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oggetti connessi

Da smart object a social object: l’ultima frontiera dell’Internet of things

di Valentina Bernardinis, Nicola Strizzolo, Università di Udine

15 Apr 2016

15 aprile 2016

Il passo odierno è l’evoluzione degli oggetti che da smart diventano social. Ecco come

L’ultima frontiera dell’internet of things è l’evoluzione degli oggetti che da smart diventano social e si cercano, si trovano e comunicano attraverso network a loro dedicati, come prospettato da un lavoro italiano del 2014 (Atzori, Iera; Morabito), ripreso poi in altri lavori internazionali più recenti.

Di fatto questa trasformazione riguarda ogni settore dell’attività umana: il monitoraggio ambientale, l’assistenza sanitaria, l’inventario e la gestione del prodotto, la domotica e i controlli sul posto di lavoro, sicurezza e sorveglianza, il controllo dei trasporti, etc.

Questo scenario ha aperto la possibilità ad una nuova intelligenza degli oggetti: la capacità di scoprire nuovi servizi, attivare nuovi contatti con altri oggetti, con questi condividere informazioni, utilizzare le capacità di altri oggetti in direzione di un obiettivo comune.

Quando gli oggetti da “smart” passano a “social” sono in grado di:

–          Trovare fornitori di servizi all’interno di un social network di oggetti

–          Condividere informazioni attraverso la rete di contatti per ridurre il rumore (la ripetizione dei messaggi)

–          Valutare l’affidabilità di un fornitore di servizi sulla base delle informazioni presenti nel network

–          Costituire, attraverso la condivisione di informazioni, una visione comune

Smartphone, ad esempio, possono individuare in rete altri smartphone dello stesso modello per risolvere problemi tecnici e farlo in maniera autonoma.

Nell’approvvigionare una persona malata di farmaci, i lettori RFID possono costantemente monitorare quanti e quali medicinali sono riposti in un contenitore, comunicarlo ad uno smartphone, che avvisa l’utente, ma può anche essere collegato con dispositivi analoghi nelle farmacie o con altri smartphone che informano dove vi sono scorte e con i device del medico per la ricetta, nonché eventualmente con i parenti del malato.

Lo stesso può essere fatto in ambiti della gestione logisitca per la scorta degli alimenti deperibili che comunicano posizione e data di scadenza ad altri oggetti sociali, allo scopo di marketing ad esempio per sconti correlati o per sostituzioni della merce.

E anche per il traffico: oggetti tra loro comunicanti scelgono la via migliore e la comunicano all’utente sulla base delle informazioni che ottengono durante il percorso e scambiandole tra di loro (come app per smartphone o app già inserite nelle macchine).

La pervasivistà attuale delle IoTs è tale che Amith Sheth, della Wright University, esordisce così in un suo articolo: “Queste IoTs sono dentro il nostro corpo, sono il nostro corpo, stanno osservando le nostre attività, i nostri elettrodomestici e le informazioni che questi possono fornire se smart [o social], nelle nostre case, nei nostri edifici, nelle nostre auto e nell’ambiente e in molti altri aspetti della nostra città, del nostro pianeta, negli oceani e nello spazio. Stanno svolgendo un ruolo nella nostra salute, fitness e benessere, nel nostro comfort e divertimento, nelle nostre attività finanziarie e in molti altri aspetti delle nostre vite” (2015).

Per il 2018 c’è chi prevede nel mondo 22 miliardi di oggetti tra loro collegati che si scambieranno informazioni monitorando dati dal mondo fisico e condividendoli in reti condivise dagli altri oggetti.

Sociologicamente la portata di questo cambiamento è molto importante per l’ipotetico spostamento di un paradigma interpretativo che pone al centro l’uomo: macchine al servizio dell’uomo che comunicano con l’uomo.

Anche le versioni più avveniristiche o anche catastrofiche di visioni future, come Matrix, antropomorfizzavano i cattivi, le intelligenze artificiali, come se alla fine, le società future, proiettate da intelligenze artificiali, in qualche maniera saranno riproduzione di società umane: l’uomo, o una sua immagine, al centro, per l’appunto.

Non è così per la visione più estrema dell’Internet of Thing, dove di fatto, gli oggetti, da smart diventano social e comunicano in dei veri e propri social network a loro dedicati.

Quello che si prospetta sono dei social network online paralleli a quelli umani. Una delle prime definizioni dei social network, risale agli anni ’50 (Barnes, 1954) – per non risalire ad un secolo fa con le cerchie sociali di Simmel – e di fatto sono un insieme di nodi che permettono di percorrere le relazioni all’interno di una comunità, ovvero rappresentano un sottoinsieme di una comunità-società. I social network online rappresentano un insieme di relazioni nel web tra soggetti esterni che costituiscono la società reale. In questo caso, l’aspetto interessante è che i network online dei social objects non sono riconducibili ad una società di oggetti, almeno per il momento.

 

Riferimenti

Atzori L. Iera A., Morabito G. (2014) From “Smart Objects” to “Social Objects”: The Next Evolutionary Step of the Internet of Things, IEEE Communications Magazine • January 2014

Sheth A. (2015), Smart IoT: IoT as a Human Agent, Extension, and Complement, IT Pro May/June 2015

  • Alberto

    “Queste IoTs sono dentro il nostro corpo, sono il nostro corpo, stanno osservando le nostre attività …”
    E secondo voi c’è da starne allegri?

    Non c’è dubbio che l’internet of things abbia importanti e positive applicazioni che possono migliorare l’efficienza e l’organizzazione di moltissime nostre attività. Ma è altrettanto vero che si fonda su tecnologie straordinariamente centralizzate e invasi@ve, i cui effetti sono al momento solo in parte prevedibili. Se non gestiamo saggiamente queste tecnologie, valutandone gli effetti sul piano giuridico, sociale ed etico, ma anche politico, rischiamo davvero di costruire una tecnocrazia globale che in nome del progresso informatico, dell’efficienza e della connessione di tutti con tutto fa a pezzi qualsiasi altro valore, qualsiasi altra finalità. Per questo chi parla di internet of things, e ancor più chi ne fa oggetto di studio accademico, ha il dovere di non ignorare il lato oscuro che esso porta con sé.

    Che poi l’internet of things metta al centro l’Uomo, questo proprio no! L’Uomo oggi non è più al centro di niente, e da parecchio. Violati anche i confini fisici del suo corpo, con l’internet of things non farà altro che trasformarsi progressivamente in un “nodo”: programmabile, controllabile, perennemente interconnesso, alimentato mente e corpo da precisi input. Ripeto, c’è da starne allegri?

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