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Sovranità tecnologica UE: ecco il ruolo del Chips Act 2.0



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Il Chips Act 2.0 punta a correggere i limiti del primo piano europeo sui semiconduttori, spostando l’attenzione dalla sola attrazione di fabbriche alla domanda industriale, tra investimenti, poteri di emergenza, rischi di frammentazione e ricerca di autonomia tecnologica

Pubblicato il 5 giu 2026

Sergio Boccadutri

Consulente antiriciclaggio e pagamenti elettronici



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Il 3 giugno la Commissione europea ha presentato il Chips Act 2.0, il principale strumento industriale del pacchetto sulla sovranità tecnologica europea. Lo ha fatto in un momento di forte pressione esterna: un’amministrazione americana che oscilla tra protezionismo e coercizione, negoziati commerciali transatlantici sotto scadenza, minacce di ritorsione su qualsiasi misura europea percepita come discriminatoria nei confronti delle imprese statunitensi.

Sarebbe però un errore leggere questa iniziativa esclusivamente come una risposta alle politiche di Donald Trump. Sarebbe, anzi, il modo peggiore per comprenderla. Ridurre la politica di sovranità tecnologica a una reazione emotiva all’attuale inquilino della Casa Bianca significherebbe accettare implicitamente che, cambiato il presidente, il problema scompaia. Non è così. Significa anche rinunciare a capire perché questa politica sia necessaria indipendentemente da chi governa a Washington.

Chips Act 2.0 e sovranità tecnologica europea

La dipendenza dell’Europa dalla tecnologia prodotta fuori dai suoi confini non è cominciata con Trump e non finirà con la sua presidenza. La Commissione europea stima che oltre l’80 per cento dei prodotti, servizi, infrastrutture e proprietà intellettuale digitali del blocco provenga da fornitori stranieri. Le grandi piattaforme di archiviazione e calcolo in rete — il cosiddetto cloud computing — sono dominate da Amazon, Google e Microsoft. I semiconduttori, i componenti elettronici che stanno alla base di qualsiasi dispositivo digitale, dai telefoni alle automobili agli ospedali, arrivano principalmente da Stati Uniti e Asia. Nel mercato dell’intelligenza artificiale, l’Europa è ancora un osservatore di una gara che si gioca altrove. Questa situazione non cambia se alla Casa Bianca siede un presidente disponibile al dialogo o uno “ostile”: è il risultato di decenni in cui il continente ha preferito acquistare tecnologia piuttosto che produrla.

Dal primo Chips Act al nuovo piano europeo sui semiconduttori

Il primo Chips Act, entrato in vigore nel settembre 2023, era nato proprio per correggere questa debolezza nel settore dei semiconduttori. Il bilancio è istruttivo: la Commissione rivendica oltre 52 miliardi di euro mobilitati e circa 46.000 posti di lavoro creati, ma la Corte dei Conti europea ha accertato che l’obiettivo dichiarato di raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip — dal 10 al 20 per cento entro il 2030 — è altamente improbabile. La stima realistica si ferma all’11,7 per cento, partendo dal 9,8 del 2022.

Non è un fallimento totale, ma è la metà di quanto preventivato. Il problema di fondo era che un testo scritto senza chiedersi quanti chip le industrie europee avrebbero effettivamente comprato, e senza valutare con precisione l’impatto delle misure previste. In pratica, si era puntato quasi esclusivamente ad attrarre fabbriche in Europa offrendo incentivi pubblici, senza verificare che esistesse un mercato europeo disposto ad acquistarne la produzione.

Domanda industriale e nuovi strumenti del Chips Act 2.0

Il Chips Act 2.0 corregge questa impostazione. La novità più rilevante è l’attenzione alla domanda: il nuovo regolamento non si limita a incentivare chi produce chip, ma prevede meccanismi per collegare i produttori europei alle industrie europee che li acquistano, in particolare nel settore automobilistico, nella robotica industriale e nell’aerospazio. Vengono introdotti i cosiddetti Demand Accelerators, organismi con il compito di avvicinare chi fabbrica semiconduttori a chi ne ha bisogno, così che i nuovi prodotti non restino fermi nei laboratori ma trovino rapidamente clienti sul mercato.

Vengono istituiti anche i Grand Challenges, sfide competitive finanziate pubblicamente per orientare la ricerca verso le tipologie di chip considerate strategiche per l’Europa: in primo luogo quelli per l’intelligenza artificiale, che dovrebbero rappresentare circa il 70 per cento della crescita del mercato globale dei semiconduttori entro il 2030, in un settore destinato a raggiungere 1.370 miliardi di euro di valore. I tempi per ottenere le autorizzazioni necessarie a costruire nuovi impianti scendono a un massimo di 12 mesi. L’obiettivo complessivo di investimento sale a 120 miliardi di euro entro il 2035, quasi il triplo del target precedente.

Cloud, AI e chip nella strategia europea del Chips Act 2.0

Il Chips Act 2.0 non è una misura isolata. Si inserisce in un disegno più ampio composto anche dal Cloud and AI Development Act (CADA) — che ridefinisce le regole per gli appalti pubblici in ambito tecnologico e punta a triplicare la capacità dei data center europei — e dall’EU Open Source Strategy, che promuove lo sviluppo di software condiviso e non proprietario. Gli strumenti sono progettati per rafforzarsi a vicenda. Il Cloud and AI Development Act crea domanda di nuova infrastruttura tecnologica; quell’infrastruttura richiede semiconduttori; il Chips Act 2.0 vuole che una quota crescente di quella domanda sia soddisfatta da produzione europea. È il tentativo di costruire un collegamento tra politica delle infrastrutture e politica industriale che l’Europa non ha mai avuto in modo organico nel settore digitale.

Semiconduttori europei tra Stati Uniti, Cina e regole di mercato

Vale la pena misurare l’ambizione europea con ciò che stanno facendo gli altri. Gli Stati Uniti hanno varato il CHIPS and Science Act con 52 miliardi di dollari di finanziamento federale diretto, cui si sommano centinaia di miliardi di investimenti privati attratti dagli incentivi: solo TSMC, il principale produttore mondiale di chip avanzati, ha annunciato oltre 100 miliardi di dollari aggiuntivi per i suoi stabilimenti negli Stati Uniti.

La Cina ha investito più di 47 miliardi di dollari nel suo terzo grande fondo pubblico per i semiconduttori, con l’obiettivo dichiarato di raggiungere l’autosufficienza produttiva entro fine decennio. In questo contesto, i 120 miliardi europei al 2035 non sono una cifra sproporzionata: sono il minimo necessario per non perdere ulteriore terreno. Il confronto con gli altri non deve però alimentare la tentazione di imitarne gli errori. Il modello cinese, dove lo Stato controlla direttamente le scelte industriali, è incompatibile con un’economia di mercato aperta e con i valori su cui si fonda l’Unione europea.

Ma anche il modello americano merita una lettura critica: il CHIPS and Science Act è accompagnato da clausole esplicitamente protezionistiche che escludono o penalizzano le aziende non americane, comprese quelle europee, e ha prodotto distorsioni rilevanti nelle catene di fornitura globali. Washington ha deciso di riportare la produzione di chip sul proprio suolo anche a costo di danneggiare i propri alleati. L’Europa deve prenderne atto senza drammatizzare, ma anche senza fingere che non sia accaduto. Il proprio modello — politica industriale basata su regole condivise, mercato interno integrato, apertura internazionale selettiva — è un punto di forza da valorizzare, non una debolezza da superare imitando chi sceglie strade diverse.

I poteri di emergenza del Chips Act 2.0

Una delle novità più discusse del Chips Act 2.0 riguarda i poteri di intervento in caso di emergenza. Il regolamento attribuirebbe alla Commissione europea la facoltà di imporre ai produttori di semiconduttori di dare la precedenza a determinati ordini rispetto ad altri, anche scavalcando contratti già firmati, qualora si verificasse una grave carenza di forniture. La ragione di questa scelta è chiara: durante la crisi dei chip del 2020-2022, quando la pandemia e le tensioni geopolitiche ridussero drasticamente la disponibilità di semiconduttori sul mercato mondiale, l’Europa non aveva alcuno strumento per orientare le forniture verso i settori che considerava prioritari.

Le fabbriche continuavano a consegnare chip per smartphone ed elettronica di consumo per rispettare i contratti, mentre le linee di produzione delle industrie automobilistiche europee si fermavano per mancanza di componenti. Avere la possibilità di intervenire in situazioni simili risponde quindi a un’esigenza reale. Rimane però una tensione che il testo normativo dovrà risolvere con attenzione: un potere di questo tipo, se mal definito e gestito, rischia di scoraggiare gli investimenti privati che il regolamento invece vuole incentivare.

Chi decide di costruire in Europa una fabbrica da dieci miliardi di euro ha bisogno di sapere che i contratti firmati saranno rispettati; sapere che una decisione amministrativa potrebbe modificare le sue priorità di consegna rende l’Europa meno interessante rispetto ad altri paesi che offrono maggiore certezza delle regole. Definire con precisione le condizioni e i limiti di questi poteri sarà uno dei punti più delicati della discussione parlamentare sul testo.

Risorse, cantieri e rischi per i chip in Europa

L’approccio non è privo di altri rischi. Il più rilevante riguarda le risorse: i 120 miliardi dichiarati non sono stati stanziati, e manca ancora un capitolo di bilancio europeo dedicato specificamente ai semiconduttori. Le principali aziende del settore, riunite nella Semicon Coalition, hanno chiesto che nel prossimo bilancio pluriennale dell’Unione vengano destinati almeno 20 miliardi di euro ai chip, una posizione analoga a quella del Rapporto Draghi sulla competitività europea.

Senza una dotazione centralizzata, il rischio concreto è che ciascun paese vada per conto suo: tanti piani nazionali, poco coordinamento tra di loro, risultati frammentati. La fotografia dei progetti in corso non incoraggia l’ottimismo: l’unico grande cantiere attivo è l’ESMC di Dresda, una fabbrica realizzata in partnership tra il produttore taiwanese TSMC e le aziende europee Bosch, Infineon e NXP, che dovrebbe entrare in funzione a fine 2027. Intel ha invece annullato nell’agosto 2025 il progetto di un grande impianto da 30 miliardi a Magdeburg, in Germania, che era stato presentato come il simbolo della nuova politica europea sui semiconduttori. Anche il progetto congiunto tra STMicroelectronics e GlobalFoundries a Crolles, nella regione Alvernia-Rodano-Alpi in Francia, risulta fermo da oltre 18 mesi senza sviluppi comunicati.

Autonomia tecnologica europea senza rottura con gli Stati Uniti

C’è poi la dimensione geopolitica, che è il vero cuore di questa vicenda e va nominata con la precisione che merita. Il rapporto tra Europa e Stati Uniti non è in discussione: Washington rimane l’alleato fondamentale dell’Europa sul piano della sicurezza, della difesa e dei valori democratici condivisi. Ma un’alleanza solida si costruisce tra soggetti che si rispettano reciprocamente, non tra un fornitore e un cliente. Per decenni l’Europa ha accettato una condizione di dipendenza tecnologica dagli Stati Uniti che non sarebbe mai stata accettabile in nessun altro settore strategico. Nessun paese europeo accetterebbe che la propria rete elettrica, il proprio sistema bancario o la propria infrastruttura militare dipendesse interamente da tecnologie controllate da un governo straniero, anche alleato.

Eppure è esattamente quello che è accaduto nel digitale: i server su cui girano i sistemi informativi delle pubbliche amministrazioni europee, gli strumenti con cui le aziende europee comunicano e archiviano i propri dati, le piattaforme su cui si svolge la vita economica e sociale del continente sono, in larghissima misura, sotto il controllo giuridico e tecnico di aziende americane soggette alla legislazione degli Stati Uniti. Questo non è un problema creato da Trump. È una situazione che si è consolidata negli anni dell’amministrazione Obama, è proseguita con Trump e Biden, e che non dipende dalla personalità o dall’orientamento politico di chi siede alla Casa Bianca. Dipende dalla struttura dei rapporti di forza tecnologici.

Trump ha avuto il merito involontario di rendere visibile a tutti ciò che era già evidente agli analisti: che quella dipendenza può essere usata come leva di pressione politica in qualsiasi momento. Ma la risposta europea non può essere dettata dall’urgenza di una singola presidenza. Deve essere la costruzione paziente di una posizione di reciprocità: non l’esclusione delle imprese americane dal mercato europeo, non il protezionismo fine a sé stesso, bensì la capacità di sedersi al tavolo con gli Stati Uniti da una posizione che non sia quella di chi non ha alternative. Un’Europa tecnologicamente più autonoma è, paradossalmente, un alleato più affidabile per Washington: un partner che sceglie la cooperazione perché la vuole, non perché non può fare altro.

I punti di forza europei nei semiconduttori e nell’AI

L’Europa ha punti di forza nel settore che non vanno sottovalutati. ASML, azienda olandese, è l’unico produttore al mondo delle macchine necessarie per fabbricare i chip più avanzati: senza di essa, nessuna fabbrica di semiconduttori di ultima generazione al mondo può funzionare. IMEC, istituto di ricerca belga, è tra i laboratori più avanzati al mondo nello sviluppo di nuovi processi produttivi per i semiconduttori. Infineon, NXP e STMicroelectronics sono leader mondiali nei chip per il settore automobilistico e industriale. Mistral, in Francia, dimostra che sviluppare modelli di intelligenza artificiale in Europa è possibile. SAP, in Germania, è il principale produttore mondiale di software per la gestione delle imprese. Non è una base trascurabile: è il punto di partenza per costruire una posizione tecnologica che non sia solo difensiva.

Italia, Chips Act 2.0 e filiera dei semiconduttori

In questo quadro, l’Italia occupa una posizione che merita attenzione. STMicroelectronics, con stabilimenti a Catania e Agrate Brianza, è uno dei principali produttori europei di semiconduttori, con una presenza rilevante nei chip per il settore automobilistico e per la gestione dell’energia elettrica. Meno visibile nel dibattito pubblico, ma altrettanto importante, è la filiera italiana dei macchinari per la produzione di semiconduttori: un insieme di aziende specializzate che esportano nel mondo e sono integrate nelle catene di fornitura dei grandi produttori globali.

Nonostante questi punti di forza, il paese fatica a fare sistema: i centri di ricerca lavorano spesso in modo frammentato, le università tecniche sono sottofinanziate, molti ricercatori e ingegneri formati in Italia trovano condizioni migliori all’estero. Nessun regolamento europeo può risolvere questi problemi al posto di una politica industriale nazionale che li affronti con continuità. Il Chips Act 2.0 mette a disposizione strumenti concreti: cofinanziamenti, riconoscimenti per le regioni che attraggono investimenti, piattaforme per aggregare la domanda. Utilizzarli richiede che l’Italia arrivi al tavolo europeo con una strategia chiara, non con richieste occasionali di fondi.

Sovranità digitale europea oltre la dipendenza tecnologica

Sovranità digitale non significa produrre tutto in casa, né significa voltare le spalle agli alleati. Significa decidere su quali tecnologie l’Europa non può permettersi di dipendere da un unico fornitore extra-UE, e agire di conseguenza: con investimenti pubblici adeguati, coordinamento tra gli Stati membri, politiche industriali che durino nel tempo al di là dei cicli elettorali di questo o quel paese. Il Chips Act 2.0, insieme agli altri strumenti del pacchetto sulla sovranità tecnologica, è il tentativo più ambizioso che l’Unione abbia mai fatto in questo senso.

L’Europa ha scelto, con decenni di ritardo, di smettere di essere solo un mercato di consumo e di tornare a essere un soggetto che produce e decide. Questa scelta non indebolisce il legame transatlantico: lo mette su basi più solide, perché un’alleanza tra pari è più stabile di una dipendenza mascherata da amicizia. Resta da verificare se questa scelta sarà sostenuta da risorse adeguate, da tempi realistici e dalla consapevolezza che costruire capacità tecnologica autonoma richiede anni di lavoro concreto, non solo dichiarazioni di intenti.

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