparabile a quella dei carichi ancora gestiti su infrastrutture on-premise[6]. Il cloud non è più una scelta marginale o sperimentale, ma la piattaforma principale su cui vengono eseguiti processi critici, con effetti diretti sull’organizzazione interna delle imprese e sulle loro strategie di lungo periodo.

Data center e carichi di lavoro tra Italia, Europa e mondo

Dal punto di vista infrastrutturale, il cloud poggia su una rete estesa di data center che ne costituisce la componente fisica essenziale del settore.

Mappa globale dei data center e leadership USA–UE

A livello globale, gli Stati Uniti ospitano oltre 5.400 data center (circa il 45% del totale mondiale), mentre in Europa se ne contano più di 3.300 unità, con Germania (529), Regno Unito (523), Francia (322) e Italia (168) a guidare la classifica[7].

Il caso italiano: potenza installata e scenari al 2035

In Italia, in particolare, i data center hanno una potenza installata complessiva di circa 513 MW, con una forte concentrazione in Lombardia e nell’area metropolitana di Milano che da sola assorbe quasi la metà della capacità nazionale. Le proiezioni di medio-lungo periodo indicano tuttavia un rapido incremento del fabbisogno infrastrutturale, segnalando che entro il 2035 la potenza richiesta dai data center in Italia potrebbe collocarsi in un intervallo compreso tra 2,3 e 4,6 GW, suggerendo il rischio di un crescente divario tra domanda di capacità di calcolo e offerta infrastrutturale disponibile.

Questa dinamica rafforza la natura strategica del cloud, la cui evoluzione dipende non solo da fattori di mercato ma anche da scelte di pianificazione territoriale, politiche energetiche e investimenti pubblici e privati[8].

Nel loro insieme, questi elementi confermano che il cloud rappresenta oggi un asset industriale di rilevanza globale e non più appannaggio di politiche nazionali[9]. Le decisioni degli hyperscaler e la distribuzione geografica dei data center incidono direttamente sulla competitività delle imprese, sulla resilienza dei sistemi digitali e sulle opzioni di politica industriale[10], ed è proprio in questo contesto che le autorità di concorrenza hanno iniziato a considerare il cloud come un mercato meritevole di attenzione prioritaria.

Le investigazioni europee sul mercato cloud

Negli ultimi anni numerose autorità di concorrenza hanno avviato indagini sul mercato dei servizi cloud, rivelando un quadro di preoccupazioni convergenti che oltrepassano i confini nazionali. Sebbene le basi normative differiscano tra Paesi, tutte le analisi partono da un presupposto condiviso: il cloud non è più un mercato tecnologico emergente, ma un’infrastruttura digitale essenziale, caratterizzata da barriere all’ingresso elevate e da dinamiche potenzialmente escludenti.

Il caso Regno Unito: CMA, SMS e poteri ex ante

Nel Regno Unito, la Competition and Markets Authority (CMA) ha esaminato in dettaglio le pratiche contrattuali degli hyperscaler, concentrandosi in particolare su clausole di lock-in[11], pratiche di pricing chiuso, restrizioni alla portabilità dei dati e limitazioni all’interoperabilità. Secondo la CMA, i principali hyperscaler rafforzano la propria posizione non solo attraverso economie di scala, ma anche aumentando i costi di switching per i clienti, ad esempio tramite egress fees[12] elevate[13].

Su questa base la CMA ha quindi utilizzato i nuovi poteri del Digital Markets, Competition and Consumers Act[14] per designare AWS e Microsoft Azure come strategic market status (c.d. SMS) attivando un regime di obblighi ex ante volto a migliorare la contendibilità del mercato.

Commissione europea, DMA e Data Act sul cloud

Un approccio analogo si riscontra nell’azione della Commissione europea[15], che ha affrontato il tema del cloud sia attraverso strumenti ex ante, come il Digital Markets Act[16], avviando nel novembre 2025 tre indagini esplorative[17]. Due mirano a valutare se i servizi di cloud computing di Amazon e Microsoft (AWS e Azure) possano e debbano essere designati come gatekeeper, anche in assenza del superamento delle soglie previste dal DMA[18], mentre la terza indagine valuterà se il DMA sia efficace nel contrastare pratiche che limitano competitività o sono sleali nel mercato del cloud.

L’attenzione si concentra su interoperabilità, portabilità dei dati e utilizzo incrociato delle informazioni, al fine di prevenire effetti di leveraging e self-preferencing[19]. Parallelamente, la Commissione ha richiamato il ruolo del Data Act[20] che introduce regole specifiche per facilitare il passaggio tra fornitori cloud, vietando – dal 2027 – tariffe di uscita e imponendo contratti che agevolino la migrazione[21].

Va segnalato, per importanza, il documento di sintesi pubblicato a gennaio 2026 dalla Commissione europea nell’ambito della prima revisione del Digital Markets Act, frutto della consultazione pubblica e del “call for evidence” lanciati a luglio 2025 per valutare l’efficacia generale del DMA.

Il documento mette in evidenza diffuse preoccupazioni per la competitività nei mercati cloud, insieme alle richieste, avanzate da imprese, associazioni di PMI e rappresentanti della società civile, di rafforzare le regole in materia di interoperabilità e portabilità dei dati. Alcuni stakeholder suggeriscono inoltre di ampliare il novero dei Core Platform Services includendo funzionalità legate al cloud e all’intelligenza artificiale, richiamando criticità analoghe a quelle emerse nelle market investigations[22].

La revisione del DMA valuterà quindi non solo se la normativa ha raggiunto i suoi obiettivi di equità e contestabilità dei mercati digitali, ma potrà indicare modifiche mirate, comprese eventuali estensioni sulle regole per cloud e intelligenza artificiale, con l’obiettivo di rafforzare la concorrenza e tutelare i clienti digitali nell’Unione europea.

Autorità nazionali e coordinamento con il quadro UE

A livello nazionale, autorità come l’ACM olandese[23] e l’Autorité de la concurrence francese[24] hanno studiato criticità simili, identificando – anch’esse – barriere tecniche e finanziarie al cambio provider, pratiche di bundling, squilibri nei rapporti contrattuali e altre dinamiche che rafforzano il posizionamento dei grandi operatori[25].

In misura diversa ma parallela, entrambe sottolineano la necessità di strumenti di enforcement tradizionali combinati con un coordinamento robusto con il quadro regolatorio europeo[26].

Da un altro punto di vista, questa consapevolezza genera però una critica ricorrente circa il fatto che l’azione della Commissione tende – ancora una volta – a inseguire piuttosto che anticipare i fenomeni di mercato: strumenti come il DMA e il Data Act vengono adattati a posteriori a realtà tecnologiche e commerciali già profondamente radicate e mutate, rischiando di essere strutturalmente in ritardo e possibilmente inefficaci rispetto alle dinamiche competitive globali.

Complessivamente, queste indagini mostrano che l’UE sta cercando di costruire un approccio integrato e proattivo per mantenere il mercato cloud aperto, competitivo, al contempo in grado di supportare l’adozione di nuove tecnologie intelligenti. Nonostante differenze di impostazione, c’è convergenza sulla consapevolezza dell’impatto sistemico del cloud sull’economia digitale nell’era dell’intelligenza artificiale.

Le indagini sul cloud nel resto del mondo

Le preoccupazioni sul mercato cloud non si limitano all’Europa: autorità di altre giurisdizioni stanno conducendo analisi analoghe.

Asia: JFTC e Korea FTC tra bundling e concentrazione

In Asia, la Japan Fair Trade Commission (JFTC) ha analizzato asimmetrie informative, pratiche di bundling, elevate tariffe di trasferimento e comportamenti di self-preferencing da parte degli hyperscaler[27]. Analogamente, anche la Korea Fair Trade Commission ha confermato elevati livelli di concentrazione nel mercato coreano, con AWS in posizione dominante, esprimendo preoccupazioni simili a quelle europee[28].

L’inchiesta brasiliana e la dimensione globale delle pratiche cloud

All’inizio del 2026 anche l’autorità brasiliana (CADE, Administrative Council for Economic Defense) ha aperto un’inchiesta su Microsoft, incentrata su pratiche di tethering tra software e servizi cloud e presunte discriminazioni contrattuali[29].

Un aspetto particolare dell’indagine brasiliana è l’affermazione che pratiche decise a livello globale possono giustificare un intervento locale, poiché impattanti anche su mercati distanti, sollevando una questione importante: se una politica di licensing o una prassi commerciale è definita globalmente, dove si situa il confine tra mercato geografico nazionale e mercato globale competitivo?

Nel loro insieme, queste iniziative mostrano come il cloud rappresenti oggi un terreno di sperimentazione per nuovi strumenti di regolazione della concorrenza. Le autorità non si limitano più a valutare singole condotte abusive, ma analizzano l’assetto strutturale del mercato, interrogandosi sulla sostenibilità di un modello fortemente concentrato in un contesto in cui il cloud costituisce la base infrastrutturale di accesso per l’innovazione digitale e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Pratiche restrittive e lock-in nel mercato cloud europeo

Sebbene molte indagini siano ancora in corso, le autorità hanno già individuato criticità sostanzialmente simili, riassunte di seguito:

(i) elevati costi di uscita (“egress fees”): fornitori cloud impongono tariffe molto alte per trasferire dati al di fuori della propria piattaforma. Questo rende proibitivamente costoso passare a un altro provider, rafforzando il lock-in del cliente. Ad esempio, l’OCSE rileva che queste egress fees sono spesso talmente superiori al costo reale da agire come una penalità di fatto per cambiare servizio[30]. Analoghe conclusioni sono state riportate dalla CMA e dalla Commissione europea[31];

(ii) barriere tecniche e architetture proprietarie: i grandi hyperscaler utilizzano tecnologie e formati di dati proprietari che impediscono l’interoperabilità tra piattaforme concorrenti. Ciò causa difficoltà tecniche e ulteriori costi elevati nel permettere agilmente la migrazione tra applicazioni e dati (con ulteriori effetti di lock-in). La Commissione UE ha aperto indagini proprio sugli “ostacoli all’interoperabilità”[32] tra servizi cloud, mentre la CMA segnala “architetture incompatibili” come fonte di lock-in. Anche la Korea FTC ha constatato che la “mancanza di interoperabilità” e i costi/tempi di migrazione rendono difficile lo switch tra provider[33];

(iii) clausole di licensing restrittive e tie-in software: molti operatori legano la fornitura cloud alla licenza del software proprietario (ad es. sistemi operativi, database, strumenti di produttività). La CMA osserva che Microsoft sfrutta la sua posizione nel software per favorire Azure rendendo difficoltoso eseguire carichi di lavoro con software Microsoft su AWS o Google. Pratiche come il divieto di “Bring Your Own License” o tariffe extra per licenze concorrenti ostacolano la migrazione. In generale, termini contrattuali non negoziabili sui software e self-preferencing (ad es. favorire i propri servizi di AI o PaaS integrati) sono stati contestati perché limitano la concorrenza;

(iv) bundling e tying di servizi cloud: i principali operatori offrono pacchetti integrati che combinano diversi livelli dell’offerta cloud (IaaS, PaaS e SaaS) o accoppiano i servizi cloud con prodotti complementari, quali software proprietari o servizi di intelligenza artificiale. Tali pratiche possono consentire di sfruttare una posizione di forza in un livello dell’offerta per estenderla ad altri livelli della catena del valore, riducendo la contendibilità del mercato. In questo contesto, la Commissione europea ha annunciato approfondimenti sulle pratiche di tying e bundling nel cloud, mentre la CMA ha rilevato che alcune politiche di licensing “promozionale” di Microsoft aumentano i costi per l’utilizzo dei propri software su infrastrutture cloud concorrenti;

(v) sconti e impegni di spesa a lungo termine: alcuni hyperscaler offrono sconti rilevanti subordinati alla sottoscrizione di impegni pluriennali o al raggiungimento di livelli minimi di spesa predefiniti. Tali meccanismi possono avere effetti escludenti, poiché incentivano la concentrazione della domanda su un unico operatore e rendono economicamente svantaggioso il ricorso a fornitori alternativi che offrono prezzi più competitivi. La FTC statunitense e la CMA britannica hanno rilevato che gli sconti legati a impegni minimi di spesa possono operare come incentivi di natura quasi esclusiva, penalizzando in particolare clienti di dimensioni ridotte e rafforzando il lock-in verso il fornitore “incumbent”[34]. Analogamente, l’ACM olandese ha analizzato programmi di cloud credits[35] di ampia portata (voucher iniziali per startup), osservando che tali strumenti possono distorcere la concorrenza a vantaggio degli hyperscaler[36].

(vi) opacità contrattuale e pratiche di pricing: i contratti nel settore cloud sono spesso caratterizzati da elevata complessità, scarsa negoziabilità e asimmetrie informative a favore del fornitore. La mancanza di trasparenza nelle condizioni economiche unita a modifiche unilaterali dei prezzi o a meccanismi di fatturazione poco chiari riduce la prevedibilità dei costi e accresce la dipendenza del cliente. In tal senso, la FTC[37] ha raccolto segnalazioni di startup relative a sistemi di billing opachi e variazioni tariffarie non anticipate, mentre la JFTC giapponese ha individuato la scarsa trasparenza contrattuale come uno dei principali fattori di rafforzamento del lock-in[38].

(vii) ostacoli alla portabilità dei dati: numerose piattaforme cloud limitano, sul piano tecnico o contrattuale, l’accesso e l’estrazione dei dati necessari alla migrazione, inclusi metadati, configurazioni e informazioni operative essenziali, e non offrono al contempo API standardizzate comuni tra le diverse piattaforme concorrenti. Secondo la Commissione europea, tali pratiche determinano forme di accesso “limitato o condizionato” ai dati dell’utente, ostacolando il passaggio a fornitori concorrenti e distorcendo il mercato[39]. Il Data Act dell’Unione europea affronta espressamente questa criticità, riconoscendo la portabilità dei dati come diritto e imponendo l’eliminazione degli ostacoli tecnici e contrattuali allo switching[40].

(viii) lock-in e squilibri economici nei rapporti contrattuali: alcune autorità hanno inoltre evidenziato forme di lock-in derivanti da vincoli economici sproporzionati o da clausole non negoziabili. L’Autorité de la concurrence francese ha descritto squilibri contrattuali strutturali, riconducibili a condizioni standard imposte unilateralmente e a programmi di “cloud credits” su larga scala, idonei a penalizzare fornitori di minori dimensioni e a rafforzare la dipendenza economica dei clienti[41].

Nel loro complesso, tali pratiche, innestate su una struttura di mercato fortemente concentrata (e spesso verticalmente integrata), concorrono a indebolire la pressione concorrenziale. Studi dell’OCSE ed analisi accademiche confermano che queste condotte operano come vere e proprie penalità concorrenziali per società e imprese di minori dimensioni e nuovi entranti[42].

Data center, AI e rischi strategici per l’Europa digitale

I carichi di lavoro dell’intelligenza artificiale (soprattutto training di modelli su vasta scala, applicazioni real-time e analisi di Big Data) stanno superando le capacità delle infrastrutture dati esistenti. L’aumento continuo di elaborazione dei dati richiede hardware con densità di potenza sempre maggiore; ciò comporta che molti data center attuali diventeranno tecnicamente inadeguati se non sottoposti a significativi upgrade tecnici[43].

Obsolescenza tecnica e sfida energetica dei data center

L’obsolescenza però non è solo hardware ma il risultato del ritmo con cui evolvono modelli di AI[44], che impone continui aggiornamenti infrastrutturali ed elevati costi crescenti di riconversione e pressioni sui margini operativi delle imprese[45].

A questo si aggiunge il tema energetico. I data center già rappresentano una quota rilevante di consumo dell’energia elettrica globale[46] e le proiezioni indicano un aumento significativo nei prossimi anni, con conseguenti pressioni sulle reti e sulle politiche climatiche[47].

In assenza di capacità elettriche dedicate o investimenti in rinnovabili, il risultato è un forte aumento delle emissioni di CO₂ (i data centers sono ancora alimentati per il 60% da fossili) e un grande impiego di risorse idriche per il raffreddamento[48]. Questo porta a una forte tensione tra l’espansione infrastrutturale e gli obiettivi di sostenibilità ambientale che si sono posti molti paesi[49].

Non a caso, la Commissione UE sta preparando un pacchetto di misure per l’efficienza energetica dei data center, che includerà strumenti come un’etichettatura volontaria o obbligatoria per classificare i consumi energetici e idrici e incentivi sull’adozione di soluzioni rinnovabili per queste infrastrutture[50].

Integrazione verticale, investimenti in AI e rischi di foreclosure

Dal punto di vista competitivo, tuttavia, il nodo cruciale non è solo quantitativo. Le architetture cloud degli hyperscaler integrano verticalmente infrastruttura, software proprietario e servizi avanzati, rafforzando la dipendenza economica dei clienti e innalzando ulteriormente le barriere all’ingresso, creando una sorta di “economia circolare” del calcolo; inoltre, investendo in startup di AI (vedi ad es. Nvidia che investe nella europea Mistral[51]) e gestendo interamente la filiera hardware-servizi, possono sostenere artificialmente una domanda di capacità di calcolo autoalimentata.

Queste dinamiche aumentano sensibilmente i rischi di foreclosure[52].

Il rischio è dunque duplice: da un lato, una dipendenza energetica e infrastrutturale crescente; dall’altro, una dipendenza tecnologica che limita la capacità dell’Europa di orientare lo sviluppo dell’AI secondo i propri interessi economici e regolatori. Non a caso, il market share dei cloud europei è sceso dal 27% (nel 2017) al 15% odierno[53].

In questo contesto, iniziative come EuroStack[54], che mirano a costruire un ecosistema digitale alternativo su impulso franco-tedesco, e la creazione di un consorzio europeo per infrastrutture digitali (EDIC) aperte e interoperabili, assumono un ruolo centrale per il futuro delle politiche europee.

Quale futuro per il mercato cloud europeo e la sovranità digitale

Anche il settore privato sta iniziando a reagire. Il gruppo tedesco Schwarz, ad esempio, ha annunciato un investimento di 11 miliardi di euro per un nuovo data center in Brandenburg, inserito in una più ampia strategia europea di cloud sovrano[55]. Parallelamente, partnership continentali – come quella tra la tedesca SAP e la francese Mistral AI – mirano a sostenere soluzioni di intelligenza artificiale sovrana per la pubblica amministrazione e per le imprese europee[56].

Tuttavia, il semplice aumento di data center in UE non risolve la dipendenza: come sottolineato da diversi analisti, se i modelli AI e i dati di base restano di proprietà di attori extra-UE, instaurare infrastrutture locali non significa automaticamente ottenere indipendenza[57].

In altre parole, l’Europa rischia un “imperialismo digitale” qualora il valore economico e il controllo delle tecnologie restino all’estero, soprattutto considerando che gli hyperscaler americani poggiano le loro infrastrutture sul suolo europeo, consumando energia e risorse e accrescendo il loro potere economico e la loro quota di mercato. Questo rischio è particolarmente rilevante se si considera che tra l’85% e il 90% delle architetture cloud e dei sistemi di AI avanzata è oggi di origine statunitense o cinese, esponendo l’Unione europea anche alla possibilità di “kill switch digitali” in scenari di forte tensione geopolitica[58].

Conclusioni: sovranità digitale oltre la localizzazione dei dati

Il cloud, insieme all’AI, definisce oggi nuovi confini tra tecnologia, economia e strategia industriale. Non si tratta solo di gestire dati o potenza di calcolo, ma di capire come le scelte infrastrutturali e di mercato modellino la libertà di innovazione, la resilienza dei sistemi digitali e il ruolo dell’Europa nello scenario globale.

Le market investigations finora condotte in Europa e nel resto del mondo mostrano con chiarezza che il problema non è la mancanza di offerta, ma la ridotta contendibilità di un mercato caratterizzato da forti effetti di lock-in, integrazione verticale e dipendenza tecnologica.

Costruire nuove infrastrutture in Europa è una condizione necessaria, ma non sufficiente. La sovranità digitale non si esaurisce nella localizzazione fisica delle infrastrutture: riguarda il controllo dei modelli, dei dati, degli standard tecnologici e delle regole di accesso al mercato. Senza interventi mirati su interoperabilità, portabilità e trasparenza contrattuale, il rischio è quello di consolidare ulteriormente posizioni dominanti extra-UE già esistenti.

Il futuro del cloud europeo dipenderà dalla capacità di combinare governance lungimirante, investimenti infrastrutturali (e non) e meccanismi che favoriscano l’emergere di alternative reali agli hyperscaler dominanti.

Solo così sarà possibile trasformare il cloud in un asset non solo tecnologico, ma davvero industriale e geopolitico, capace di sostenere innovazione, autonomia e competitività. La gestione intelligente dell’infrastruttura digitale diventa sinonimo di sovranità: chi controlla il cloud controlla, in prospettiva, il potere di innovare, inventare nuove tecnologie intelligenti e quindi competere a livello globale, e anche in questo caso, politiche pubbliche con iniziative private devono collaborare per una più Europa competitiva e in grado di agire come attore geopolitico ed economico credibile nello scenario internazionale.

Note

[1] Secondo Alistair Speirs, Director of Azure Global Infrastructure di Microsoft, i data center sono “progetti infrastrutturali complessi” che richiedono un significativo impiego di risorse umane e non si esauriscono nell’installazione di server. Essi comprendono infatti attività articolate di progettazione e costruzione, selezione sostenibile dei siti, ottenimento delle autorizzazioni e adeguamento delle strutture esistenti. https://www.ciodive.com/news/microsoft-cloud-azure-data-center-investments-generative-ai/717897/

[2] https://www.ilsole24ore.com/art/airbus-l-addio-big-tech-cloud-sovrano-ue-i-dati-AIkpBTa

[3] Secondo Synergy Research Group, l’utilizzo dei servizi cloud ha portato il valore del mercato globale a 107 miliardi di dollari nel terzo trimestre del 2025, in aumento rispetto ai 68 miliardi di dollari di otto trimestri prima. In questo periodo, la quota di mercato di Amazon si è gradualmente ridotta, mentre Microsoft e Google hanno progressivamente aumentato la loro presenza. https://www.srgresearch.com/articles/cloud-market-share-trends-big-three-together-hold-63-while-oracle-and-the-neoclouds-inch-higher

[4] Più precisamente, secondo Rasmus Leichter in AWS vs Azure vs Google: Cloud Market Share, 2025, Alibaba Cloud controlla il 4% della quota di mercato globale, Oracle la quota del 3%, Salesforce del 2% così come anche IBM Cloud e Tencent Cloud. https://www.cargoson.com/en/blog/global-cloud-infrastructure-market-share-aws-azure-google

[5] Nel 2025 il mercato italiano dei servizi cloud ha raggiunto un valore di circa 8,13 miliardi di euro, registrando una crescita del +20 % rispetto al 2024, trainata dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, dal Public & Hybrid Cloud e da una crescente domanda di controllo e sovranità dei dati. Secondo l’Osservatorio Cloud Transformation della School of Management del Politecnico di Milano, dinamiche come l’aumento dell’IaaS, del SaaS e delle soluzioni private cloud riflettono la centralità del cloud come piattaforma abilitante dell’innovazione e della competitività delle imprese italiane. https://www.osservatori.net/comunicato/cloud-ecosystem-sovereignty/cloud-italia-mercato

[6] https://www.techtarget.com/searchcloudcomputing/news/366634757/The-big-three-grab-two-thirds-of-107B-cloud-market-in-Q3

[7] Rasmus Leichter “Number of Data Centers by Country (November 2025)”, retrieved from https://www.cargoson.com/en/blog/number-of-data-centers-by-country

[8] https://www.osservatori.net/comunicato/cloud-ecosystem-sovereignty/cloud-italia-mercato

[9] Secondo quanto dichiarato dalle società al momento dell’annuncio della partnership, OpenAI e AWS hanno siglato un accordo strategico pluriennale del valore di circa 38 miliardi di dollari per l’utilizzo dell’infrastruttura AWS per i carichi di lavoro di intelligenza artificiale avanzata. In una nota congiunta, il CEO di AWS Matt Garman ha affermato che “mentre OpenAI continua a spingere i confini di ciò che è possibile, l’infrastruttura best‑in‑class di AWS servirà da spina dorsale per le loro ambizioni AI”, mentre il CEO di OpenAI Sam Altman ha definito la partnership in grado di “rafforzare il vasto ecosistema di calcolo che alimenterà questa nuova era e porterà l’AI avanzata a tutti”.
Questa alleanza tra il principale operatore nei servizi cloud e il leader nel software di intelligenza artificiale potrebbe sollevare rilevanti questioni concorrenziali, con possibili impatti sia sul mercato dei servizi cloud sia su quello dei software AI avanzati.
https://www.statista.com/chart/18819/worldwide-market-share-of-leading-cloud-infrastructure-service-providers/ e https://openai.com/it-IT/index/aws-and-openai-partnership/?utm_source=chatgpt.com

[10] Il Report del Parlamento europeo sulla sovranità tecnologica e le infrastrutture digitali evidenzia come l’Unione sia fortemente dipendente da tecnologie e servizi cloud non europei e sottolinea che la scarsa capacità di investimento e l’eccesso di regolamentazione stanno aggravando il ritardo dell’UE rispetto a Stati Uniti e Cina nell’ambito dell’IA e delle infrastrutture digitali. In particolare, il documento rileva che l’Europa continua a dipendere da provider esteri per oltre l’80 % dei servizi cloud e ha un ruolo marginale negli investimenti globali in AI, generando vulnerabilità strategiche difficili da colmare con approcci normativi reattivi https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-10-2025-0107_EN.

[11] Ed esempio, sono state rilevate restrizioni alla “Bring Your Own License”, ovvero un modello di licensing che consente al cliente di riutilizzare licenze software già acquisite, spesso originariamente destinate ad ambienti on-premise, su infrastrutture cloud di terzi, separando il costo della licenza da quello delle risorse cloud. L’utilizzo del BYOL può ridurre la duplicazione dei costi in fase di migrazione al cloud, ferma restando la necessità di verificare la compatibilità con le condizioni contrattuali e le eventuali restrizioni imposte dal titolare dei diritti.

[12] Le “egress fees” sono costi per ogni trasferimento di dati al di fuori dell’infrastruttura del provider. Si applicano nel caso di migrazione verso un altro provider, in architetture multi-cloud o per trasferimenti verso i propri siti/utenti finali. Questi costi spesso non corrispondono ai costi reali sostenuti dai provider e rendono difficile prevedere le spese future, creando un ulteriore ostacolo al cambio di provider o all’uso di più provider contemporaneamente.

[13] https://www.gov.uk/government/news/cma-independent-inquiry-group-publishes-provisional-findings-in-cloud-services-market-investigation e https://www.gov.uk/cma-cases/cloud-services-market-investigation

[14] https://www.legislation.gov.uk/ukpga/2024/13/contents

[15] La Commissaria europea Teresa Ribera, Vicepresidente esecutiva per una transizione pulita, giusta e competitiva, ha infatti dichiarato che “i servizi di cloud computing sono fondamentali per la competitività e la resilienza dell’Europa. Vogliamo che questo settore strategico cresca secondo condizioni eque, aperte e competitive. Per questo motivo oggi avviamo indagini per valutare se i principali servizi di cloud computing di Amazon e Microsoft, Amazon Web Services e Microsoft Azure, debbano essere soggetti agli obblighi del Digital Markets Act (DMA). Verificheremo inoltre se le regole attualmente previste dal DMA debbano essere aggiornate, affinché l’Europa possa tenere il passo con le pratiche in rapida evoluzione nel settore del cloud”.

[16] Regolamento UE 2022/1925

[17] Anche in questo caso vengono sottolineati ostacoli all’interoperabilità, accesso ai dati business limitato, tying e bundling tra servizi.

[18] Nel contesto del Digital Markets Act, il core platform service (CPS) è il servizio specifico soggetto a regolazione (ad esempio AWS, Azure o TikTok), mentre il gatekeeper è l’entità responsabile della gestione del CPS e del rispetto degli obblighi normativi. Nei casi di piattaforme integrate (es. TikTok/ByteDance, YouTube/Alphabet), la società madre può essere designata gatekeeper, perché l’ecosistema dei servizi crea dipendenza degli utenti. Nei servizi cloud infrastrutturali, invece, la designazione riguarda spesso il singolo CPS, non tutta l’azienda madre, poiché gli utenti dipendono dall’infrastruttura cloud specifica e non dagli altri prodotti.

[19] Nel comunicato stampa si legge che la Commissione qualifica il mercato del cloud come “la spina dorsale di molti servizi digitali ed elemento cruciale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale” e sottolinea che “per favorire innovazione, fiducia e l’autonomia strategica europea, i servizi cloud devono essere forniti in un contesto equo, aperto e competitivo”.

[20] Regolamento UE 2023/2854

[21] Uno dei punti chiave del Data Act è proprio quello di “facilitating switching between data-processing service providers to unlock the cloud market in the EU, and the gradual withdrawal of switching charges, contributing to more efficient data interoperability” eur-lex.europa.eu

[22] https://digital-markets-act.ec.europa.eu/document/download/244d8f93-e969-41af-bdcc-23e791863449_en?filename=Public%20summary%20of%20DMA%20Review%20consultation_0.pdf

Nell’ambito della consultazione per la prima revisione del Digital Markets Act, numerosi rispondenti hanno inoltre sottolineato il ruolo sempre più centrale dei servizi di cloud computing quale infrastruttura essenziale per l’addestramento e la distribuzione di modelli e servizi di intelligenza artificiale. In tale contesto, è stata espressa una diffusa preoccupazione circa il potenziale lock-in degli utenti, in particolare in ragione delle dipendenze strutturali che i fornitori di servizi AI sviluppano nei confronti dei principali hyperscaler (AWS, Microsoft Azure e, in misura minore, Google Cloud). È stato inoltre osservato che, pur essendo i servizi di cloud computing formalmente inclusi tra i core platform services del DMA, nessun fornitore cloud è stato finora designato come gatekeeper. Diversi contributi alla consultazione hanno quindi auspicato un’estensione o un adattamento di talune obbligazioni del DMA ai servizi cloud, specie in materia di interoperabilità, portabilità dei dati e condizioni di accesso all’infrastruttura. Al tempo stesso, una parte dei rispondenti ha evidenziato come i mercati cloud non presentino necessariamente dinamiche di tipping analoghe a quelle osservate in altri mercati digitali, richiamando la presenza di multi-cloud strategies e di una concorrenza basata su qualità, affidabilità e ampiezza dell’offerta. Tale divergenza di vedute riflette una questione di fondo: se e in che misura gli strumenti attuali del DMA siano idonei a intercettare le specificità concorrenziali dei mercati cloud, soprattutto alla luce della loro crescente integrazione con l’ecosistema dell’intelligenza artificiale.

[23] https://www.acm.nl/system/files/documents/public-market-study-cloud-services.pdf L’ACM ha evidenziato una configurazione peculiare rispetto alle tendenze internazionali: nei Paesi Bassi, Microsoft Azure detiene una posizione dominante, con una quota stimata tra il 40% e il 45% (ben superiore a quella di AWS) specie tra grandi imprese ma anche nel settore pubblico (istruzione, sanità, PA) in cui l’adozione del cloud è in rapida crescita.

[24] https://www.autoritedelaconcurrence.fr/sites/default/files/attachments/2023-09/23a08_EN.pdf L’Autorité de la concurrence francese ha avviato il proprio studio sul cloud nel gennaio 2022, pubblicando i risultati a giugno 2023, evidenziando la medesima concentrazione di mercato, con AWS, Microsoft e Google responsabili dell’80% della crescita. Per quanto concerne i rischi concorrenziali, sono stati classificati in due principali categorie: (i) rischi trasversali, tra cui squilibri contrattuali orizzontali dovuti a termini non negoziabili, programmi di cloud credits su larga scala che svantaggiano fornitori più piccoli e egress fees che rafforzano il lock-in; (ii) rischi scenario-specifici, come migrazione da sistemi on-premise, cambio provider e sfide di interoperabilità multi-cloud.

[25] In una nota ufficiale, Martijn Snoep Chairman dell’ACM, ha dichiarato che “once buyers have a contract with a cloud provider, it often becomes technically difficult or financially unattractive to fully or partially switch or to combine applications from different providers”. https://www.acm.nl/en/publications/blog-martijn-snoep-2025-dutch-general-election-attention-market-power-needed

[26] Secondo l’Autorité tra i rischi principali emergono: (i) presenza in mercati correlati: i provider dominanti possono ostacolare i concorrenti limitando l’accesso al software necessario per offrire servizi cloud o imponendo condizioni più favorevoli ai propri prodotti; l’accesso privilegiato ai dati, anche attraverso l’uso di AI, può amplificare il vantaggio competitivo dei grandi operatori, rendendo difficile per i concorrenti replicare servizi o analisi dei dati su scala equivalente; (ii) pratiche commerciali e tariffarie: i piccoli provider difficilmente possono replicare offerte come i cloud credits e subiscono l’impatto delle egress fees sulle strategie multi-cloud, rafforzando il lock-in verso i grandi operatori; (iii) marketplace: anche se oggi hanno un ruolo marginale, la crescita dei marketplace cloud può comportare rischi concorrenziali, tra cui limitazioni alla promozione di servizi di terzi, favoreggiamento delle soluzioni del provider, clausole di parità tariffaria e commissioni elevate, che possono svantaggiare i concorrenti. (iv) interoperabilità ostacolata: i provider dominanti potrebbero deliberatamente limitare l’accesso alle informazioni necessarie per garantire l’integrazione dei servizi concorrenti, riducendo l’attrattività per i clienti.

[27] https://www.jftc.go.jp/en/pressreleases/yearly-2022/June/220628.html

La JFTC ha condotto uno studio approfondito nel 2022, concentrandosi sul ruolo della dipendenza dagli ecosistemie sull’asimmetria informativa. Le principali criticità identificate hanno incluso la mancanza di trasparenza contrattuale, il bundling di funzionalità, elevati costi di trasferimento dati e comportamenti di self-preferencing nei licensing software, tutti fattori che limitano la scelta dei clienti e l’equità del mercato. La JFTC ha raccomandato maggiore trasparenza contrattuale, migliore portabilità dei dati e cooperazione internazionale per preservare la concorrenza

[28] https://www.ftc.go.kr/eng/selectBbsNttView.do?key=563&bordCd=821&nttSn=13553

La Korean Fair Trade Commission, nel 2022, ha pubblicato uno studio sul mercato dei servizi cloud in Corea analizzando le relazioni commerciali tra 32 fornitori e circa 3.000 stakeholder. Lo studio ha confermato un’elevata concentrazione di mercato, con AWS oltre il 60%, seguito da Microsoft e Naver, portando alle simili conclusioni delle Autorità già menzionate.

[29] L’autorità antitrust brasiliana che, agli inizi del 2026, ha avviato un’indagine sulle pratiche di cloud computing e software licensing di Microsoft, richiamando esplicitamente le conclusioni della CMA Secondo la Superintendence di CADE, Microsoft do Brasil potrebbe aver abusato della propria posizione dominante attraverso strategie di leveraging tra software e servizi cloud, pratiche di tying, discriminazione contrattuale e creazione di barriere artificiali all’ingresso. L’indagine si concentra su elementi già noti nel dibattito europeo ma un aspetto particolarmente interessante è la qualificazione di queste pratiche come “transnazionali”. Sul punto, la CADE sottolinea che le politiche di licensing di Microsoft derivano da decisioni centralizzate a livello globale e vengono applicate in modo uniforme nei diversi Paesi, rendendo legittimo, secondo l’autorità brasiliana, l’utilizzo delle analisi della CMA come termine di confronto, pur operando in un mercato geograficamente distinto.

[30] Competition in the provision of cloud computing services (EN)

[31] https://www.jdsupra.com/legalnews/are-clouds-too-sticky-antitrust-1933635

[32] https://digital-markets-act.ec.europa.eu/commission-launches-market-investigations-cloud-computing-services-under-digital-markets-act-2025-11-18_en

[33] https://www.kimchang.com/en/insights/detail.kc?sch_section=4&idx=26451

[34] Fornitore già presente e dominante in un mercato.

[35] I “cloud credits” permettono ai clienti di ottenere riduzioni sui servizi cloud, e sono utili soprattutto per startup e nuovi operatori, favorendo l’adozione della tecnologia. Tuttavia, quando gli importi sono elevati (fino a 200.000 dollari in due anni), coprono ecosistemi estesi e hanno lunghi periodi di validità, possono generare dubbi sulla sostenibilità per fornitori più piccoli e rischiare di rafforzare il lock-in verso i grandi provider.

[36] Gli sconti condizionati a impegni pluriennali o a soglie minime di spesa operano come meccanismi di quasi-esclusiva, inducendo i clienti a concentrare la domanda su un solo fornitore. Nel cloud, tali effetti sono rafforzati dai costi di switching tra operatori, trasformando gli incentivi economici in strumenti di lock-in. Inoltre, i programmi di cloud credits su larga scala, pur formalmente pro-competitivi, possono produrre distorsioni strutturali a favore degli hyperscaler.

FTC, Cloud Computing RFI, What We Heard and Learned, 2023; CMA, Cloud Infrastructure Services Market Investigation, 2023–2025; ACM (Paesi Bassi), Market Study on Cloud Services, settembre 2022; OCSE, Competition Issues in Cloud Computing Markets, 2025 https://one.oecd.org/document/DAF/COMP/WD(2025)34/en/pdf

[37] https://www.ftc.gov/policy/advocacy-research/tech-at-ftc/2023/11/cloud-computing-rfi-what-we-heard-learned

[38] La complessità contrattuale, la scarsa negoziabilità e le modifiche unilaterali delle condizioni economiche generano asimmetrie informative strutturale e l’imprevedibilità dei costi futuri riduce la capacità dei clienti di confrontare offerte alternative e rafforza la dipendenza dal fornitore incumbent, con effetti escludenti indiretti.

FTC, Cloud Computing RFI, 2023; https://www.jftc.go.jp/en/pressreleases/yearly-2022/June/220628_2EN.pdf.

[39] https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/ip_25_2717

[40] Le restrizioni tecniche o contrattuali all’accesso e al trasferimento di dati, metadati e configurazioni compromettono la portabilità effettiva, rendendo lo switching economicamente o tecnicamente impraticabile. Il Data Act riconosce questa criticità come sistemica e interviene imponendo obblighi specifici per rimuovere tali barriere.

Commissione europea, Market Investigations under the DMA; Regolamento (UE) 2023/2854 (Data Act); Autorité de la concurrence (Francia), Avis sur le cloud, giugno 2023; OCSE, The impact of data portability on user empowerment, innovation, and competition, 2023 https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/06/the-impact-of-data-portability-on-user-empowerment-innovation-and-competition_ee329380/319f420f-en.pdf

[41] Clausole standard non negoziabili e incentivi economici sproporzionati possono generare situazioni di dipendenza economica, anche in assenza di una posizione dominante formale. Tali squilibri rafforzano il lock-in e riducono la contendibilità del mercato, penalizzando in particolare clienti e fornitori di minori dimensioni.

Authorité de la concurrence (2023), Opinion 23-A-08 of 29 June 2023 on competition in the cloud sector, Authorité de la concurrence, https://www.autoritedelaconcurrence.fr/en/opinion/competition-cloud-sector

[42] Le egress fees applicate dai principali hyperscaler variano in funzione del volume di dati trasferiti e prevedono solo una soglia iniziale limitata di trasferimenti gratuiti (ad esempio, i primi 100 GB). Oltre tale soglia, AWS e Microsoft Azure applicano tariffe pari rispettivamente a 0,09 e 0,087 dollari per GB per i successivi 10 TB, a fronte di condizioni significativamente più favorevoli offerte da provider alternativi come OVH e Scaleway, che applicano tariffe intorno a 0,01 dollari per GB o, in alcuni casi, non applicano alcun costo di uscita.

Secondo l’OCSE, tale differenziale tariffario non appare direttamente correlato ai costi sottostanti e contribuisce a trasformare le egress fees in barriere economiche alla migrazione, rafforzando il lock-in dei clienti e ostacolando strategie multi-cloud e switching competitivo. https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2025/05/competition-in-the-provision-of-cloud-computing-services_f42582ad/595859c5-en.pdf

[43] Come osservato da Arvind Krishna (CEO IBM), “le GPU diventano datate ogni anno, e un data center progettato per i chip attuali rischia di non essere più adatto a quelli di domani”. https://www.tgcom24.mediaset.it/economia/costi-obsolescenza-e-impatto-sociale-i-data-center-stanno-diventando-un-problema_106968858-202502k.shtml

[44] Ad esempio, uno studio di settore stima che l’aumento esponenziale dei dati (circa 130% annuo) richieda hardware più potente e denso, con rack in grado oggi di erogare fino a 100 kW rispetto ai 5 kW di vent’anni fa emag.directindustry.com.

[45] Alcuni analisti, curiosamente, ritengono che la rapida espansione degli investimenti in data center AI a dinamiche simili a quelle emerse prima della crisi finanziaria del 2007–08: strumenti finanziari complessi (sale‑leaseback e cartolarizzazioni) vengono utilizzati per finanziare asset tecnologici con cicli di obsolescenza molto brevi, aumentando l’incertezza sul valore residuo di tali infrastrutture e mettendo potenzialmente sotto stress i modelli di rischio tradizionali. Questo solleva la questione di come allocare, gestire e valutare il rischio in infrastrutture digitali di così grande scala e rapida evoluzione tecnologica. https://mondoeconomico.eu/sostenibilita-e-futuro/i-data-center-dell-intelligenza-artificiale-e-la-lezione-della-crisi-finanziaria-del-2007

[46] Oggi i data centers consumano 1,5% dell’elettricità mondiale (circa 415 TWh annui), valore cresciuto del 12% annuo negli ultimi 5 anni, con previsione di più che raddoppiare entro il 2030 (945 TWh) soprattutto per la crescita del calcolo accelerato AI. Un’analisi IEA indica che, se realizzati tutti i progetti attuali, la capacità dati in alcuni paesi salirebbe fino al 5–10% della domanda di picco elettrica (10% anche in Paesi come Olanda o Spagna), sottolineando congestioni di rete e lunghe attese per connessioni (dai 7 ai 10 anni). Cfr. energy.ec.europa.eu, https://energy.ec.europa.eu/topics/energy-efficiency/energy-efficiency-targets-directive-and-rules/energy-efficiency-directive_en#energy-performance-of-data-centres, https://www.iea.org/commentaries/overcoming-energy-constraints-is-key-to-delivering-on-europe-s-data-centre-goals.

[47] In UE, il consumo stimato è passato da 70 TWh nel 2024 a proiezioni di 115 TWh entro il 2030 (da 2% a 3–5% del consumo finale, secondo altre analisi).

[48] https://ecostandard.org/wp-content/uploads/2025/09/Data-centres-report.pdf

[49] Ad esempio, secondo i dati ufficiali della Central Statistics Office irlandese, nel 2024 i data center hanno assorbito oltre il 22 % del consumo totale di elettricità del Paese, una quota che è più che quadruplicata rispetto al 2015 e ha ormai superato quella delle utenze domestiche urbane. Questo fenomeno ha determinato pressioni sui costi energetici e sulla capacità delle reti elettriche, con tensioni sul mercato dell’energia e critiche circa l’affidabilità delle infrastrutture in alcune aree. L’esperienza irlandese mostra come l’espansione rapida dei data center possa generare tensioni energetiche e sociali, dato che una parte rilevante della domanda elettrica nazionale è ancora alimentata da fonti fossili. Senza una pianificazione integrata delle politiche energetiche e digitali, l’espansione digitale su scala europea rischia di ripetere queste stesse criticità, con impatti su costi, infrastrutture e obiettivi climatici. https://www.irishtimes.com/environment/2025/06/10/data-centres-accounted-for-more-than-fifth-of-irelands-electricity-usage-last-year

[50] La Commissione ammette che manca ancora una base di dati completa sul reale consumo e sostenibilità dei data center in Europa, tanto da avviare solo ora un sistema obbligatorio di monitoraggio e una banca dati paneuropea per consumi energetici e uso idrico. Questo ritardo nella raccolta e trasparenza dei dati, in un mercato in cui la domanda elettrica legata all’AI sta crescendo esponenzialmente e già mette sotto pressione le reti, suggerisce che la governance europea dell’infrastruttura digitale sta inseguendo le dinamiche di mercato piuttosto che anticiparle. La creazione di un energy performance and water footprint per data center e di etichette di sostenibilità (previsti solo per il 2026) evidenzia un approccio che, pur necessario, arriva in ritardo rispetto alla rapidità dei cambiamenti tecnologici e dei carichi di lavoro. https://energy.ec.europa.eu/news/focus-data-centres-energy-hungry-challenge-2025-11-17_en

[51] https://aibusiness.com/foundation-models/nvidia-mistral-open-models

[52] Secondo un’analisi di Steptoe, la concentrazione del controllo su infrastrutture come data center, collegamenti energetici e connessioni di rete da parte dei grandi hyperscaler può ostacolare l’accesso di operatori più piccoli e influenzare la concorrenza nel settore AI. In particolare, se i principali attori limitano l’accesso alle risorse, trattano in modo diseguale manutenzione o alimentazione in caso di interruzioni, o coordinano comportamenti che favoriscono i loro ecosistemi, questo può configurare un possibile abuso di posizione dominante o altre pratiche anticoncorrenziali ai sensi del diritto UE. La questione mette in evidenza come l’infrastruttura fisica del cloud non sia neutrale, ma possa diventare un vettore di potere di mercato che le autorità di concorrenza stanno sempre più monitorando. https://www.steptoe.com/en/news-publications/stepahead-antitrust-and-competition-insights/data-centers-and-ai-antitrust-compliance-in-a-world-of-new-energy-regulations.html

[53] Secondo dati di Synergy Research Group, nonostante i provider europei abbiano triplicato i loro ricavi cloud tra il 2017 e il 2024, la loro quota di mercato locale è diminuita dal circa 29 % nel 2017 a circa il 15 % negli anni recenti. Questo riflette una crescita molto più rapida del mercato complessivo dominato da grandi hyperscaler come AWS, Microsoft e Google, che oggi detengono insieme circa il 70 % del mercato cloud europeo. https://www.srgresearch.com/articles/european-cloud-providers-local-market-share-now-holds-steady-at-15

[54] EuroStack è un’iniziativa europea per la sovranità digitale e infrastrutturale, nata con l’obiettivo di costruire e federare infrastrutture digitali strategiche europee – dalla connettività al cloud, passando per l’IA e le piattaforme digitali – in modo da ridurre la dipendenza da hyperscaler extra‑UE e rafforzare la competitività della tecnologia europea. https://eurostack.eu/

[55] La Schwarz Group, la società madre di Lidl e Kaufland, ha avviato la costruzione di un grande campus di data center da 200 MW a Lübbenau, in Germania, con un investimento stimato di circa 11 miliardi di euro. Il progetto, che punta a ospitare fino a 100 000 GPU per carichi di lavoro avanzati e IA, è concepito come infrastruttura moderna e scalabile per cloud e servizi digitali europei. https://www.datacenterdynamics.com/en/news/lidl-owner-schwarz-breaks-ground-on-200mw-data-center-in-germany/

[56] SAP ha annunciato l’ampliamento della sua partnership con il francese Mistral AI per sviluppare soluzioni di “sovereign AI” che combinino l’esperienza enterprise di SAP con i modelli AI di Mistral, distribuiti su infrastrutture cloud europee e sotto il controllo dei clienti. L’intesa, presentata al Summit UE sulla sovranità digitale, punta a offrire un AI stack completo e conforme alle normative europee, consentendo a imprese e pubblica amministrazione di implementare applicazioni AI avanzate senza cedere il controllo dei dati o dell’infrastruttura a operatori extra‑UE. https://news.sap.com/2025/11/sap-mistral-ai-new-alliance-european-sovereign-ai/

[57] Come evidenzia DirectIndustry, nella nuova era dell’AI generativa i data center europei devono affrontare sfide tecnologiche, energetiche e di efficienza. Il semplice aumento di infrastrutture locali non garantisce autonomia reale se modelli AI, algoritmi e dati rimangono controllati da attori extra‑UE, evidenziando che la sovranità digitale richiede non solo hardware, ma controllo su software e dati. https://emag.directindustry.com/2025/12/03/data-centers-age-of-generative-ai-computing-challenges-europe

[58] Secondo analisti, la dipendenza europea da provider cloud statunitensi crea anche un rischio geopolitico concreto: esiste la preoccupazione che un governo estero possa, in teoria, “armare” la propria influenza sul controllo delle infrastrutture digitali, un cosiddetto “kill switch”, bloccando o limitando l’accesso alle piattaforme critiche su cui si regge gran parte dei servizi digitali europei. Questo evidenzia come non sia sufficiente possedere server o data center sul suolo UE se l’ecosistema digitale resta sotto il controllo di hardware e software extra‑UE, indebolendo la capacità dell’Unione di garantire sovranità digitale in scenari di tensione geopolitica. https://www.techpolicy.press/europe-tried-to-take-control-of-its-digital-stack-in-2025-where-does-it-stand-now/ e https://www.techpolicy.press/washington-could-activate-a-kill-switch-to-terminate-european-access-to-us-tech-heres-how-it-could-work/

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