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Data center e rinnovabili: perché l’Italia può costruire un nuovo modello



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La crescita dei data center italiani aumenta la domanda elettrica e rende centrale il tema della decarbonizzazione. Fotovoltaico, agrivoltaico, PPA e sistemi di accumulo possono trasformare queste infrastrutture in attori energetici attivi, capaci di sostenere la transizione digitale e quella energetica

Pubblicato il 31 lug 2026

Andrea Bartolini

Co-Managing Director Neoen Italia



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L’Italia si trova oggi al centro di una doppia trasformazione. Da un lato, la transizione energetica che ci chiede di decarbonizzare il sistema elettrico con rapidità e determinazione. Dall’altro, la rivoluzione digitale — trainata dall’intelligenza artificiale e dal cloud — sta generando una domanda di energia senza precedenti. Questi due fenomeni non sono in contrasto: sono un’opportunità da cogliere con visione industriale.

Il fotovoltaico e l’agrivoltaico, abbinati ai sistemi di accumulo, possono diventare la risposta strutturale al fabbisogno energetico crescente dei data center italiani, contribuendo alla loro decarbonizzazione e alla stabilità dell’intero sistema elettrico nazionale.

Un’infrastruttura che cresce più veloce di tutto il resto

In Italia si contano oggi oltre 200 data center attivi, con una potenza complessiva installata che nel 2024 ha raggiunto 287 MW e una crescita attesa che porterà a raddoppiare questa cifra entro il 2026. Il mercato è concentrato soprattutto a Milano — che con oltre 400 MW installati si sta affermando come hub europeo — ma si estende sempre più anche al Lazio e ad altre regioni del Centro-Nord.

La crescita non è solo quantitativa. La dimensione media degli impianti sta aumentando: si passa da strutture di piccola taglia a veri e propri campus da 30 MW e oltre, destinati agli hyperscaler globali. Gli investimenti previsti in Italia tra il 2026 e il 2028 ammontano a circa 25 miliardi di euro, mentre a livello europeo si prevede di superare i 110 miliardi. È una trasformazione strutturale dell’economia digitale italiana, con impatti diretti sull’occupazione, sulla competitività e sulla sicurezza delle infrastrutture nazionali.

Ma questa crescita ha un costo energetico che non possiamo ignorare. Nel 2024 i data center italiani hanno assorbito circa 5,8 TWh, pari a circa l’1,9% dei consumi elettrici nazionali. Secondo le proiezioni, entro il 2035 la quota potrebbe salire tra il 7% e il 13% del totale nazionale. In termini assoluti, entro il 2030 il fabbisogno energetico dei data center potrebbe raggiungere i 20 TWh annui, circa il 6% della domanda elettrica complessiva del Paese.

Il nodo della decarbonizzazione dei data center

A fronte di questa crescita, le emissioni associate al settore rappresentano già un elemento critico. Nel 2024 le emissioni dei data center italiani hanno superato il milione di tonnellate di CO₂. In uno scenario coerente con il PNIEC, anche nella traiettoria più virtuosa le emissioni resterebbero in crescita e potrebbero collocarsi tra 2,9 e 5 milioni di tonnellate al 2030. Non si tratta di un problema lontano: è una sfida che il settore deve affrontare oggi, con strumenti concreti e scalabili.

La risposta non può essere affidata solo all’efficienza interna. Il raffreddamento a liquido, l’ottimizzazione del PUE (Power Usage Effectiveness), il recupero del calore di scarto sono soluzioni importanti — e i risultati esistono, con sistemi avanzati in grado di ridurre i consumi per il raffreddamento fino al 90% rispetto ai metodi tradizionali. Ma restano insufficienti in assenza di un approvvigionamento energetico decarbonizzato a monte. La vera svolta passa dall’integrazione strutturale con le fonti rinnovabili — e in particolare dal fotovoltaico, che in Italia ha dimostrato di saper crescere con velocità e competitività crescenti.

Fotovoltaico e agrivoltaico: la risposta industriale

Il fotovoltaico è oggi la fonte rinnovabile più dinamica del mercato italiano. Nel 2025 l’Italia ha assegnato 10,8 GW di nuova capacità fotovoltaica attraverso il meccanismo FER X — il volume più alto mai assegnato in un singolo anno da uno Stato membro europeo — consolidandosi come secondo mercato europeo per aste solari. Un risultato che conferma la maturità industriale del settore e la sua capacità di generare energia a costi competitivi: per un impianto ground-mounted da 30 MW, il costo livellato dell’energia (LCOE) si colloca oggi tra 55 e 75 €/MWh, valori ampiamente bancabili anche senza incentivo diretto.

In questo quadro, il Power Purchase Agreement — il contratto di lungo termine tra un produttore rinnovabile e un grande consumatore — rappresenta lo strumento più efficace per coniugare gli obiettivi di decarbonizzazione dei data center con la bancabilità dei nuovi impianti. Attraverso i PPA, i data center possono approvvigionarsi direttamente da fonti rinnovabili, riducendo la loro impronta carbonica e ottenendo un prezzo dell’energia stabile e prevedibile per 10-15 anni. Un vantaggio competitivo non secondario, soprattutto in un Paese dove il costo dell’energia elettrica per le imprese è storicamente superiore del 30-50% rispetto a competitor europei come Spagna e Francia.

Gli esempi concreti non mancano. Amazon Web Services ha siglato in Italia collaborazioni su otto progetti rinnovabili, tra cui un impianto agrivoltaico in provincia di Trapani da 66 MW. Microsoft e Google hanno siglato accordi analoghi in tutta Europa. Equinix ha siglato in Italia un accordo di somministrazione di energia per 93 GWh. Il modello funziona: non è una scommessa, è già realtà industriale.

L’agrivoltaico aggiunge una dimensione ulteriore a questo scenario. Combinando la produzione di energia solare con l’attività agricola sullo stesso suolo, consente di sviluppare nuova capacità rinnovabile senza sottrarre superfici all’agricoltura — un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico italiano sul consumo di suolo. Gli impianti agrivoltaici avanzati, con strutture sopraelevate e sistemi di monitoraggio agronomico integrato, rappresentano una soluzione tecnicamente sofisticata e socialmente accettabile, capace di rispondere contemporaneamente alle esigenze del sistema energetico e a quelle del territorio. In Italia oltre 700 progetti agrivoltaici sono stati selezionati nell’ambito del PNRR per una capacità installabile prossima ai 2 GW, a conferma di un interesse concreto da parte del mercato.

Accumulo e flessibilità: le batterie come abilitatore della programmabilità

C’è una dimensione del rapporto tra data center e rinnovabili che viene spesso sottovalutata: il contributo che queste infrastrutture possono dare alla programmabilità del sistema elettrico. Le fonti rinnovabili sono per definizione variabili: producono quando le condizioni meteorologiche lo consentono, non necessariamente quando la domanda è più alta. La risposta a questa intermittenza è l’accumulo, e in particolare i sistemi di accumulo elettrochimico su larga scala (BESS).

I data center, per loro natura, hanno esigenze di continuità e qualità dell’alimentazione estremamente elevate, e dispongono già di sistemi UPS e gruppi elettrogeni di backup. Questa infrastruttura di riserva, se progettata in modo integrato con la rete, può diventare una risorsa di flessibilità per l’intero sistema: assorbire energia nelle ore di sovrapproduzione solare e restituirla nelle ore di picco della domanda. In altre parole, i data center dotati di sistemi di accumulo possono trasformarsi da consumatori passivi a partecipanti attivi nei mercati della flessibilità gestiti da Terna.

Il potenziale è significativo. Secondo le stime di Terna, l’Italia avrà bisogno di circa 9-11 GW di capacità di accumulo entro il 2030 per integrare in modo efficiente la quota crescente di rinnovabili nel mix elettrico nazionale, con un fabbisogno complessivo che sfiora i 60 GWh di nuova capacità utility scale. I grandi operatori di data center, con i loro carichi prevedibili e la loro capacità finanziaria, sono candidati naturali a partecipare a questo mercato — sia direttamente, sia indirettamente attraverso la valorizzazione dell’accumulo nell’ambito dei PPA rinnovabili multi-tecnologici.

Un modello da costruire insieme

L’integrazione tra rinnovabili e data center non è un’operazione automatica: richiede un’architettura contrattuale solida, una pianificazione attenta della localizzazione degli impianti e una governance condivisa tra produttori di energia, operatori digitali e istituzioni. È esattamente il tipo di sfida in cui operatori con esperienza sia nello sviluppo industriale di rinnovabili sia nella gestione di infrastrutture digitali complesse possono fare la differenza.

Un impianto fotovoltaico o agrivoltaico con accumulo, collegato direttamente o tramite PPA a un data center, offre vantaggi su più livelli. Per il data center: certezza del prezzo dell’energia, riduzione dell’impronta carbonica, credenziali ESG verificabili e indipendenza dalla volatilità del mercato elettrico. Per il produttore rinnovabile: bancabilità del progetto garantita da un off-taker di elevata qualità creditizia e un profilo di ricavo stabile nel lungo periodo. Per il sistema elettrico nel suo complesso: nuova capacità rinnovabile e flessibile senza gravare sul bilancio pubblico, e una domanda aggiuntiva che può essere pianificata e localizzata in modo ottimale rispetto alla rete.

Dal 2028-2030, secondo le analisi più recenti, i data center potranno diventare attori energetici attivi a tutti gli effetti: non solo consumatori, ma nodi di flessibilità in grado di assorbire surplus di produzione rinnovabile, fornire servizi ancillari alla rete e coordinarsi con i sistemi di accumulo. In questo scenario, chi ha costruito per tempo una relazione strutturata con i produttori rinnovabili avrà un vantaggio competitivo difficilmente replicabile.

Doppia transizione, unica strategia

Transizione digitale e transizione energetica non sono competizioni per le stesse risorse. Sono due traiettorie che, se ben governate, si alimentano a vicenda. I data center hanno bisogno di energia pulita, affidabile e competitiva. Il sistema elettrico ha bisogno di nuovi grandi consumatori flessibili in grado di sostenere la crescita delle rinnovabili oltre la stagione degli incentivi. Le imprese che sviluppano impianti solari e agrivoltaici hanno bisogno di partner industriali credibili e di lungo periodo.

Il fotovoltaico, l’agrivoltaico e le batterie non sono solo una risposta al problema energetico dei data center: sono una leva per costruire un modello italiano di infrastruttura digitale sostenibile, capace di diventare riferimento in Europa. Per farlo serve intenzione comune, contratti ben strutturati e la volontà di fare sistema tra mondi che fino a poco tempo fa si ignoravano. La tecnologia c’è. Le risorse solari ci sono. Il mercato si sta muovendo. Serve ora che si muovano anche le istituzioni e gli operatori con la stessa velocità con cui crescono i data center.

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