La domanda di potenza di calcolo riporta i data center nel perimetro delle scelte di città, reti e territorio. Tra crescita degli investimenti, vincoli ambientali e rigenerazione di aree dismesse, la sfida è integrare infrastrutture digitali e qualità urbana senza scaricare costi su energia, acqua e suolo.
Indice degli argomenti
Data center: un mercato in crescita esponenziale
I data center, infrastrutture spesso invisibili agli occhi dei cittadini, sono cruciali per il funzionamento della società contemporanea.
Da queste “fabbriche dei dati” transitano i contenuti che alimentano piattaforme di streaming, social network, servizi cloud, applicazioni di intelligenza artificiale, transazioni bancarie.
E se fino a pochi anni fa la loro collocazione sembrava una questione tecnica per addetti ai lavori, oggi i data center sono entrati a pieno titolo nei dossier di urbanisti, amministratori pubblici e policy maker.
Investimenti europei e ruolo dei poli principali
La trasformazione digitale e la diffusione dell’AI hanno accelerato la domanda di potenza di calcolo e di capacità di archiviazione.
Secondo le stime (Grand View Research e Polaris Market Research) il mercato globale dei data center vale oggi oltre 350 miliardi di dollari e supererà i 1.000 miliardi entro il 2034.
A livello europeo, gli ultimi dati dell’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano mostrano come gli investimenti nei tredici principali poli abbiano raggiunto 29,5 miliardi di euro nel triennio 2023–2025, mentre le previsioni per il periodo 2026–2028 stimano un potenziale impressionante di 110 miliardi di euro complessivi.
L’area FLAPD (Frankfurt, London, Amsterdam, Paris, Dublin) mantiene un ruolo dominante, catalizzando circa il 55% degli investimenti previsti, mentre la potenza IT installata nei poli principali ha raggiunto 7,4 GW, a conferma di un consolidamento industriale su larga scala.
Italia e Milano: potenza, progetti e richieste di allacciamento
Parallelamente, l’Italia sta vivendo un momento di crescita senza precedenti. Nel 2025 la potenza nominale installata è aumentata del 19% rispetto al 2024, arrivando a 609 MW IT totali.
Dal punto di vista economico, nel triennio 2023–2025 il Paese ha assorbito 7,1 miliardi di euro di investimenti reali — un volume significativo, seppur inferiore ai 10,5 miliardi inizialmente previsti, a causa di rallentamenti autorizzativi e revisioni progettuali legate alle nuove esigenze AI. Guardando al futuro, il mercato italiano mostra prospettive ancora più rilevanti: per il triennio 2026–2028 sono già stati annunciati 83 nuovi progetti da parte di 30 operatori, per un valore potenziale che può raggiungere 25,4 miliardi di euro complessivi, di cui il 72% attribuibile a nuovi player internazionali.
Milano continua a essere il perno dell’ecosistema nazionale: oggi conta 414 MW IT installati, pari al 6% della capacità europea, e potrebbe superare 1 GW entro il 2028, consolidandosi come polo competitivo rispetto ai mercati FLAPD. Anche la pressione infrastrutturale testimonia l’interesse verso l’Italia: nel 2025 le richieste di allacciamento all’alta tensione hanno superato 60 GW, contro valori reali di mercato di gran lunga inferiori, segnalando un’ondata di iniziative speculative e di pre-qualifica territoriale legate soprattutto ai nuovi Data Center destinati all’AI.
L’insieme di questi indicatori mostra un mercato — sia globale che italiano — in piena maturazione e pronto a sostenere la prossima ondata di innovazione, alimentata da cloud distribuito, computing avanzato e nuove architetture ad alta densità energetica.
Il paradosso della crescita: più digitale, più impatto
Questa crescita non è priva di conseguenze. I data center sono strutture energivore, con consumi rilevanti e una forte impronta urbanistica. Per questo, in tutta Europa e in Italia si sta aprendo un dibattito: come garantire lo sviluppo delle infrastrutture digitali senza peggiorare le condizioni ambientali e senza sottrarre ulteriore spazio alle città?
È qui che entra in gioco un nuovo paradigma: i data center non solo come poli tecnologici, ma come elementi integrati e sostenibili del tessuto urbano.
Data center in città: dal modello hyperscale all’edge
Per anni il modello dominante è stato quello degli hyperscale data center, enormi complessi localizzati in aree periferiche o semi-rurali, dove lo spazio era abbondante e l’energia più facilmente disponibile. Oggi, però, la domanda di servizi in tempo reale e a bassa latenza spinge verso gli edge data center, più piccoli, distribuiti, vicini agli utenti. Questa tendenza ha due effetti: da un lato risponde alle esigenze tecnologiche di un mondo sempre più interconnesso; dall’altro riporta i data center all’interno delle città, rendendoli parte del paesaggio urbano.
Questo ritorno dei data center in ambito urbano apre però una nuova stagione di sfide progettuali. Gli edge data center impongono di ripensare strumenti urbanistici, criteri di zoning e standard edilizi: dalla gestione dei flussi logistici e del rumore, alla sicurezza, fino al trattamento architettonico delle facciate e all’inserimento paesaggistico. Non si tratta più di “nascondere” l’infrastruttura, ma di renderla compatibile e riconoscibile, capace di convivere con funzioni residenziali, direzionali e commerciali. In questo senso, l’accettabilità sociale diventa un fattore chiave quanto la performance tecnica: il data center urbano deve dialogare con il quartiere, minimizzare le esternalità e contribuire alla qualità complessiva dello spazio costruito.
Riqualificazione e rigenerazione: data center in città e nuova vita degli spazi industriali
Con il suolo edificabile sempre più limitato, molti amministratori e operatori stanno puntando sulla trasformazione di fabbriche dismesse, magazzini e uffici inutilizzati in data center. Un’operazione che non è solo tecnica, ma anche culturale: si preserva la memoria di edifici storici, si riduce l’impatto ambientale della nuova costruzione, si velocizzano i processi autorizzativi ed energetici. La coesistenza di data center e spazi ufficio all’interno dello stesso edificio richiede una progettazione attenta, che tenga conto delle esigenze estetiche e funzionali.
Mentre i data center tradizionali sono spesso caratterizzati da facciate chiuse, la coesistenza nello stesso edificio di uffici ed altre attività commerciali richiede la presenza di luce che possa garantire confort e sicurezza. Le nuove strutture urbane devono integrarsi armoniosamente nel contesto circostante, adottando soluzioni architettoniche che valorizzino l’estetica urbana e rispettino i vincoli ambientali esistenti.
Acqua, energia e suolo: sostenibilità dei data center
Il nodo della sostenibilità rimane centrale. Il dibattito sul consumo di acqua da parte dei sistemi di raffreddamento richiede chiarezza: certamente i data center possono consumare una certa quantità di acqua per dissipare il calore prodotto dai server, ma la situazione è più complessa di quanto sembri. Prediligere soluzioni di raffreddamento a circuito chiuso rispetto a sistemi evaporativi comporta un consumo di minori quantità di acqua per compensare eventuali perdite (acqua di makeup).
Il dibattito sul consumo di acqua da parte dei sistemi di raffreddamento dei data center richiede un necessario chiarimento. È indubbio che i data center possano consumare una certa quantità di acqua per la dissipazione del calore generato dai server; tuttavia, la realtà è più articolata di quanto spesso venga rappresentato. La scelta di soluzioni di raffreddamento a circuito chiuso, rispetto a sistemi evaporativi, comporta infatti un consumo significativamente inferiore di acqua, limitato essenzialmente alla compensazione di eventuali perdite di esercizio (acqua di makeup).
Raffreddamento e consumi idrici: torri evaporative e contesto italiano
I reali consumi idrici sono associati ai sistemi basati su torri evaporative, che utilizzano l’evaporazione come principio di funzionamento. Si tratta di una tecnologia altamente efficiente dal punto di vista termico e particolarmente efficace nel contenimento del PUE; tuttavia, tale efficienza è ottenuta a fronte di elevati consumi d’acqua. Questi sistemi risultano ampiamente diffusi negli Stati Uniti, in particolare in aree caratterizzate da climi caldi e/o secchi, mentre risultano di fatto assenti nei data center italiani.
Aree dismesse e bonifiche: opportunità territoriali per nuovi insediamenti
La riqualificazione delle aree industriali dismesse rappresenta un’opportunità particolarmente rilevante per lo sviluppo di nuovi data center, in quanto consente di coniugare crescita infrastrutturale e sostenibilità territoriale. In assenza di un censimento nazionale unico e armonizzato, le stime disponibili indicano che, secondo ISTAT, circa il 3% del territorio nazionale (pari a 9.000 km²) è occupato da aree industriali dismesse. In Lombardia, area chiave per l’ecosistema dei data center, si contano 1.533 siti con procedimenti di bonifica conclusi, per una superficie complessiva di 2.335,5 ettari, potenzialmente idonei a nuovi insediamenti tecnologici.
Il riutilizzo di tali aree consente di limitare il consumo di nuovo suolo e di evitare ulteriore cementificazione, valorizzando al contempo contesti già serviti da infrastrutture energetiche, viarie e di rete. Inoltre, il mantenimento della permeabilità dei terreni e la rigenerazione di siti già urbanizzati contribuiscono a migliorare la resilienza idraulica, riducendo il rischio di allagamenti e rendendo questi ambiti particolarmente compatibili con le esigenze di continuità operativa e sicurezza richieste dai data center.
Riuso delle risorse: BESS e seconda vita delle batterie
Per quanto riguarda il riutilizzo delle risorse, sono già stati condotti studi e sviluppati prototipi di sistemi BESS (Battery Energy Storage Systems) basati sull’impiego di pacchi batterie di origine automotive. Tali batterie, pur non essendo più idonee per l’utilizzo nel settore automobilistico, presentano ancora prestazioni adeguate per applicazioni alternative, come la sostituzione dei generatori diesel in caso di blackout.
Una volta che queste batterie non risulteranno più idonee nemmeno per l’impiego nei data center, potranno essere ulteriormente riutilizzate come sistemi di accumulo per impianti fotovoltaici industriali, microgrid rurali e comunità energetiche, attribuendo loro un nuovo ciclo di vita e un rinnovato valore.
Recupero calore e teleriscaldamento: da consumer a prosumer
Sul fronte energetico, l’inserimento dei data center nel contesto urbano implica una stretta collaborazione con le reti energetiche esistenti. In questo senso cresce l’interesse verso il riutilizzo del calore prodotto dai data center per alimentare reti di teleriscaldamento a beneficio di residenze, uffici e spazi pubblici, con un conseguente risparmio energetico per le comunità circostanti. Una strategia, questa, per evolvere il ruolo del data center da ‘consumer‘ passivo a ‘prosumer‘ consapevole, capace non solo di ottimizzare l’uso delle risorse energetiche, ma anche di restituirne una parte alla comunità, generando valore condiviso e impatto positivo. Queste strutture non devono più essere viste solo come oggetti che consumano energia e suolo, bensì come nodo attivo che restituisce valore alla comunità: immaginiamo un domani in cui queste strutture saranno così efficienti e indipendenti da cedere il surplus di energia. Il data center del futuro, quindi, non sarà un peso, ma un nodo di una smart grid attiva, posta al centro di una comunità energetica di nuova generazione che eroga servizi dati ed energia all’intero quartiere.
Reti e progettazione integrata: il vero banco di prova
L’inserimento dei data center nel tessuto urbano e metropolitano pone una sfida che va oltre il singolo edificio: riguarda la capacità delle reti di assorbire, distribuire e valorizzare nuovi carichi infrastrutturali. Energia, acqua, connettività e suolo devono essere considerati come parti di un sistema unico, da governare con un approccio integrato fin dalle prime fasi di progettazione.
La pianificazione dei data center diventa così un esercizio di equilibrio tra domanda tecnologica e capacità delle infrastrutture esistenti, richiedendo un dialogo continuo tra sviluppatori, gestori di rete, utility ed enti pubblici. È in questo spazio che la progettazione multidisciplinare assume un ruolo chiave: non solo per mitigare gli impatti, ma per trasformare il data center in un nodo attivo dell’ecosistema urbano, capace di abilitare efficienza, resilienza e valore condiviso per il territorio.
Data center in città: il vuoto normativo e l’Italia a un bivio
Nonostante il peso crescente del settore, in Italia i data center non hanno ancora una classificazione normativa chiara. Questa incertezza frena investimenti e progettualità. Alcune regioni, come la Lombardia, hanno iniziato a introdurre linee guida specifiche, ma manca una legge nazionale che riconosca ufficialmente il ruolo dei data center come infrastrutture strategiche.
A gennaio 2025 è entrata in vigore la classificazione ATECO2025 e alcune regioni (tra cui la Lombardia) hanno approvato linee guida per la localizzazione e la gestione dei data center, fornendo indicazioni urbanistiche e ambientali. Il nuovo codice ATECO dedicato ai data center rappresenta un importante passo avanti per il settore, ma non copre ancora tutte le attività legate alla realizzazione e gestione di un data center, in particolar modo le attività immobiliari connesse alla fase iniziale del progetto. Segnali che indicano la direzione, ma che devono tradursi rapidamente in strumenti operativi semplici ed efficienti.
Il forte interesse manifestato verso il nostro Paese si è già confrontato con un quadro normativo e autorizzativo non pienamente allineato alla scala e alla rapidità degli investimenti previsti. Secondo l’Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, dei 10,5 miliardi di euro di investimenti stimati nel periodo 2023–2025, circa il 32% dei progetti è stato respinto o bloccato per motivazioni di diversa natura.
Non si tratta di promuovere un’approvazione indiscriminata delle iniziative, bensì di dotare il sistema di strumenti normativi e procedurali capaci di garantire tempi certi e prevedibili nei processi decisionali. In un settore come quello dei data center, in cui il time-to-market rappresenta uno dei principali fattori competitivi, l’assenza di certezze autorizzative rischia infatti di compromettere l’attrattività del Paese e di dirottare investimenti verso mercati più efficienti sotto il profilo regolatorio.
Un’infrastruttura strategica per città più resilienti
I data center sono spesso descritti come “fabbriche invisibili”, ma il loro impatto sul futuro delle città è tutt’altro che nascosto. Decideranno il livello di competitività dei territori, la capacità di attrarre investimenti, la qualità dei servizi digitali offerti ai cittadini. Ma soprattutto, saranno un banco di prova della capacità di coniugare sviluppo tecnologico, sostenibilità ambientale e qualità urbana.




















